Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle tombe d'illustri personaggi;[303] anzi, quanto al Petrarca, è oggetto di venerazione anche il luogo dov'egli morì, ed Arquà, appunto per la memoria che ivi si conserva di lui, diviene un soggiorno di predilezione pei Padovani, che vi innalzano eleganti edifizi[304] in un tempo, in cui nei paesi settentrionali non si parla d'altro che di pellegrinaggi devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa. Le città si tengono onorate di possedere le ossa di qualche grand'uomo o loro propizio od anche straniero, e fa veramente meraviglia il vedere come — lungo tempo prima che sorgesse Santa Croce — i Fiorentini, ancora nel secolo XIV, si studiassero di convertire il loro Duomo in un Panteon. L'Accorso, Dante, Petrarca, Boccaccio e il giurista Zanobi della Strada dovevano, per volere della repubblica, avervi ciascuno uno splendido monumento.[305]

Verso la fine del secolo XV Lorenzo il Magnifico si adoperò personalmente presso gli Spoletini, affinchè volessero cedere pel Panteon suddetto il corpo di fra Filippo Lippi pittore, ma essi se ne scusarono allegando la propria povertà in fatto di monumenti e di uomini celebri, e i Fiorentini dovettero accontentarsi di porgli soltanto un cenotafio. Altrettanto accadde rispetto a Dante, il quale, in onta a tutte le pratiche, alle quali il Boccaccio con enfatica eloquenza eccitava la propria città,[306] continuò a rimanere nella sua tomba presso S. Francesco in Ravenna, «circondato da antichissimi sepolcri d'imperatori e di santi, in compagnia ben più onorevole di quella che tu, patria mia, potessi mai offrirgli». E la venerazione per lui in quel tempo era andata tanto oltre, che un bizzarro spirito potè una volta impunemente levare le fiaccole che ardevano dinanzi all'altare del Crocifisso, e portarle alla tomba del poeta, con queste parole: «accettale; tu ne sei più degno di Lui».[307]


Ma questo è il tempo in cui le città italiane onorano anche la memoria dei loro concittadini o fondatori della più remota antichità. Napoli non avea forse mai dimenticato la tomba ch'essa possiede di Virgilio, perchè intorno al nome di lui s'era diffusa omai l'aureola del mito e della leggenda. Padova era persuasa ancora nel secolo XVI di possedere non solo le vere ossa del troiano suo fondatore Antenore, ma altresì quelle di T. Livio.[308] «Sulmona, dice il Boccaccio[309] si lagna che Ovidio abbia tomba inonorata e lontana nel luogo del suo esiglio; Parma invece si rallegra, che Cassio riposi fra le sue mura». I Mantovani coniarono nel secolo XIV una medaglia portante il busto di Virgilio, ed eressero una statua, che doveva rappresentarne l'effigie; per malinteso spirito di casta[310] il tutore del principe allora regnante, Carlo Malatesta, la fece atterrare nel 1392; ma poichè la fama del poeta era più forte di lui, fu costretto altresì a rialzarla ben tosto. Forse a quel tempo additavasi ancora la grotta a due miglia dalla città, dove pretendevasi che Virgilio usasse di recarsi a meditare,[311] presso a poco come a Napoli si mostrava la così detta scuola di Virgilio. Como si appropriò ambedue i Plinii[312] e li onorò verso la fine del secolo XV con due statue sedenti sotto due splendidi baldacchini sul lato anteriore della sua cattedrale.


Anche la storia propriamente detta e la topografia (nata appena) si propongono di non lasciar senza menzione veruna gloria indigena, mentre le cronache dei paesi settentrionali sol raramente qua e colà accennano all'esistenza di qualche grand'uomo in mezzo ai Papi ed imperatori, di cui sono piene, o fra le descrizioni di terremoti e la comparsa di qualche cometa, che non mancano mai di notare. Altrove sarà dimostrato in qual modo dalla moderna idea della gloria abbia avuto origine l'uso delle biografie, delle quali talune riuscirono veramente eccellenti; qui ci basterà di mettere in evidenza il patriottismo locale del topografo, che enumera i fasti gloriosi della propria città.

Nel medio-evo le città erano andate orgogliose dei loro santi e dei corpi e delle reliquie, che se ne conservavano nelle chiese.[313] Anche il panegirista di Padova, Michele Savonarola, ne dà una lunga lista in capo al suo libro (intorno al 1450);[314] ma poi egli passa agli «uomini celebri, che non furono santi, e tuttavia per l'eccellenza dell'ingegno e l'energia del carattere (virtus) meritarono di essere annoverati (adnecti) in quella serie», precisamente come nell'antichità l'uomo celebre si tocca dappresso coll'eroe.[315] Questa seconda enumerazione è eminentemente caratteristica per quel tempo. Primi vengono Antenore, fratello di Priamo, che con una schiera di fuggiaschi troiani fondò Padova; il re Dardano, che vinse Attila sui colli Euganei, lo inseguì ulteriormente e a Rimini lo uccise con uno scacchiere; l'imperatore Enrico IV, che edificò il duomo; e un re Marco, il cui capo si conserva a Monselice; — poi seguono pochi cardinali e prelati, quali fondatori di prebende, collegi e chiese; il celebre teologo fra Alberto, agostiniano; una schiera di filosofi con Paolo Veneto e il celebre Pietro d'Abano alla testa; il giurista Paolo Padovano; poi Livio, e i poeti Petrarca, Mussato e Lovato. Se si nota qualche difetto in fatto di celebrità guerresche, l'autore se ne consola coll'abbondanza che si riscontra nel campo scientifico e colla maggior durata della fama basata sulle opere dell'ingegno; mentre la gloria guerresca cessa assai spesso col cessar di chi l'ha conquistata, o, se dura più oltre, non lo deve che alla penna dei dotti. In ogni caso però è sempre onorifico per la città, che almeno celebri guerrieri d'altri paesi abbiano desiderato essi stessi di essere sepolti in Padova, quali, ad esempio, Pietro de' Rossi di Parma, Filippo Arcelli di Piacenza e specialmente poi Gattamelata di Narni (morto nel 1442), la cui statua equestre in bronzo, erettagli accanto alla chiesa del Santo, lo rappresenta nell'attitudine di «Cesare trionfante». Dopo ciò, l'autore passa in rassegna una moltitudine di giuristi, medici e nobili, che non solo, come tanti altri, «furono onorati del nome di cavalieri, ma seppero altresì meritarlo»; e per ultimo egli dà i nomi anche di celebri meccanici, pittori, e compositori di musica, e chiude la serie col citare un maestro di scherma, Michele Rosso, di cui in più luoghi vedevasi il ritratto, come dell'uomo il più rinomato nell'arte sua.


Accanto a queste locali gallerie della fama, a comporre le quali concorrono insieme il mito, la leggenda, la rinomanza letteraria e l'ammirazione popolare, i poeti-filologi lavorano a costruire un Panteon universale della fama mondiale, e allestiscono collezioni biografiche di uomini e di donne celebri, attenendosi per lo più al sistema seguito da Cornelio Nepote, dal pseudo Svetonio, da Valerio Massimo, da Plutarco (mulierum virtutes), da Geronimo (de viris illustribus), e da altri. Ovvero inventano trionfi immaginari ed assemblee olimpiche pure immaginarie, come fecero specialmente il Petrarca nel suo Trionfo della fama e il Boccaccio nella sua Amorosa visione, con centinaia di nomi, dei quali per lo meno tre quarti appartengono all'antichità e gli altri al medioevo[316]. A poco a poco questa parte nuova e moderna vi prende un posto sempre maggiore: gli storici s'indugiano volentieri nelle loro opere a tratteggiare il carattere de' personaggi e ne escono collezioni biografiche di celebri contemporanei, come quelle di Filippo Villani, Vespasiano Fiorentino, Bartolommeo Facio[317], e, per ultimo, quelle altresì di Paolo Giovio.

Il nord intanto, e sino a che l'Italia non cominciò ad esercitare una certa influenza sui suoi scrittori (per esempio sul Tritemio), non ebbe che storie di santi e isolate vite di principi e di ecclesiastici, che evidentemente si basano ancora sulla leggenda, anzichè sulla fama, vale a dire sulla celebrità guadagnata col merito personale. La gloria poetica è ancor chiusa esclusivamente in alcune classi determinate, ed anche il nome degli artisti non ci viene all'orecchio, se non in quanto essi emergono fra gli operai o i membri di qualche corporazione.