Ma il poeta-filologo in Italia, come notammo, ha l'intimo e pieno convincimento di essere egli solo l'arbitro della fama e dell'immortalità, che dispensa o ricusa a suo talento[318]. Ancora al suo tempo il Boccaccio si lagna di una bella da lui corteggiata, la quale non per altro gli si mostrò ritrosa che per continuare ad essere cantata da lui e quindi acquistar rinomanza, e la minaccia di voler in seguito tener una via del tutto opposta, quella del biasimo[319]. Sannazzaro in due magnifici sonetti minaccia una vituperosa oscurità ad Alfonso di Napoli, che vilmente fuggiva dinanzi a Carlo VIII[320]. Angelo Poliziano dà serii avvertimenti (1491) al re Giovanni di Portogallo riguardo alle recenti scoperte fatte sulle coste d'Africa[321], consigliandolo a pensare alla fama ed all'immortalità e a mandargli a tal uopo a Firenze tutti i materiali relativi, onde possano esservi ripuliti (operiosus excolenda); chè, in caso diverso, gli accadrebbe come a tutti coloro le cui gesta, prive dello splendore che ricevono dalla penna dei dotti, «giacciono dimenticate nell'immensa congerie dei fasti della umana fragilità». E nel fatto il re (o il suo cancelliere proclive alle idee umanistiche) acconsentì alla domanda e promise che gli annali delle cose africane, già redatti in portoghese, sarebbero stati inviati tradotti in italiano a Firenze, per essere poi quivi rifatti in latino: ma non si sa se la promessa sia stata poscia mandata ad effetto. Simili pretensioni non sono in sostanza così prive di fondamento, come potrebbe sembrare a prima vista: la forma, nella quale si espongono le cose (anche le più importanti) al giudizio dei contemporanei e dei posteri, è tutt'altro che indifferente. Gli umanisti italiani, appunto per l'eccellenza della forma e l'eleganza del linguaggio, hanno esercitato un fascino abbastanza grande sul mondo dei lettori occidentali, e per la stessa ragione anche i poeti italiani sino al secolo passato hanno avuto una diffusione maggiore, che quelli di qualunque altra nazione. Il nome di battesimo del fiorentino Americo Vespucci divenne il nome della quarta parte del mondo solo in virtù della relazione ch'egli scrisse sul suo viaggio, e se Paolo Giovio, con tutta la sua superficialità ed elegante negligenza, si aspettava l'immortalità[322] da' suoi scritti, non s'ingannava poi del tutto.
Ma se, accanto a tutti questi sforzi fatti in palese per assicurarsi una fama, noi ci facciamo a studiarne più dappresso i moventi, non senza spavento ci accorgeremo, che questi non hanno altra radice, fuorchè una smisurata colossale ambizione, un desiderio smodato di gloria, indipendente affatto dallo scopo e dai mezzi. Un esempio se ne ha nella prefazione del Macchiavelli alle sue Storie fiorentine, dov'egli riprende i suoi predecessori (Leonardo Aretino e il Poggio) di essersi serbati troppo timidamente silenziosi intorno ai varii partiti, che tennero agitata la città. «Essi s'ingannarono, scrive egli, e mostrarono di conoscere poco l'ambizione degli uomini e il desiderio, che egli hanno di perpetuare il nome dei loro antichi o di loro. Nè si ricordarono che molti, non avendo avuta occasione di acquistarsi fama con qualche opra lodevole, con cose vituperose si sono ingegnati acquistarla. Nè considerarono come le azioni che hanno in sè grandezza, come hanno quelle dei governi e degli Stati, comunque le si trattino, qualunque fine abbiano, pare portino sempre agli uomini più onore, che biasimo»[323]. Anche in altri storici gravi e assennati vedesi dei fatti più strani e terribili assegnato il movente ad uno sfrenato desiderio di grandezza e di gloria senz'altro. Qui dunque non si ha soltanto una deplorevole esagerazione della comune vanità, ma qualche cosa di veramente spaventoso e diabolico, che non lascia più campo alla riflessione e fa dar di piglio ai mezzi più violenti, senza preoccuparsi della riuscita, buona o cattiva che sia. Questo è il modo, per dar qualche esempio, con cui Macchiavelli concepisce e ci presenta il carattere di Stefano Porcari (v. pag. 143)[324], ed altrettanto presso a poco ci dicono i documenti intorno agli uccisori di Galeazzo Maria Sforza (pag. 77), e per ultimo anche l'assassinio del duca Alessandro de' Medici (1537) viene dal Varchi stesso (nel libro V) attribuito alla sete di gloria, ond'era tormentato Lorenzino (pag. 80). Intorno al quale ancor più esplicitamente si esprime Paolo Giovio[325], narrando che Lorenzino, messo alla gogna in Roma da un opuscolo del Molza per la mutilazione di alcune statue antiche, meditava un qualche gran fatto, la cui «novità» facesse dimenticare quell'onta, e si risolvette infine di uccidere il suo congiunto e sovrano. — Sono tratti eminentemente caratteristici di quest'epoca di forze e passioni vivamente eccitate, ma anche oggimai giunta al grado dell'ultima disperazione, nè più nè meno come fu quella di Filippo di Macedonia al tempo del famoso incendio del tempio di Efeso.
CAPITOLO IV. Il motto e l'arguzia nel senso moderno.
Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i Fiorentini, la novella. — I motteggiatori e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La maldicenza e Adriano VI sua vittima. — Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi principi e cogli uomini celebri. — Sua religione.
Freno non solamente a questo furore moderno di gloria, ma in generale all'individualismo soverchiamente sviluppato, fu lo scherno e il dileggio manifestantisi, quanto più si poteva, sotto la forma vittoriosa dell'arguzia del motto. Del medio-evo sappiamo che tanto fra gli eserciti che si osteggiavano, come fra i principi e i grandi che erano in lotta fra loro, il dileggio reciproco, che pure era vivissimo, rivestiva sempre una forma simbolica, e simbolica era pure l'onta suprema che s'infliggeva ai vinti. Ma, accanto a ciò, nelle questioni teologiche il motto cominciava qua e là, sotto l'influenza dell'antica rettorica e dell'epistolografia, a diventare un'arma, e la poesia provenzale sviluppò poscia una specie particolare di canti satirici e beffardi, dei quali, secondo le occasioni, vi ha un riverbero anche nei menestrelli settentrionali, come appare dalle loro poesie politiche[326].
Ma perchè il motto diventasse un elemento speciale della vita, gli occorreva una vittima da colpire, e questa non poteva essere che l'individuo nel suo pieno sviluppo e colla coscienza del suo valor personale. Allora esso non si limita più alle semplici parole e agli scritti, ma si traduce in atti, rappresenta farse e giuoca tiri, che sotto il nome di burle e di beffe offrono il tema a parecchie raccolte di novelle.
Nelle «Cento novelle antiche», che debbono essere state scritte ancora sulla fine del secolo XIII, non si incontra nè il motto, che nasce dal contrasto, nè la burla[327]; il loro scopo non è altro che di riferir savii detti e storie e favole piene di morale in un dettato semplice e schietto. Ma appunto questa assenza del motteggio è quella, che più d'ogni altra cosa attesta l'antichità di quella raccolta. Imperocchè subito dopo, col secolo XIV, troviamo Dante, che nell'espressione dello scherno si lascia addietro per gran tratto tutti i poeti del mondo, e che, ad esempio, meriterebbe d'esser detto il più gran maestro del genere comico solo pel quadro veramente sublime, in cui l'astuzia dei demoni resta vinta da quella de' barattieri[328]. Col Petrarca[329] cominciano le raccolte di motti arguti alla maniera di Plutarco (apoftegmi ecc.). Le beffe poi, che durante quel secolo si vennero sempre più moltiplicando in Firenze, trovansi in ispecialità registrate nelle celebri Novelle di Franco Sacchetti. Per lo più non sono vere storie, ma risposte spiritose, che vengono date secondo le circostanze, e confessioni di una ingenuità che fa spavento, fatte da uomini semplici, da buffoni di corte, da furbi, da donne scostumate: il lato comico sta nel contrasto assai risentito tra quella ingenuità, vera e finta, con le condizioni reali e colla moralità allora in uso: e questo contrasto non potrebbe invero dirsi maggiore. Tutti i mezzi che l'arte può suggerire son buoni, non esclusa l'imitazione di speciali dialetti dell'Alta Italia. Spesso in luogo della facezia si ha la nuda e sfacciata insolenza, l'intrigo grossolano, la bestemmia, l'oscenità: taluni scherzi di Condottieri sono assolutamente quanto di più brutale e maligno fu mai registrato[330]. Qualche burla è veramente comica, ma in qualche altra non ci si vede che l'intenzione di sfoggiare in arguzie, per mettere in evidenza la propria superiorità sugli altri e nulla più. Quante volte la beffa sia stata reciprocamente scagliata, e quante altre le vittime abbiano cercato di guadagnarsi gli ascoltatori con una rivincita a tempo opportuno, noi non sappiamo: ma gli scherzi erano spesso maligni e crudeli, e la vita a Firenze deve essere stata assai fastidiosa a quel tempo[331]. Omai il burlone di professione è diventato un personaggio inevitabile, e ce ne devono essere stati di classici e di gran lunga superiori ai semplici buffoni di corte; ma fuori di Firenze mancavano loro i rivali, il pubblico sempre nuovo e la pronta intelligenza degli ascoltatori. Per ciò alcuni fiorentini pensarono di prodursi, in qualità di ospiti, alle diverse corti dei tiranni di Lombardia e di Romagna[332] e vi trovarono il loro conto, mentre in patria, dove l'arguzia era in bocca di tutti, non facevano che magri guadagni. Il miglior tipo fra tutti costoro è l'uomo piacevole, il più abbietto è il buffone e il volgare scroccone, che assiste a tutti i matrimoni e a tutti i banchetti col solito ritornello: «se non sono stato invitato, non è colpa mia». Qua e colà essi ajutano a dissanguare e a spolpare qualche giovane dissipatore[333], ma nel complesso vengono trattati col dispregio in cui si hanno i parassiti, mentre altri motteggiatori più altamente locati si credono uguali ai principi e riguardano le proprie arguzie come qualche cosa di veramente superiore e sovrano. Dolcibene, che l'imperatore Carlo IV aveva qualificato come «il re dei buffoni in Italia», gli disse in Ferrara: «Voi vincerete il mondo, perocchè voi state bene e col Papa e con meco; voi con la spada, il Papa coi suggelli e io con le parole»[334]. Questo è più che uno scherzo: è un preludio di Pietro Aretino.