I due più celebri motteggiatori della metà del secolo XV erano un Piovano delle vicinanze di Firenze, Arlotto, per le arguzie più raffinate (facezie), e il Gonnella, buffone della corte di Ferrara, per le buffonerie. Sarebbe pericoloso il voler istituire un confronto tra le loro storie e quelle del parroco di Kalemberg e di Till Eulenspiegel: queste ultime ebbero origine affatto diversa ed hanno un carattere più generale e riescono intelligibili ad una sfera più larga di persone, mentre Arlotto e il Gonnella sono personaggi storici affatto locali. Ma, se il paragone una volta si accetti e si voglia estenderlo alle «facezie» in generale di tutti i popoli non italiani, nel complesso si troverà, che tanto presso i francesi coi loro fabliaux,[335] quanto presso i tedeschi, la burla, prima d'ogni altra cosa, ha in mira un vantaggio reale, mentre l'arguzia di Arlotto e gli scherzi del Gonnella non hanno altro scopo che la vittoria e il trionfo sugli avversari. (Oltre a ciò Till Eulenspiegel ha un carattere affatto proprio e speciale, vale a dire la personificazione, per lo più scipita, della celia contro classi o corporazioni particolari). Il buffone di casa d'Este più d'una volta con amari motteggi o con ingegnose vendette prese delle rivincite splendidissime.[336]
Le specie dell'uomo piacevole e del buffone sopravvissero lungamente alla libertà di Firenze. Sotto il duca Cosimo fiorì il Barlacchia, e al principio del secolo XVII ebbero fama Francesco Ruspoli e Curzio Marignolli. È nota la predilezione affatto fiorentina di Leon X pei motteggiatori e i burloni. Cresciuto tra le raffinatezze di una società colta ed elegante e cultore appassionato di ogni liberale disciplina, questo Papa si compiace tuttavia di circondar la sua mensa di buffoni e scrocconi, tra cui due monaci e uno storpio,[337] ai quali egli nei giorni festivi fa sentire con superbo dispregio la sua padronanza, imbandendo loro scimmie e corvi a mangiare sotto l'apparenza di arrosti delicatissimi. In generale Leone non intende la burla se non a modo suo, e in quanto gli torni; ed è anche una specialità tutta sua quella di divertirsi a fare la parodia delle due arti, che amava sopra tutte le altre — la poesia e la musica, — provocandone egli stesso col suo segretario, il cardinal Bibbiena, le più goffe e strane caricature.[338] Infatti nè l'uno, nè l'altro non credettero di venir meno al proprio decoro nel prendersi giuoco di un vecchio segretario sino a fargli credere di essere un gran compositore di musica. Leone poi prodigò all'improvvisatore Baraballo, di Gaeta, tante e così smaccate adulazioni, che questi finalmente aspirò sul serio alla corona di poeta in Campidoglio. Nel giorno anniversario dei santi Cosma e Damiano, protettori di casa Medici, egli dovette, vestito di porpora e incoronato di alloro, rallegrar da prima la mensa del Papa con qualche improvvisazione, e poi, fra le risa universali, montare in groppa ad un elefante riccamente bardato in oro, che Emmanuele il Grande di Portogallo aveva mandato in dono: il Papa intanto stava sull'alto di una loggia osservando attentamente col cannocchiale[339] ogni cosa. Ma la bestia adombrò per lo strepito delle trombe e dei timpani, e per le acclamazioni del popolo, nè fu possibile condurla al di là del ponte S. Angelo.
La parodia del grandioso e del sublime, che qui ci si fa incontro sotto la forma di una mascherata solenne, aveva in allora preso oggimai un posto assai importante nella poesia.[340] Bensì ella dovette cercarsi vittime ben diverse da quelle, che avea potuto colpire, ad esempio, Aristofane, quando mise sulla scena i grandi tragici greci. Ma quella stessa perfezione di cultura, che presso i Greci in un'epoca determinata produsse la parodia, la fece fiorire anche qui. Già ancora sul finire del secolo XVI trovansi nel sonetto messe in caricatura le querele petrarchesche, esagerandone l'imitazione; anzi vi si mette in derisione la stessa solennità della forma rinchiusa in quattordici versi col farla servire a scipitaggini senza senso. Inoltre la Divina Commedia era un potente incentivo alla parodia, e infatti Lorenzo il Magnifico, imitando lo stile dell'Inferno, seppe cavarne un genere splendidamente comico (il Simposio e i Beoni). Luigi Pulci nel suo «Morgante» imita evidentemente gl'improvvisatori, ed oltre a ciò tanto il suo, come il poema del Bojardo, per questo stesso che sfiorano appena l'argomento, sono in più luoghi una parodia almeno per metà volontaria della poesia cavalleresca del medio-evo. Poi viene il grande parodiatore Teofilo Folengo (che fiorì nel 1520), il quale vi si getta con un ardimento tutto suo. Sotto il nome di Limerno Pitocco egli scrive l'Orlandino, dove la Cavalleria non figura che come una ridicola cornice barocca intorno ad un mondo di figure e d'immagini, che si risentono della vita moderna: sotto il nome di Merlin Coccai, egli descrive le gesta e le spedizioni del suo bizzarro cavaliere errante, con contorni non meno risentitamente maligni, in esametri mezzo-latini, e nella forma comicamente travestita dell'epopea classica del suo tempo (Opus Macaronicorum). D'allora in poi la parodia continuò a figurare nel Parnaso italiano, e talvolta sotto forme veramente splendide e piene di vita.
Nell'epoca in cui il Rinascimento si trova a mezzo della sua carriera, anche il motto viene studiato dal punto di vista teorico, e si stabilisce più precisamente l'uso che si può farne nelle società più elevate. Il primo ad occuparsene fu Gioviano Pontano,[341] il quale nel suo scritto De Sermone, specialmente nel libro quarto, coll'analisi di molti singoli motti o facetiae cerca di riuscire ad un principio generale. Come l'arguzia sia da usare tra uomini di fina creanza lo insegna Baldassare Castiglione nel suo Cortegiano.[342] Naturalmente si suppone che non si tratti principalmente d'altro che di destare l'ilarità di terze persone col racconto di comici e graziosi motti o storielle: il frizzo diretto è da schivare, perchè offende gli infelici, fa troppo onore ai ribaldi, ed eccita alla vendetta i potenti od i loro favoriti, ed anche nel raccontare l'uomo di condizione deve serbare una giusta misura e non lasciarsi andare a troppo goffe contraffazioni. Poi segue, quasi schema pei futuri narratori e motteggiatori, una ricca collezione di scherzi e giuochi di parole, disposti metodicamente in varie classi, taluni dei quali veramente felici. Assai più severi e circospetti suonano, forse due decennj più tardi, i precetti di Giovanni Della Casa nel suo celebre Galateo;[343] dove, fra le altre cose, tenuto conto delle conseguenze che possono derivarne, si vuole bandita dai motti e dalle burle qualunque idea di superiorità o di trionfo sugli avversari. Si vede chiaro ch'egli è il precursore di una reazione, che doveva necessariamente sopravvenire.
Infatti l'Italia era divenuta tale scuola di maldicenza, che il mondo d'allora in poi non ne vide altro esempio, non eccettuata neanche la Francia del tempo di Voltaire. Non già che la tendenza a mordere e a satireggiare sia mancata a quest'ultimo od a' suoi contemporanei; ma dove sarebbersi potute trovare nel secolo scorso le vittime adatte, quella schiera innumerevole d'uomini singolari, quelle celebrità d'ogni specie, politici, ecclesiastici, scopritori, inventori, letterati, poeti ed artisti, che senz'altro lasciavano apparire a chiunque la propria originalità? Nei secoli XV o XVI questo esercito di grandi esisteva; ma l'altezza a cui era arrivata la cultura, aveva educato altresì, accanto ad essi, una spaventosa genìa di uomini di spirito sfaccendati, di criticastri e maldicenti nati, di calunniatori, l'invidia dei quali domandava la sua ecatombe. E a ciò s'aggiungano le rivalità dei grandi fra loro, come le lotte tra il Filelfo, il Poggio ed il Valla, mentre invece gli artisti di quello stesso tempo vivono insieme in emulazione quasi del tutto pacifica, del che per vero deve tenere il debito conto la storia dell'arte.
Il maggior mercato della gloria, Firenze, precorre, come dicemmo, in questo riguardo e per un certo tempo tutte le altre città. «Occhi acuti e male lingue» è la caratteristica, che si usa dare de' Fiorentini[344]. Un lieve sarcasmo su tutto e su tutti sembra essere stata l'intonazione prevalente di ciascun giorno. Machiavelli, nell'importantissimo prologo della sua Mandragora, ascrive, a ragione o a torto, la visibile depravazione morale alla maldicenza universale, ma avverte al tempo stesso i suoi avversari che anche a lui stava bene la lingua in bocca. Poi viene la corte papale, da lungo tempo rifugio di tutte le lingue più mordaci e spiritose dell'epoca. Le facetiae del Poggio, dalla data, appajono tolte dal bugiale degli scrivani apostolici, e se si considera qual numero di aspiranti, di nemici e rivali dei favoriti, di oziosi intenti a trastullare gli scostumati prelati dovea quivi trovarsi, non sorprenderà certamente che Roma sia divenuta la vera patria tanto della plebea pasquinata, quanto della satira un po' più decente. Se poi vi si aggiunga il rancore generale contro il dominio dei preti e la miseria universalmente nota del popolo minuto, si comprenderà quanto facile fosse il trovar quivi materia per mettere in canzone i potenti e attribuir loro ogni nefandità[345]. Chi poteva, si schermiva, meglio che in qualsiasi modo, col disprezzo, tanto se le accuse si basavano sul vero, quanto se erano false, o col far pompa di un lusso, che pel suo stesso splendore abbagliava[346]. Ma le anime più sensibili e delicate erano condannate quasi alla disperazione, se la maldicenza riusciva ad avvolgerle nelle sue reti[347]. A poco a poco le dicerie si facevano strada nella bocca di tutti, ed appunto la più schietta virtù era quella che si tirava addosso le insinuazioni le più maligne. Del grande oratore frate Egidio da Viterbo, che Leone pe' suoi meriti innalzò al cardinalato e che nell'eccidio del 1527 sposò risolutamente la causa del popolo[348], il Giovio dà ad intendere che si conservasse a bello studio il pallore ascetico del viso coll'aspirare il fumo della paglia bagnata, e simili. In generale il Giovio in queste occasioni scrive da vero curiale[349], vale a dire, narra dapprima le sue storielle, soggiunge tosto che non vi crede, ma con qualche leggera scoloritura lascia da ultimo trasparire, che pure qualche cosa di vero debbono contenere. — Ma la vera vittima dello scherno dei romani fu il buon papa Adriano VI, del quale parve anzi che non si sia voluto considerare altro che il lato ridicolo. Egli si guastò sin da principio con quella mala lingua che fu Francesco Berni, quando minacciò di far gettare nel Tevere — non già la statua di Pasquino, come si disse[350], — ma quelli che la facevano parlare. La vendetta fu il famoso capitolo «contro Papa Adriano», dettato non tanto dall'odio, quanto da un profondo disprezzo pei barbari olandesi: le minaccie più fiere toccavano ai cardinali, che l'avevano eletto. Il Berni ed altri dipingono altresì[351] il seguito del Papa con quel colorito di piccante menzogna, con cui il moderno appendicista di qualche grande giornale sa far apparir bianco il nero e dar importanza alle più frivole inezie. La biografia che Paolo Giovio ne stese per incarico del cardinale di Tortosa, e che realmente doveva essere un elogio, è invece un cumulo di sarcasmi e di contumelie. In essa infatti si legge, in modo abbastanza comico, specialmente per l'Italia d'allora, come Adriano una volta avesse insistito vivamente presso il capitolo della cattedrale di Saragozza per avere una mandibola di S. Lamberto; come un'altra volta i devoti spagnuoli lo sopraccaricassero di ornamenti «per farne un Papa talquamente pulito ed elegante»; come egli abbia impreso la tempestosa e insensata sua spedizione da Ostia a Roma; come si sia consultato per far atterrare od ardere la statua di Pasquino; come solesse interrompere improvvisamente qualunque affare più importante quando gli si annunziava l'ora del pranzo; e, per ultimo, come, dopo un regno infelice, sia morto per aver ecceduto nell'uso della birra, e come la casa del suo medico da buontemponi notturni sia stata subito ornata di ghirlande, tra le quali leggevasi l'iscrizione Liberatori patriae S. P. Q. R. Vero è anche che il Giovio, nell'avocazione generale delle rendite ecclesiastiche, perdette la sua e in compenso non ricevette che una semplice prebenda, perchè «non era poeta», vale a dire pagano. Ma era scritto che Adriano dovesse essere l'ultima grande vittima di questa specie. Dopo il sacco di Roma (1527), colla maggior corruzione della vita venne anche visibilmente mancando la maldicenza.