Ma quando essa era ancora in voga, era sorto, specialmente a Roma, il più grande maldicente del tempo moderno, Pietro Aretino. Uno sguardo a quest'uomo ci risparmierà di occuparci di altri minori della stessa risma.
Quella parte della sua vita che più particolarmente è conosciuta, sono i tre ultimi decenni (1527-1556) che egli passò a Venezia, unico asilo divenuto possibile per lui. Di là egli tenne tutte le celebrità d'Italia in una specie di stato d'assedio; e quivi anche affluivano i doni dei principi stranieri, che si servivano della sua penna o la temevano. Carlo V e Francesco I gli pagavano ambedue una pensione, perchè ognuno di essi sperava che l'Aretino avrebbe offeso le suscettibilità dell'altro: egli adulò entrambi, ma naturalmente si tenne più stretto a Carlo, perchè questi restò padrone d'Italia. Dopo la spedizione di Tunisi (1535) l'adulazione si mutò addirittura in una ridicola apoteosi, che si spiega colla speranza nudrita costantemente dall'Aretino di diventar cardinale coll'ajuto di Carlo. Non pare improbabile che egli godesse di una protezione speciale in qualità di agente segreto di Spagna, appunto perchè e le sue ciarle e il suo silenzio potevano esercitare una certa influenza sui principi minori d'Italia e sulla pubblica opinione. Quanto al Papato, egli si dava l'aria di disprezzarlo profondamente, sotto il pretesto di conoscerlo da vicino; ma il vero motivo era questo, che la Curia romana non poteva e non voleva accordargli più alcun favore[352]. Di Venezia, che gli dava ospitalità, non parlò mai, da uomo prudente. Tutti gli altri suoi rapporti coi grandi non possono qualificarsi che come un accattonaggio volgare e impertinente.
Nell'Aretino si ha il primo grande esempio dell'abuso della pubblicità per iscopi vili e spregevoli. Gli scritti polemici, che cento anni prima s'erano scambiati tra loro il Poggio ed i suoi avversari, non sono certo più castigati nè quanto all'intenzione, nè quanto alla forma: ma non essendo destinati a diffondersi per la stampa, non mirano neanche ad avere una pubblicità troppo estesa e restano sempre chiusi in una sfera ristretta: l'Aretino invece si giova appositamente della stampa per fare il maggior chiasso possibile e per dare alle sue impertinenti contumelie la più ampia pubblicità: sotto un certo punto di vista lo si potrebbe quindi anche annoverare tra i precursori del giornalismo moderno. Infatti era suo uso di far stampare insieme periodicamente le sue lettere ed altri articoli, dopochè già prima erano corsi manoscritti in moltissimi circoli[353].
Paragonato colle penne mordaci del secolo XVIII, l'Aretino ha il vantaggio di non fare ostentazione di principj nè di razionalismo, nè di filantropia, nè di qualunque altra virtù, e nemmeno di qualsiasi scienza: tutto il suo corredo sta nel motto conosciutissimo: Veritas odium parit. Per questa ragione egli non si trovò mai in posizioni false, come, per esempio, toccò più volte a Voltaire, il quale e dovette sconfessare il suo poema sulla Pulcella, e dovette tener nascosti per tutta la sua vita parecchi altri scritti: l'Aretino dava ad ogni cosa il suo nome, ed anche negli ultimi anni egli menava un gran vanto de' suoi Ragionamenti, che ebbero una sì scandalosa celebrità. Il suo talento letterario, la sua prosa netta e piccante, la sua fina osservazione degli uomini e delle cose lo renderebbero degno in ogni caso di qualche attenzione, quand'anche gli sia mancata del tutto l'attitudine a concepire un'opera d'arte propriamente detta, nè sia giunto a dare neanche mai un intreccio veramente drammatico di qualsiasi commedia. Inoltre egli possedette, accanto ad una malvagità la più grossolana e raffinata ad un tempo, una splendida disposizione al grottesco, che in più d'un caso lo farebbe degno di stare a fianco allo stesso Rabelais[354].
In simili circostanze e con tali mezzi e intendimenti egli si lancia talvolta sulla sua preda, talvolta le gira d'attorno. L'invito ch'egli fa a Clemente VII, perchè, invece di querelarsi, perdoni[355], mentre il grido doloroso di Roma straziata è tanto forte da dover essere udito anche in Castel S. Angelo, dove il Papa è rinchiuso, non è che un amaro dileggio, il sorriso infernale di satana o la smorfia brutale di una scimmia. Talvolta, quando perde affatto la speranza di un qualche dono, il suo furore prorompe in un urlo selvaggio, come, per esempio, nel Capitolo al principe di Salerno, che per un certo tempo l'aveva stipendiato, e poscia voleva disfarsene. Per contrario sembra che il terribile Pier Luigi Farnese, duca di Parma, non si sia mai curato di lui. Siccome a questo principe tornava affatto indifferente che si dicesse bene o male de' fatti suoi, non era così facile il morderlo in guisa ch'egli se ne risentisse: l'Aretino vi si provò, qualificando il suo contegno come quello di uno sgherro, di un mugnajo e di un fornajo[356]. Comicamente buffo è l'Aretino ogni qualvolta assume il tuono del querulo accattonaggio, come, per esempio, nel capitolo a Francesco I; mentre invece parranno sempre ributtanti, ad onta di tutta la loro vena comica, le sue lettere, e le sue poesie, dove le minacce si alternano sempre colle più vili adulazioni. Una lettera come quella da lui diretta nel novembre del 1545 a Michelangelo[357] non ha forse l'eguale al mondo. In mezzo alle proteste della più grande ammirazione (pel Giudizio universale), egli esce contro di lui in invettive e minacce per la sua irreligione e scostumatezza, e lo accusa perfino di ladroneccio (a danno degli eredi di Giulio II), aggiungendo da ultimo in un poscritto: «vi ho voluto solamente mostrare che se voi siete di-vino (divino), anch'io non sono d'acqua». Infatti anche l'Aretino teneva molto — non si sa se per boriosa vanità o pel gusto di parodiare ogni cosa celebre — ad esser detto il divino, e realmente la personale sua celebrità crebbe a tal punto, che in Arezzo si additava la casa dov'egli era nato, come una rarità degna d'essere veduta[358]. D'altra parte è vero altresì, che vi furono circostanze, nelle quali egli per mesi interi non osava varcare la soglia di casa sua in Venezia, per non cadere nelle mani di qualche fiorentino da lui offeso e specialmente in quelle del più giovane degli Strozzi; nè gli mancarono colpi di pugnale e di bastone, che a guisa di avvertimenti[359] doveano farlo stare in sull'avviso, sebbene non abbiano avuto quelle terribili conseguenze, che il Berni gli aveva predette in un famoso sonetto, essendo egli morto invece di apoplessia.
Nell'adulare egli non si contiene sempre ad un modo, ed anche ciò va notato. Con gli stranieri procede gonfio ed ampolloso[360], con gli italiani e specialmente col duca Cosimo di Firenze muta affatto registro. In quest'ultimo egli loda specialmente la bellezza della persona, che in fatto il principe, ancor giovane, possedeva, al pari d'Augusto, in grado eminente; loda il suo contegno, affatto morale, non senza però dare un tocco incidentalmente alle speculazioni pecuniarie della madre di Cosimo, Maria Salviati, e chiude al solito con un piagnucoloso fervorino, nel quale chiede soccorsi, attesa la carezza dei viveri, e simili. Ma se Cosimo gli accordò una pensione[361], ed anche abbastanza lauta in relazione alla consueta sua parsimonia (negli ultimi anni ammontava a centosessanta ducati annui), ciò non accadde certamente che per uno speciale riguardo alla sua qualità di agente segreto di Spagna. Infatti per questa sua qualità l'Aretino avrebbe potuto, all'occorrenza, ridersi altamente del duca e al tempo stesso minacciare l'inviato fiorentino di provocare dal duca stesso l'immediato suo richiamo. E se anche il Medici da ultimo s'accorse di essere stato già indovinato da Carlo V, egli non poteva ad ogni modo essere contento che alla corte imperiale circolassero eventualmente gli scherni e i dileggi dell'Aretino contro di lui. Di buon genere altresì è l'adulazione da lui usata col tanto celebre marchese di Marignano, che «qual castellano di Musso» avea cercato di crearsi una signoria. Per ringraziarlo di cento scudi inviatigli, l'Aretino scrive: «tutte le qualità che un principe deve avere, si trovano in voi, e questo lo potrebbe facilmente vedere ognuno, se l'uso della violenza, che è necessaria in tutte le cose sul loro principiare, non vi facesse apparire ancora un po' aspro»[362].
Spesse volte fu messo in rilievo come una singolarità il fatto, che l'Aretino non disse male degli uomini soltanto, ma di Dio stesso. Qual genere di fede religiosa possa egli avere avuto, torna perfettamente inutile il ricercarlo di fronte alle sue azioni, che parlano già da sè, nè potrebbe dedursi nemmeno da' suoi scritti ascetici, ch'egli compose con viste tutt'altro che religiose[363]. Ma del resto non si saprebbe davvero trovare una ragione, per cui egli avesse dovuto prendersela colla Divinità. Egli non fu mai un pensatore nel senso più rigoroso della parola, nè insegnò o professò veruna speciale dottrina filosofica: egli non poteva neanche nutrir la speranza di estorcere da Dio, o con le adulazioni o con le minacce, un soccorso qualsiasi in danaro; egli per ultimo non poteva nemmeno riguardarsi come offeso da un eventuale rifiuto. Come mai un uomo simile avrebbe sprecato le sue forze inutilmente e senza un immediato e pratico tornaconto?
Il migliore indizio dello spirito odierno degli Italiani è appunto questo, che un carattere come quello dell'Aretino ed un modo di agire pari al suo sarebbero oggidì in mille guise impossibili. Ma dal punto di vista storico quest'uomo conserverà sempre un'alta importanza.