Ma noi dobbiamo ancora una parola a Pico, prima di passare a dir degli effetti dell'umanismo in generale. Egli è l'unico che a voce alta e con vero coraggio difese i diritti della scienza e della verità in tutti i tempi, di fronte all'esclusiva preponderanza dell'antichità greco-romana.[419] Egli ricolloca nel posto loro dovuto non solo Averroè e gl'investigatori ebraici, ma anche gli Scolastici del medio-evo, dai quali si fa dire: «noi vivremo eternamente, non nelle scuole dei compilatori di sillabe, ma nella cerchia elevata dei dotti, che non discutono più sulla madre di Andromaca o sui figli di Niobe, ma sulle ragioni arcane e profonde di ogni cosa umana e divina: chi si avvicinerà un poco, vedrà che anche i Barbari avevano lo spirito (Mercurium) non sulla lingua, ma nel petto». Con uno stile vigoroso e non del tutto disadorno e con una esposizione nitida e serrata egli combatte il pedantesco purismo e l'esagerata venerazione per una forma non naturale, ma imitata, specialmente se è congiunta con un ingiusto esclusivismo e col sacrificio della verità sostanziale delle cose. In lui può vedersi quale elevato indirizzo avrebbe preso la filosofia in Italia, se la Contro-riforma non vi avesse soffocato ogni libero slancio del pensiero.

CAPITOLO IV. L'umanesimo nel secolo XIV.

Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca, e Boccaccio. — Il Boccaccio primo campione dell'antichità. — L'incoronazione dei poeti.

Ora chi furono coloro, che si fecero mediatori tra la venerata antichità ed il presente, e che volevano trasfondere in questo la vita e la cultura di quella?

Ella è una schiera di cento figure diverse, la quale assume oggi un aspetto, domani un altro, ma che in mezzo a ciò ha la coscienza di essere un elemento nuovo nella vita civile, e come tale è considerata anche dai contemporanei. Come loro precursori possono, prima di ogni altro, riguardarsi quei Clerici vagantes del secolo XII, della poesia dei quali s'è già parlato altrove (v. pag. 234): identica l'instabilità dell'esistenza, identico il modo di guardare, talvolta anche troppo liberamente, la vita, identica la tendenza a dare, almeno in sul principio, un'intonazione antica alla poesia. Ma ora, di fronte all'intera cultura del medio-evo pur sempre chiesastica, e coltivata di preferenza dal clero, sorge una nuova cultura, la quale precipuamente s'attiene a ciò che sta al di là del medio-evo, in un'epoca anteriore. I rappresentanti più attivi di essa acquistano una grande importanza[420], perchè sanno ciò che seppero gli antichi, perchè cercano di scrivere come scrissero gli antichi, perchè cominciano a pensare e a sentire come pensarono e sentirono gli antichi. La tradizione, alla quale essi si volgono, in mille punti si viene trasformando in una vera riproduzione.

Taluni fra i moderni lamentarono più volte che i primordî di una cultura senza paragone più autonoma, e schiettamente italiana, quali si manifestarono intorno al 1300 in Firenze, sieno stati più tardi completamente soffocati dalla scuola degli umanisti[421]. Nel secolo XIV, a detta di costoro, tutti sapevano leggere in Firenze; perfin gli asinai cantavano per le vie i versi di Dante; i migliori manoscritti erano quelli posseduti e copiati da artefici fiorentini; e in allora fu anche possibile la formazione di una enciclopedia popolare, quale il «Tesoro» di Brunetto Latini. Tutto ciò non era dovuto certamente ad altro, fuorchè alla forte tempra di carattere che era in tutti, e questa alla sua volta s'era venuta formando e dalla lunga esperienza nelle cose di Stato, e dal movimento commerciale vivissimo, e dai viaggi assai frequenti, e in generale dall'abborrimento in cui vi si aveva la vita oziosa e indolente. Per queste doti il popolo fiorentino era salito in tal rinomanza presso tutte le nazioni, che papa Bonifacio VIII non esitò a chiamarlo il quinto elemento del mondo. Ora l'umanismo, colla diffusione sempre maggiore che ebbe sino dal 1400 in Italia, arrestò d'un tratto tutto quel moto naturale e spontaneo, abituò a chiedere alla sola antichità la soluzione di qualunque problema, ridusse la letteratura ad un semplice sfoggio di citazioni, e contribuì perfino alla rovina definitiva della libertà, mentre tutta questa erudizione non si basava che in una servile soggezione all'autorità altrui e sacrificava ogni privilegio o prerogativa speciale all'universalità del diritto romano, cercando e ottenendo in tal modo il favore di tutti i tiranni.

Tutte queste accuse ci occuperanno altrove, quando sarà il caso di discuterne il vero valore e di bilanciare il pro' ed il contro della questione. Qui per ora ci preme soltanto di stabilire come cosa di fatto, che fu anzi la stessa cultura del vigoroso secolo XIV quella che preparò necessariamente la vittoria completa dell'umanismo, e che appunto i più grandi nel campo della letteratura italiana propriamente detta sono stati i primi ad aprire tutte le porte all'invasione dell'antichità nel secolo XV.


Prima d'ogni altro Dante. Se una serie di genii pari al suo avesse, dopo di lui, potuto condurre sempre più innanzi la letteratura italiana, essa, in onta a tutti gli elementi antichi che vi si introdussero, non avrebbe mai mancato di serbare un'impronta affatto nazionale e sua propria. Ma nè l'Italia, nè l'intero Occidente hanno più prodotto un secondo Dante, e così egli rimase pur sempre il primo, che condusse l'antichità al limitare della nuova cultura moderna. Però è vero che nella Divina Commedia egli non tratta in modo uguale il mondo antico e il mondo cristiano; ma pure li fa sempre correre parallelli fra loro, e come il medio-evo antecedente avea messo insieme i tipi e i contro-tipi tolti dalle storie e dalle figure dell'antico e del nuovo Testamento, così egli appaja di regola un esempio cristiano con uno pagano del medesimo fatto[422]. Ora non si deve dimenticare che il mondo fantastico cristiano e la sua storia erano noti universalmente, mentre invece l'antichità pagana era relativamente assai poco conosciuta, possedeva quindi una maggiore attrattiva e doveva destare una più grande curiosità nell'universale, quando non ci fosse stato nessun Dante, che avesse potuto mantenere le cose in giusto equilibrio.