Il Petrarca nell'opinione dei più non vive oggidì che come un grande poeta: presso i suoi contemporanei invece la sua fama si basava assai più sulla sua erudizione, in quanto egli era quasi una personificazione dell'antichità, imitava tutti i generi della poesia latina e scriveva lettere, le quali, come trattati speciali su singoli punti dell'antichità, ebbero in quel tempo senza manuali un valore, che ognuno può facilmente comprendere.

Nè la cosa andava gran fatto diversamente quanto al Boccaccio. Egli era celebre in tutta Europa da ben duecento anni, prima che al di la delle Alpi si sapesse qualche cosa del suo Decamerone, soltanto per le sue opere mitografiche, geografiche e biografiche scritte in lingua latina. Una di esse, De Genealogia Deorum, contiene nei libri decimoquarto e decimoquinto una notevole appendice, nella quale egli discute la posizione del giovane umanismo di fronte al suo secolo. Il fatto che egli limita sempre il suo discorso alla sola «poesia», non deve per avventura trarre altri in errore; guardando un po' più addentro alla sostanza di quel lavoro, si scorge tosto, che il suo pensiero abbraccia l'intero campo d'attività del poeta-filologo.[423] E sono i nemici di questa che egli combatte più vivamente: i frivoli ignoranti che non vivono che per la gozzoviglia e la crapula: gli schifiltosi teologi, che riguardano come semplici follie le allusioni al monte Elicona, alla fonte Castalia e al sacro bosco di Febo; gli avidi giuristi, che considerano come inutile la poesia, perchè, non dà alcun guadagno materiale: finalmente i monaci mendicanti (indicati con una perifrasi abbastanza chiara), che si lagnano dell'indirizzo pagano e immorale della società.[424] Dopo ciò segue la difesa esplicita, anzi l'elogio della poesia, e in modo speciale del senso recondito ed allegorico, che le si deve dare dovunque, e di quella oscurità, che le è necessaria per tener lontane da essa tutte le menti ottuse degli ignoranti. Da ultimo giustifica lo slancio che presero gli studi dell'antichità al tempo suo, con evidente allusione alla dotta sua opera.[425] In altri tempi, egli dice, questi studi potevano essere pericolosi, perchè le condizioni sociali erano diverse dalle presenti, e la Chiesa primitiva avea bisogno di difendersi contro i pagani: oggidì — per la grazia di Gesù Cristo — la vera religione si è raffermata nelle sue basi, ogni traccia di paganesimo è scomparsa, e la Chiesa vittoriosa è padrona del campo: oggidì si può accostarsi all'antichità pressochè (fere) senza pericolo alcuno. È lo stesso argomento, che più tardi addussero in propria difesa gli uomini del Rinascimento.

S'era dunque manifestato un fatto nuovo nel mondo ed era sorta una nuova classe d'uomini a rappresentarlo. Egli è inutile il questionare se questo fatto avrebbe dovuto arrestarsi a mezzo il corso della sua carriera ascendente, per cedere la prevalenza all'elemento prettamente nazionale: l'opinione di tutti in questo riguardo era una sola, che cioè l'antichità costituiva una delle più splendide glorie della nazione italiana.


Essenzialmente propria a questa prima generazione di poeti-filologi è una ceremonia simbolica, che non cessò neanche nei secoli XV e XVI, sebbene vi abbia perduto tutto il lato sentimentale, vogliamo dire l'uso di incoronare i poeti con una corona d'alloro. Le origini di questa ceremonia si perdono nelle tenebre del medioevo, nè si sa che per essa abbia mai esistito un rito speciale: era una dimostrazione pubblica, una testimonianza onorifica resa al merito letterario,[426] e, appunto per questo, anche qualche cosa di essenzialmente variabile. Dante, per esempio, sembra che la riguardasse come una specie di consacrazione religiosa: egli voleva porsi in capo da sè la corona nel battistero di S. Giovanni, dove egli stesso e centinaja di migliaia di fiorentini erano stati battezzati.[427] Egli avrebbe potuto, dice il suo biografo, in virtù della sua rinomanza ottenere l'alloro dovunque, ma non lo voleva che in patria, e perciò morì senza riceverlo. Da questo stesso biografo noi apprendiamo inoltre, che sino a questo tempo un tal uso non vi fu mai in Firenze, e passava comunemente come cosa ricevuta in eredità dai Greci e dai Romani. Le più vicine reminiscenze infatti si rannodavano al fatto delle gare capitoline, fondate sul modello di quelle di Grecia, tra suonatori di cetra, poeti ed altri artisti, che, da Domiziano in poi, si celebravano ogni cinque anni, e che sembrano essere sopravissute qualche tempo anche dopo la caduta dell'impero d'occidente. Ora, posto il caso che uno non osasse incoronarsi da sè, come avrebbe voluto far Dante, era naturale che si domandasse quale avrebbe dovuto essere l'autorità, cui un tale ufficio spettasse? Albertino Mussato (v. pag. 196) fu incoronato a Padova dal vescovo e dal rettore dell'università; per l'incoronazione del Petrarca erano in contesa fra loro (1341) l'università di Parigi, che appunto allora aveva a rettore un fiorentino, e l'autorità municipale di Roma; e dal canto suo anche l'esaminatore, che egli stesso si era scelto, il re Roberto d'Angiò, volentieri avrebbe compito la ceremonia di propria mano a Napoli, se il poeta, come è noto, non avesse preferito l'incoronazione in Campidoglio di mano del senatore di Roma. Dopo un tale esempio, il Campidoglio rimase per qualche tempo la meta di tutte le ambizioni, e tra gli altri vi aspirò, per esempio, un Jacopo Pizinga, illustre magistrato siciliano.[428] Ma tosto dopo comparve in Italia Carlo IV, che si compiaceva moltissimo di appagare la vanità degli uomini ambiziosi e di imporre alle moltitudini spensierate con l'apparato di ceremonie grandiose e solenni. Partendo dalla supposizione, che l'incoronazione dei poeti fosse stata una volta un privilegio esclusivo degl'imperatori romani e che quindi allora spettasse a lui, egli incoronò a Pisa il dotto Zanobi della Strada,[429] a gran dispetto del Boccaccio, che a nessun patto volea riconoscere come legittima questa laurea pisana (l. c.). E per verità si poteva anche chiedere, come quello straniero mezzo slavo e mezzo tedesco fosse in diritto di sedere a giudice del vero merito dei poeti italiani. Ma, ciò non ostante, l'esempio incoraggiò, ed altri imperatori in viaggio coronarono or qua, or là qualche poeta, dietro di che alla lor volta nel secolo XV anche i Papi ed altri principi non vollero restarsi addietro, sino a che da ultimo non si badò più nè al luogo, nè ad altre circostanze. A Roma, al tempo di Sisto IV, l'accademia di Pomponio Leto distribuiva di propria autorità corone d'alloro.[430] I Fiorentini ebbero il tatto di coronare i loro umanisti solo dopo morti; e così furono coronati Carlo Aretino e Leonardo Aretino, al primo dei quali Matteo Palmieri, e al secondo Giannozzo Mannetti recitarono l'elogio funebre in presenza di tutto il popolo e dei signori del Concilio. In tali circostanze era d'uso che l'oratore parlasse stando ad uno dei lati della bara, sulla quale giaceva il cadavere tutto vestito in seta.[431] Oltre a ciò, Carlo Aretino fu onorato di un monumento (in Santa Croce), che è uno dei più belli dell'epoca del Rinascimento.

CAPITOLO V. Le Università e le Scuole.

L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie. — L'istruzione superiore privata; Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione dei principi.

L'influenza dell'antichità sulla cultura, della quale oggimai dobbiamo discorrere, presupponeva innanzi tutto che l'umanismo s'impadronisse delle Università. E ciò veramente accadde, ma non in quelle proporzioni e con quegli effetti, che altri a prima vista potrebbe credere. Le Università d'Italia[432] per la maggior parte hanno un vero splendore soltanto nel corso dei secoli XIII e XIV, allorquando la crescente ricchezza domandava anche una cura maggiore della vita intellettuale della nazione. In origine esse non avevano per lo più che tre cattedre: una di gius canonico, una di gius civile e una di medicina: col tempo se ne aggiunsero altre tre, quella di rettorica, quella di filosofia e una terza di astronomia, che di regola, ma non sempre, era una cosa identica coll'astrologia. Gli stipendi dei professori variavano estremamente: talvolta consistevano perfino in un capitale dato per una volta tanto. Coll'allargarsi della cultura cominciarono le gare e le gelosie, per modo che l'una Università cercava di rubare all'altra i più celebri maestri, e per effetto di tali circostanze vuolsi che Bologna talvolta abbia speso per l'Università non meno della metà delle rendite dello Stato (20,000 ducati). Gli uffici si conferivano ordinariamente solo per un tempo determinato,[433] e perfino per singoli semestri, in guisa che i docenti menavano vita nomade, al pari dei comici; taluni però s'accordavano per tutta la durata della loro vita. Talvolta dovean promettere di non insegnare in nessun'altra Università ciò che aveano insegnato in una. Oltre a ciò v'erano anche dei docenti liberi, senza stipendio. Delle cattedre or ora menzionate naturalmente quella di rettorica era la più ambita dagli umanisti; ma non dipendeva che dalla quantità delle cognizioni che uno possedeva intorno all'antichità, ch'egli potesse aspirare anche a quelle di giurisprudenza, di medicina, di filosofia o di astronomia. I rapporti intrinseci delle scienze erano ancora molto mobili, al pari delle condizioni estrinseche e materiali degli insegnanti. Oltre a ciò non deve tacersi, che alcuni giuristi e medici godevano i maggiori stipendi, i primi specialmente come grandi consultori dello Stato che li pagava, per la trattazione delle sue cause e de' suoi processi. In Padova nel secolo XV un professore di diritto fu pagato mille ducati annui[434] e ad un celebre medico se ne volevano dare duemila e il diritto di libera pratica, dopochè egli sino a quel momento a Pisa era stato stipendiato con settecento fiorini d'oro.[435] Quando il giureconsulto Bartolommeo Socini, professore a Pisa, accettò dal governo di Venezia una cattedra a Padova e voleva partire per quella città, la Signoria di Firenze lo fece arrestare e non volle lasciarlo libero che dietro una cauzione di 18,000 fiorini d'oro.[436] Egli è appunto in virtù dell'alto conto in cui si tenevano queste professioni speciali, che si arriva a comprendere come illustri filologi abbiano aspirato a cattedre di diritto e di medicina, mentre d'altra parte è anche vero che chi voleva in qualsiasi materia tener pubbliche lezioni, non poteva dispensarsi dal mescolarvi per entro una forte dose di tintura umanistica. Dell'attività degli umanisti in altri rami avremo occasione di parlare fra non molto.

Tuttavia le cattedre dei filologi, come tali, benchè in singoli casi provvedute di abbastanza lauti stipendi ed emolumenti accessori,[437] appartengono nel complesso alla classe di quelle che erano mobili e transitorie, in guisa che lo stesso uomo poteva prestar l'opera sua ed essere remunerato al tempo stesso in più d'una Università. Evidentemente si amavano i mutamenti, sperandosi sempre di udir qualche cosa di nuovo da ogni nuovo arrivato, come d'altronde è facile a comprendere con una scienza ancora in istadio di formazione e quindi anche legata in gran parte al merito personale di chi la insegnava. Non è neppur sempre detto che colui che leggeva sugli autori antichi e li interpetrava, appartenesse effettivamente all'Università, potendo benissimo aver bastato un semplice invito privato, quando i mutamenti erano sì facili, e sì grande il numero dei locali disponibili (nei conventi ecc.). In quegli stessi primi decenni del secolo XV,[438] nei quali l'Università di Firenze toccò il colmo del suo splendore, e in cui i cortigiani di Eugenio IV e forse anche di Martino V si affollavano nelle aule per assistere alle gare di Carlo Aretino e del Filelfo, esisteva non solamente una seconda Università quasi completa presso gli Agostiniani di Santo Spirito, ma anche una considerevole riunione presso i Camaldolesi degli Angeli, e singoli gruppi di ragguardevoli privati, che si tassavano spontaneamente per farsi leggere questo o quel corso di filologia o di filosofia. Lo studio della filologia e dell'antiquaria in Roma non aveva quasi rapporto alcuno coll'Università (la Sapienza), e si basava quasi esclusivamente parte sopra una speciale protezione personale dei singoli Papi e prelati, parte sugli uffici accordati nella Cancelleria papale. Appena sotto Leone X fu posto mano ad una grandiosa riorganizzazione della Sapienza, con ottant'otto insegnanti, tra i quali le più grandi celebrità d'Italia anche per le scienze archeologiche; ma quel nuovo splendore fu di assai breve durata. — Delle cattedre di greco in Italia abbiamo già brevemente toccato (v. pag. 262).

Insomma, per farsi un'idea generale dei modi con cui allora veniva impartita la scienza, si dovrà, quanto più è possibile, distogliere l'occhio da tutte le nostre attuali istituzioni accademiche. Le conversazioni e le dispute personali, l'uso costante del latino, e presso molti anche del greco, finalmente lo scambio frequente degli insegnanti e la rarità dei libri davano agli studi d'allora un aspetto, che noi non possiamo figurarci, se non astraendo in tutto dal presente.