Scuole di latino vi erano in ogni città alquanto considerevole, e non già soltanto come preparazione agli studi superiori, ma propriamente perchè la cognizione della lingua latina si reputava quivi necessaria al pari del leggere, dello scrivere e del far conti; dopo ciò seguiva immediatamente la logica. È cosa notevole che queste scuole non dipendevano dalla Chiesa, ma dall'autorità municipale; parecchie erano sorte anche per la sola iniziativa privata.
Tutto questo organismo scolastico sotto la direzione di valenti umanisti non solo si sollevò ad un alto grado di perfezione, ma divenne effettivamente una fonte di educazione superiore.
Ma all'educazione dei figli di due case principesche dell'Italia settentrionale andarono connesse altre istituzioni, che veramente potevano dirsi uniche nel loro genere.
Alla corte di Giovan Francesco Gonzaga in Mantova (1407-1444) venne chiamato l'illustre Vittorino da Feltre,[439] uno di quegli uomini che consacrarono l'intera loro esistenza ad uno scopo, pel quale si sentivano di dentro una vocazione affatto speciale. Egli educò innanzi tutto i figli e le figlie del duca, ed una di queste fu da lui condotta tant'oltre, da farne una donna veramente dotta; ma quando la sua fama si sparse per tutta Italia e a lui affluivano da tutte le parti i figli delle più potenti e ricche famiglie, il Gonzaga non solo permise che Vittorino consacrasse le sue cure anche a questi, ma pare anzi che si tenesse altamente onorato, che Mantova fosse riguardata come la casa di educazione di tutto il mondo elegante. Qui, per la prima volta, all'istruzione scientifica si videro associati anche i più lodati fra gli esercizi ginnastici, come elemento indispensabile per una educazione completa. Ma a questi figli dell'aristocrazia non tardarono ad aggiungersi altri, nell'educazione dei quali Vittorino pare che riconoscesse lo scopo più alto della sua missione, ed erano i poveri dotati di singolari attitudini, che egli nutriva ed allevava in sua casa per l'amore di Dio, abituando così i privilegiati della fortuna a rispettare in questi il privilegio dell'ingegno. Il Gonzaga gli pagava annualmente trecento fiorini d'oro, ma coperse sempre del suo l'eccedente della spesa, che spesse volte importava altrettanto. Egli sapeva che Vittorino non faceva per sè il più piccolo risparmio, e senza dubbio capiva che l'educazione accordata ai giovani privi di mezzi era la tacita condizione, alla quale quell'uomo veramente maraviglioso si acconciava a servirlo. Il sistema della casa era strettamente religioso, quanto in qualsiasi convento.
Un indirizzo più accentuatamente scientifico è quello che seguì Guarino da Verona,[440] il quale nel 1429 fu chiamato a Ferrara da Niccolò d'Este per l'educazione del proprio figlio Lionello, e poscia, dal 1436 in avanti, quando ormai il suo allievo era fatto uomo, vi rimase in qualità di professore di eloquenza e di ambedue le lingue classiche presso quell'Università. Anch'egli, fin da quando istruiva Lionello, aveva accolto in sua casa un drappello scelto di giovani poveri di diversi paesi, che manteneva in parte ed anche del tutto a sue spese: le ore della sera sino a notte avanzata erano quelle, che egli consacrava a questi ultimi, ripetendo le lezioni già date. Anche qui la religione e la morale erano rigorosamente osservate; nè certamente dipendette dal Guarino, o da Vittorino che la maggior parte degli umanisti del loro secolo non meritassero poi molta lode sotto questo doppio punto di vista. Egli è quasi incomprensibile, come il Guarino, con una attività quale era la sua, abbia tuttavia trovato il tempo necessario per condurre a termine tante traduzioni dal greco e tanti lavori originali, come fece.
Oltre a quelle due corti, anche nella maggior parte delle altre d'Italia l'educazione delle famiglie principesche venne, almeno in parte e per alcuni anni, in mano agli umanisti, i quali con ciò fecero un passo più addentro nella vita delle corti. Lo scriver trattati sull'educazione degli uomini destinati a regnare era stato fin qui il compito esclusivo dei teologi: ora fu tutto affare degli umanisti, ed Enea Silvio, per esempio, stese per due giovani principi della casa d'Absburgo speciali trattati sulla loro educazione ulteriore,[441] nei quali naturalmente egli raccomanda il culto dell'umanismo nel senso, nel quale lo intendevano gl'Italiani. Pare ch'egli prevedesse già lo scarso frutto de' suoi precetti, poichè lo vediamo adoperarsi in ogni maniera perchè quegli scritti avessero grande diffusione anche altrove. Ma dei rapporti degli umanisti coi principi parleremo ora un po' più largamente.
CAPITOLO VI. I fautori dell'umanismo.
Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi Medici. — Principi: i Papi da Nicolò V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo Malatesta.
Innanzi tutto degni di menzione sono, specialmente a Firenze, quei cittadini, che dello studio dell'antichità fecero lo scopo principale della loro vita, e in parte divennero essi stessi grandi eruditi, in parte grandi dilettanti, che aiutarono gli eruditi (cfr. a pag. 254 e segg). Pel periodo di transizione, che comincia al principio del secolo XV, essi hanno un'importanza grandissima, perchè pei primi tradussero praticamente nella vita l'umanismo, come un elemento affatto indispensabile. I principi e i Papi non se ne interessarono seriamente se non molto più tardi. Di Nicolò Niccoli e di Giannozzo Manetti s'è già parlato più volte e da molti. Nicolò ci vien dipinto da Vespasiano (pag. 625) come un uomo, il quale, anche in tutto ciò che al di fuori lo circondava, non tollerava nulla, che non avesse una certa impronta di antichità. Di bell'aspetto, avvolto in un lungo paludamento, affabile nei discorsi, circondato dai capolavori dell'arte antica, lasciava di sè in tutti un'impressione singolare e maravigliosa; amantissimo della pulitezza in ogni cosa, egli la portava allo scrupolo nel servizio della tavola, sulla quale non figuravano che vasi e calici antichi e lini candidissimi.[442] Il modo con cui seppe guadagnarsi l'animo di un giovane fiorentino rotto ad ogni vizio, è troppo singolare per non dover esser qui raccontato[443] colle parole stesse del suo biografo: