«Messer Piero de' Pazzi, figliuolo di messer Andrea, sendo giovane di bellissimo aspetto e dato molto ai piaceri del mondo, alle lettere non pensava, perchè il padre era mercadante, e, come fanno quelli che non n'hanno notizia, non le stimava, nè pensava che il figliuolo vi desse opera... Sendo in Firenze Nicolao Niccoli, ch'era un altro Socrate e un altro Catone di continenza e di virtù, passando uno dì messer Piero, senza che mai gli avesse favellato, nel passare dal palazzo del Podestà[444] lo chiamò, vedendo uno giovane di sì bello aspetto. Sendo Nicolao uomo di grandissima riputazione, subito venne a lui. Venuto, come Nicolao lo vide, lo domandò di chi egli fosse figliuolo. Risposegli, di messer Andrea de' Pazzi, Domandollo, quale era il suo esercizio. Rispuose, come fanno i giovani: attendo a darmi buon tempo. Nicolao gli disse: sendo tu figliuolo di chi tu sei e di buono aspetto, egli è una vergogna che tu non ti dia a imparare le lettere latine, che ti sarebbero uno grande ornamento; e se tu non le impari, tu non sarai stimato nulla: passato il fiore della tua gioventù, ti troverai senza virtù ignuna. Messer Piero, udito questo da Nicolao, subito gustò e conobbe ch'egli diceva il vero, e sì gli disse che volentieri vi darebbe opera, quando egli avesse uno precettore, che si lascierebbe consigliare a lui. Nicolao gli disse che del precettore e de' libri lasciasse pensare a lui, che lo provvederebbe d'ogni cosa. A messer Piero parve che gli fosse venuta una grande ventura. Dettegli Nicolao uno dottissimo uomo, che si chiamava il Pontano, peritissimo in greco ed in latino, e ricolselo messer Piero in casa, dove lo teneva onoratissimamente servito con uno famiglio e con salario di cento fiorini l'anno. Lasciò andare messer Piero infinite lascivie e voluttà, alle quali egli era volto, e dettesi in tutto alle lettere, che il dì e la notte non attendeva ad altro, in modo che non passò molto tempo che sendo messer Piero di prestantissimo ingegno, ed avendo uno dottissimo precettore, cominciò a avere buonissima notizia delle lettere latine, delle quali egli acquistò grandissimo onore e n'ebbe grande riputazione,..... Imparò l'Eneide di Virgilio a mente, e molte orazioni di Livio in soluta orazione, per spasso, andando a uno suo luogo che aveva, e che si chiamava il Trebbio».


In senso diverso e più elevato rappresenta l'antichità Giannozzo Manetti.[445] Mostrando ancor da fanciullo una maturità precoce, egli avea fatto il suo alunnato nel commercio e teneva i registri di un banchiere; ma dopo qualche tempo questo genere di vita gl'increbbe, come vano ed effimero, ed aspirò alla scienza, per la quale soltanto l'uomo può assicurarsi l'immortalità. E allora, primo fra tutti i nobili fiorentini, si seppellì fra i libri e divenne, come già s'è notato, uno dei più grandi eruditi dell'epoca sua. Ma quando lo Stato lo adoperò al suo servizio, mandandolo a Pescia e a Pistoia in qualità di pubblico esattore e poi di Podestà, egli tenne questi uffici in modo da far palese a tutti l'alto concetto che egli aveva della propria missione, ispiratogli senza dubbio dalla vastità de' suoi studi e da un sentimento di pietà religiosa, che in lui era schietto e profondo. Egli curò la riscossione delle imposte le più odiose decretate dallo Stato, rinunciando ad ogni retribuzione per sè; quale preposto alla provincia, la provvide di vettovaglie, respinse qualsiasi dono, compose le liti e fece quanto era in poter suo per domare colla dolcezza la ferocia delle passioni. I Pistoiesi non furono mai in grado di dire a quale dei due partiti, in che era allora divisa la loro città, egli di preferenza inclinasse: e, quasi a prova ch'egli aveva ugualmente a cuore la sorte e il diritto di tutti, scrisse nelle ore d'ozio la storia di Pistoia, che poi legata in porpora fu custodita, come preziosa reliquia, nel palazzo del Comune. Alla sua partenza la città gli regalò una bandiera con suvvi il proprio stemma ed uno splendido elmo d'argento.

Per quanto riguarda gli altri dotti cittadini di Firenze di questo tempo, noi dobbiamo riportarci a ciò che ne dice Vespasiano (che li conosceva tutti), perchè l'ambiente nel quale egli scrive e le circostanze per le quali egli si trova a contatto con quei personaggi, sono spesso assai più importanti che le cose stesse, ch'egli ci narra. Parlandone di seconda mano e colla compendiosa brevità, alla quale qui siamo condannati, noi non faremmo che sciupare questo, che è il pregio principale del suo libro. Non è un grande scrittore, ma conosce addentro tutto il moto del tempo e ne sente a fondo l'importanza morale.

Se poi si vuol conoscere le cause per cui i Medici del secolo XV, Cosimo il vecchio principalmente (morto nel 1464) e Lorenzo il Magnifico (morto nel 1492), esercitarono su Firenze in particolare e sui loro contemporanei in generale un prestigio così potente ed irresistibile, si troverà che esse non derivavano soltanto dalla loro superiorità politica, ma altresì, e molto più forse, dall'essersi essi posti alla testa di tutta la cultura, che allora sorgeva. Chi al posto di Cosimo, come mercadante e capo-parte in Firenze, ha eziandio con sè tutta la schiera degli uomini che pensano, studiano e scrivono; chi per casato è riguardato come il primo tra i Fiorentini, e per cultura il più grande fra gli Italiani, non può dirsi un privato: nel fatto egli è un vero principe. Cosimo ha poi la gloria speciale di aver riconosciuto nella filosofia platonica[446] il più bel frutto della filosofia antica, di aver infuso questa sua persuasione in quanti lo circondavano e così di aver promosso, dentro la cerchia stessa dell'umanismo, un secondo e più sublime risorgimento dell'antichità. Il fatto ci è narrato[447] assai esattamente: tutto ebbe origine dalla chiamata del dotto Giovanni Argiropulo e dallo zelo personale di Cosimo negli ultimi suoi anni, in guisa che, per ciò che riguardava il platonismo, il grande Marsilio Ficino aveva ragione di dichiararsi il figlio spirituale di Cosimo. Sotto Piero de' Medici il Ficino si riguardava già come il capo di una scuola; alla quale passò, abbandonando i Peripatetici, anche il figlio di Piero e nipote di Cosimo, Lorenzo il Magnifico: tra i più illustri fra' suoi condiscepoli vengono menzionati Bartolommeo Valori, Donato Acciajuoli e Pier Filippo Pandolfini. L'ispirato maestro lasciò scritto in più luoghi delle sue opere, che Lorenzo s'era addentrato in tutte le dottrine più recondite del platonismo e s'era dichiarato convinto non potersi quasi, senza esso, essere nè buon cittadino, nè buon cristiano. Il celebre gruppo di dotti, che si raccoglieva intorno a Lorenzo, viveva tutto in questa atmosfera elevata di una filosofia idealistica ed emergeva di gran lunga sopra tutte le altre riunioni di questa specie. Questo solo era l'ambiente, nel quale potea trovarsi a suo agio un uomo come Pico della Mirandola. Ma ciò che ne accresce di gran lunga la lode si è che, accanto ad un culto così vivo per l'antichità, qui ebbe un sacro asilo anche la poesia italiana, e di ciò il merito principale era tutto di Lorenzo. Come uomo di Stato lo giudichi ognuno a sua posta (v. p. 111, 124): uno straniero non si arrogherà mai, se non vi è chiamato, di giudicare qual parte spetti agli uomini, quale alla fortuna nei destini, che ebbe a subire Firenze; ma sarà sempre somma ingiustizia il voler accusare Lorenzo di non aver nel campo della cultura accordata la sua protezione che ad uomini mediocri, di aver fatto fuggire dalla propria patria Leonardo da Vinci e il matematico fra Luca Pacciolo, di non avere in nessun modo incoraggiato il Toscanelli, il Vespucci ed altri. Uomo universale invero egli non fu; ma fra tutti i grandi, che giammai cercarono di promuovere e favorire l'ingegno, fu certo uno dei più magnanimi e liberali e forse l'unico, che lo fece non per iscopi di vanità od ambizione, ma per obbedire ad un bisogno innato dell'animo suo.

Vero è che anche nel nostro secolo si suol proclamare altamente il pregio della cultura in generale e quello dell'antica in modo particolare. Ma una devozione al tutto entusiastica, una persuasione che questo bisogno sia il primo di tutti, non si troverà presso nessun popolo portato a quel grado, a cui la portarono quei Fiorentini del secolo XV e in parte anche del XVI. Le prove, benchè indirette, abbondano e sono tali da non lasciar dubbio alcuno in proposito: non si avrebbe si di frequente ammesso le figlie di famiglia a partecipare agli studi, se questi non fossero stati assolutamente considerati come il più prezioso ornamento della vita: non si sarebbe convertito l'esiglio in un soggiorno di pace e tranquillità, come fece Palla Strozzi; nè uomini, che del resto si permettevano ogni eccesso, avrebbero conservato tanta calma e forza di volontà da illustrare criticamente la storia naturale di Plinio, come fece Filippo Strozzi.[448] Alieni dalla lode e dal biasimo, noi rendiamo loro tanto più volentieri questa giustizia, in quanto l'assunto nostro non è che di investigare e far conoscere lo spirito di un'epoca per ciò che esso è veramente e quale si mostrò nelle sue più splendide manifestazioni. Oltre Firenze, furonvi anche parecchie altre città in Italia, dove e singoli privati e intere associazioni misero in opera tutti i mezzi possibili per promuovere l'umanismo e per soccorrere i dotti che lo rappresentavano. Dalle corrispondenze epistolari di quel tempo si raccoglie una serie abbondantissima di notizie sulle persone che vi presero parte.[449] Le tendenze ufficiali dei meglio istrutti davano quasi sempre l'indirizzo, in un senso o nell'altro, all'entusiasmo di tutti.


Ma è tempo omai di considerar l'umanismo alle corti principesche. Degli intimi rapporti fra il tiranno e il filologo, condannati dal paro a non contare che sopra sè stessi e sul proprio ingegno, s'è già toccato altrove (v. p. 12,188); ma quest'ultimo, per sua stessa confessione, preferiva le corti alle città libere anche per un'altra ragione, vale a dire per le maggiori ricompense, che vi trovava. Al tempo, in cui sembrava che Alfonso il Magnanimo d'Aragona potesse farsi padrone di tutta Italia, Enea Silvio scriveva[450] ad un Sanese suo compatriota: «se sotto la sua signoria l'Italia potesse ricuperare la pace, io ne sarei più lieto che non se ciò accadesse per opera di un qualsiasi governo repubblicano, poichè un animo regale è sempre più proclive a premiare il vero merito».[451] Anche in questo riguardo i moderni s'affrettarono un po' troppo a mettere in rilievo il lato debole di tali rapporti, cioè la smania di circondarsi di adulatori prezzolati, appunto come in altri tempi, invece, dalle lodi esagerate degli umanisti si era tratto argomento per portare di questi stessi principi un troppo favorevole giudizio. Fatta la somma del pro' e del contro, resta pur sempre una testimonianza decisiva in favor loro nel fatto, che essi credettero di dover collocarsi alla testa della cultura del proprio tempo e del proprio paese, per quanto pure essa fosse imperfetta e ristretta. In alcuni Papi poi par quasi favolosa la tranquillità, con la quale videro svolgersi sotto i loro occhi quel lento lavoro di trasformazione che si veniva compiendo.[452] Nicolò V non ci scorgeva nessun pericolo per la Chiesa, perchè migliaia di dotti le stavano a fianco, pronti a difenderla e ad aiutarla. Pio II non si mostra invero troppo largo verso la scienza, e i poeti che rallegrano la sua corte, sono in numero abbastanza ristretto; ma, in compenso, egli stesso personalmente sta a capo della repubblica letteraria e si compiace di questa gloria al tutto profana. Soltanto sotto Paolo II cominciarono i sospetti e le diffidenze contro la cultura umanistica dei secretari apostolici, e i suoi tre successori, Sisto, Innocenzo ed Alessandro accettarono bensì qualche dedica e si lasciarono esaltare dai poeti senza misura (si parla persino di una Borgiade, scritta probabilmente in esametri),[453] ma ebbero in generale ben altre preoccupazioni e cercarono appoggi più solidi, che non fossero le servili adulazioni dei poeti-filologi. Anche Giulio II trovò i poeti che cantarono le sue gesta, e veramente queste erano tali da fornirne sufficiente argomento (v. p. 161 e seg.); ma non pare ch'egli vi abbia mai posto troppo seria attenzione. A lui successe Leone X: «dopo Romolo, Numa», dissero i poeti d'allora, che, dopo un Pontificato tutto dedito alle armi, videro sorgerne uno tutto sacro alle Muse. Il gusto per la bella prosa latina e pei versi ben risonanti era una delle caratteristiche di Leone, e sta di fatto che la sua protezione a questo riguardo portò le cose ad un punto, che i poeti latini che lo circondavano, non rifinirono di esaltare con elegie, odi, epigrammi e sermoni innumerevoli[454] la felicità di un'epoca, il cui carattere principale era quello di una spensierata allegria, sì ben dipinta dal Giovio nella vita di questo Papa. Forse nella storia occidentale non v'è un principe che sia stato tanto glorificato, con sì poche pagine nella sua vita veramente degne di lode. I poeti erano ammessi alla sua presenza principalmente sull'ora del mezzogiorno, quando avean cessato di circondarlo i citaristi;[455] ma uno dei migliori di quella schiera[456] ci lascia intendere, che essi gli erano sempre al fianco tanto nei giardini, quanto nello stanze più segrete del suo palazzo, e chi avea la disgrazia di non poter giungere sino a lui, tentava di farsi vivo nella sua memoria mediante una supplica in forma di elegia, nella quale di solito si faceva intervenire tutto l'Olimpo.[457] Imperocchè Leone, generoso sino alla prodigalità e desideroso di veder sempre visi allegri, donava con tale larghezza, che nei gretti tempi che susseguirono parve incredibile e favolosa.[458] Della riorganizzazione da lui introdotta nel collegio della Sapienza, s'è già parlato (v. pag. 280). Per non valutare al di sotto del vero l'influenza esercitata da Leone sull'umanismo, bisogna tener l'occhio libero dalle molte ciurmerie, che vi andavano frammiste, nè si deve lasciarsi trarre in errore dall'ironia spesso troppo pronunciata (v. pag. 214), colla quale egli discorre di queste cose: il giudizio deve fondarsi sulle grandi eventualità morali, che possono essere la conseguenza di un «primo impulso dato» e che veramente sfuggono nell'insieme di una rappresentazione generale, ma si palesano poi in singoli casi presi isolatamente. Tutta l'influenza, che, forse dal 1520 in poi, gli umanisti italiani esercitarono sul resto d'Europa, ha pur sempre in un modo o nell'altro la sua origine nella iniziativa, che partì da Leone. Egli è quel Papa che, concedendo il privilegio allo stampatore delle opere di Tacito recentemente scoperte,[459] potè dire che «i grandi autori sono una guida della vita, un conforto nelle sventure», e che il favorire i dotti e il fare incetta di buoni libri gli è parsa sempre opera lodevolissima, per cui anche allora ringraziava il cielo di poter contribuire al bene dell'umanità incoraggiando la pubblicazione di quel libro.

Il sacco di Roma dell'anno 1527, come disperse gli artisti, fece fuggire altresì in tutte le parti d'Italia i letterati e portò così la fama del grande mecenate fino alle più remote estremità della Penisola.