Fra i principi laici del secolo XV quello che mostrò maggiore entusiasmo per l'antichità, fu Alfonso il Magnanimo d'Aragona, re di Napoli (v. pag. 47). Sembra che questo entusiasmo in lui fosse veramente sincero, e che il mondo antico esistente nei monumenti e negli scritti abbia prodotto in lui, sino dal suo arrivo in Italia, una gagliarda impressione, che influì poi su tutto il resto della sua vita. Con singolare leggerezza egli cedette l'inquieto suo regno d'Aragona al fratello, per dedicarsi interamente a quello, che recentemente aveva acquistato. Tenne a' suoi stipendi ora successivamente, ora contemporaneamente,[460] Giorgio da Trebisonda, Crisolora il giovane, Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio e Antonio Panormita, facendoli suoi storiografi: quest'ultimo doveva ogni giorno spiegar qualche passo di Livio dinanzi al re e alla sua corte, anche duranti le spedizioni guerresche. Tutti costoro gli costavano annualmente oltre a ventimila fiorini d'oro; al Facio assegnò, per la sua Historia Alphonsi, una pensione annua di più che cinquecento ducati, ed oltre a ciò gli regalò mille cinquecento fiorini d'oro al termine dell'opera con queste parole: «non intendo con ciò di pagarvi, perchè il vostro lavoro non può esser pagato, nemmeno s'io vi regalasse una delle mie migliori città; ma col tempo saprò trovar modo di rendervi soddisfatto». Quando egli assunse Giannozzo Manotti a suo segretario, facendogli lautissime condizioni, gli disse: «occorrendo, dividerò con voi il mio ultimo pane». Egli aveva conosciuto Giannozzo, quando questi andò alla sua corte per incarico della Signoria di Firenze a congratularsi del matrimonio del principe Ferrante, e l'impressione che n'avea ricevuto era stata sì grande, che, udendolo parlare, era rimasto inchiodato sul trono «come una statua di bronzo», senza nemmeno muovere una mano «a cacciarsi gl'insetti». Il suo ritiro prediletto sembra essere stata la biblioteca del castello di Napoli, dove egli sedeva lunghe ore nel vano di una finestra, prospettando il mare e ascoltando i dotti discutere, per esempio, sulla Trinità. Infatti egli era profondamente religioso e, insieme a Livio e a Seneca, non mancava di farsi leggere anche la Bibbia, che sapeva quasi tutta a memoria. Chi potrebbe dire qual sorta di venerazione egli tributasse alle supposte ossa di Livio in Padova (v. p. 199)? Quand'egli, dopo molte preghiere, potè ottenere dai Veneziani un avambraccio del medesimo e lo accolse con pompa solenne a Napoli, chi sa qual contrasto di sentimenti pagani e cristiani era nel suo petto! In una spedizione guerresca negli Abruzzi gli fu mostrata da lontano Sulmona, patria d'Ovidio, ed egli mandò un saluto a quella terra e ne ringraziò il genio tutelare: senza alcun dubbio egli si compiaceva dì veder confermata col fatto la profezia del grande poeta sulla sua fama avvenire.[461] Una volta gli piacque di mostrarsi egli stesso in pubblico vestito all'antica, e fu appunto nel suo celebre ingresso in Napoli dopo la conquista (1443): non lungi dal mercato fu aperta nelle mura una breccia della larghezza di quaranta braccia; per questa egli passò condotto in un cocchio dorato, alla guisa di un trionfatore romano.[462] Anche la ricordanza di questo fatto è stata eternata con uno splendido arco trionfale di marmo nel Castello nuovo. — I suoi successori sul trono di Napoli hanno ereditato ben poco, nulla affatto, di questo suo entusiasmo per l'antichità, come di tutte le altre sue buone qualità in generale.


Senza paragone più dotto di Alfonso era Federigo di Urbino,[463] che si tenne d'attorno minor numero di cortigiani, non dissipò mai nulla, e, come in tutte le cose, così anche nel far rivivere l'antichità procedette con un disegno prestabilito. Egli divide con Nicolò V il vanto di aver fatto eseguire la maggior parte delle traduzioni dal greco e un numero rilevante delle più importanti interpretazioni, illustrazioni e simili. Egli spese molto, ma con saggezza, nelle persone che adoperava. Poeti di corte non ce ne furono mai ad Urbino; il principe stesso era il personaggio il più dotto. Veramente l'antichità non fu che una parte della sua cultura: volendo riuscire perfetto come uomo, come capitano e come principe, egli si studiò di possedere molta parte del sapere d'allora in generale, e, che è più, per iscopi pratici, mirando più alla sostanza che alla forma. Come teologo, per esempio, egli paragonava Tommaso d'Aquino con lo Scoto e conosceva anche gli antichi Padri della Chiesa d'oriente e d'occidente, i primi nelle traduzioni latine. Nella filosofia sembra che abbia lasciato interamente Platone alle predilezioni di Cosimo suo contemporaneo; ma di Aristotile conosceva non soltanto l'Etica e la Politica, ma anche la Fisica e molti altri scritti. Nelle altre sue letture pare che predilegesse in modo speciale gli antichi storici, che possedeva tutti: e questi, non i poeti, «tornava egli sempre a leggere e a farsi leggere».


Anche gli Sforza sono tutti più o meno uomini dotti[464] e proteggono gli studi, come abbiamo già avuto occasione di accennare (v. pag. 37, 53). Il duca Francesco, a quanto sembra, nell'educazione de' suoi figli riguardava la cultura umanistica come un ornamento indispensabile, e ciò anche per motivi politici, considerando come un vantaggio inestimabile, che il principe potesse trattare cogli uomini più colti da pari a pari. Lodovico il Moro, eccellente latinista egli stesso, mostrò più tardi un vivo interessamento per ogni genere di cultura, senza limitarsi alla sola antichità (v. pag. 56).

Anche i principi minori cercarono procacciarsi un simil genere di gloria, e si fa loro un gran torto se si crede che non abbiano mantenuto i loro letterati di corte per altro fine, che per esserne celebrati e adulati. Di un principe quale fu Borso di Ferrara (v. pag. 46), non si può certo supporre, in onta anche alla sua vanità, che aspettasse l'immortalità dai poeti, per quanto anche questi abbiano voluto adularlo con una «Borseide», e simili; egli era troppo persuaso della sua potenza, per scendere a tanto; ma la compagnia dei dotti, il culto dell'antichità e una elegante epistolografia latina erano cose, di cui un principe d'allora non poteva far senza. Quante volte non ha deplorato il duca Alfonso, che pure aveva tanta cultura, (v. pag. 63), che la sua gracilità in gioventù lo abbia costretto a cercare distrazioni e salute unicamente nel lavoro manuale![465] Ma chi potrebbe dire quanto quei lamenti fossero sinceri, o se egli non li facesse, che al solo scopo di tenersi lontani tutti i letterati? In un'anima come la sua la simulazione era abituale, nè giunsero mai a leggervi nettamente per entro nemmeno i suoi contemporanei.

Perfino i più piccoli fra i tiranni della Romagna sentono il bisogno di avere uno o più umanisti alla loro corte: e in tal caso il maestro di casa o il segretario diventano per un tempo più o meno lungo il personaggio più importante fra tutti quelli che circondano il principe.[466] Comunemente si passa oltre con troppo disprezzo e con troppa precipitazione su queste particolarità, che sembrano e non sono inezie, e si dimentica che nell'ordine morale i fatti più salienti sono appunto quelli, che non obbediscono a nessuna regola, o consuetudine.


Qualche cosa di singolarmente strano deve essere stata la corte di Rimini sotto l'audace masnadiere e condottiero Sigismondo Malatesta. Egli aveva intorno a sè un certo numero di filologi, taluni dei quali erano riccamente provvisti anche col possesso di qualche podere, altri avevano almeno tanto da poter vivere ricevendo lo stipendio di ufficiali e servendo anche in tale qualità.[467] Essi tenevano frequenti ed acri dispute nel castello di Sigismondo (arx sismundea), presente lo stesso «re», come essi lo chiamavano; naturalmente le loro poesie latine riboccano delle sue lodi e cantano i suoi amori con la bella Isotta, in onore della quale fu fatta la celebre ricostruzione della chiesa di S. Francesco in Rimini, per convertirla in monumento sepolcrale: Divae Isottae sacrum. E quando i filosofi muojono, son collocati nei sarcofaghi, di cui sono piene le nicchie delle pareti esterne della stessa chiesa: un'iscrizione indica il tempo della morte di ciascuno e segna l'anno del regno di Sigismondo, figlio di Pandolfo.[468] Dire oggidì che un mostro simile amava la scultura e la compagnia dei dotti, parrebbe quasi un voler far credere l'incredibile; pure l'uomo stesso che lo scomunicò, lo combattè e lo fe' bruciare in effigie, Papa Pio II, scrisse di lui: «Sigismondo conosceva le storie ed era molto innanzi nella filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva».[469]

CAPITOLO VII. Riproduzione dell'antichità. Epistolografia.