La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare.
Ma due erano gli scopi principali, per cui tanto le Repubbliche, quanto i Principi e i Papi non credevano poter far senza degli umanisti: la redazione delle corrispondenze epistolari, e la preparazione dei discorsi da tenere in pubblico o nelle solenni circostanze.
Il segretario non solo deve, quanto allo stile, essere un buon latinista, ma anzi si crede che solo un umanista possegga le attitudini e la cultura necessarie per essere un buon segretario. Ammessa una tale supposizione, s'intende subito come sia avvenuto che i più illustri scienziati del secolo XV abbiano per la massima parte consacrato in tal modo una parte considerevole della loro vita al servizio dello Stato. Nella scelta non si aveva riguardo alcuno nè alla patria, nè all'origine del candidato; dei quattro grandi segretari, che servirono la Repubblica di Firenze dal 1429 al 1465,[470] tre erano originari della soggetta città di Arezzo, vale a dire Leonardo (Bruni), Carlo (Marzuppini) e Benedetto Accolti: il Poggio scendeva da Terranuova, ugualmente nel territorio fiorentino. Ma già da lungo era una consuetudine invalsa quella di conferire ad estranei i maggiori uffici della città. Leonardo, il Poggio e Giannozzo Manetti furono anche ad intervalli cancellieri segreti dei Papi, e Carlo Aretino doveva egli pur divenirlo. Biondo di Forlì e, in onta a tutte le ripugnanze, da ultimo anche Lorenzo Valla tennero lo stesso ufficio. Da Nicolò V e Pio II in avanti[471] il palazzo papale attira le menti più poderose nella sua cancelleria, e ciò accade perfino sotto gli ultimi Papi del secolo XV, tutt'altro che devoti al culto della letteratura. Nella Storia dei Papi del Platina la vita di Paolo II non è che un atto di vendetta dell'umanista contro l'unico Papa, che non seppe trattare come meritavano i suoi cancellieri, quella splendida riunione di «poeti ed oratori, che impartiva alla Curia altrettanto lustro, quanto ne riceveva». Bisogna vederli, questi orgogliosi signori, alle prese fra loro, quando sorge una questione di preminenza, o quando, per esempio, gli avvocati concistoriali vogliono stare in pari rango con loro, o, peggio ancora, si arrogano di sorpassarli![472] Tutto ad un tratto le citazioni piovono d'ogni parte, e l'uno evoca la memoria di Giovanni evangelista, che ebbe il privilegio di vedere anticipatamente gli arcani del cielo, l'altro cita lo scrivano di Porsenna, che da Muzio Scevola fu scambiato pel re stesso, un terzo nomina Mecenate, depositario dei segreti d'Augusto, un quarto dimostra come in Germania gli arcivescovi stessi si gloriano del titolo di cancellieri, e simili.[473] «Gli scrittori apostolici hanno nelle loro mani i più importanti affari del mondo; imperocchè chi, all'infuori di essi, determina i punti della fede cattolica, combatte l'eresia, ristabilisce la pace, compone le differenze tra i grandi monarchi? Chi, se non essi, redige e custodisce i prospetti statistici dell'intera Cristianità? Sono essi che destano la maraviglia nei re, nei principi e nei popoli con tutto ciò che viene emanato dai Papi; essi stendono gli ordini e le istruzioni pei legati; nè hanno altra dipendenza fuorchè dal Papa, ai servigi del quale sono sempre pronti ed attivi in qualsiasi ora del giorno e della notte». Con tutto ciò, i primi a toccare il colmo della gloria e della potenza, furono i due celebri segretari e stilisti di Leone X: Pietro Bembo e Jacopo Sadoleto.
Non tutte le cancellerie hanno una dicitura elegante; anzi la maggior parte di esse usano uno stile assai grossolano in un latino, che non ha alcuna purezza. Nei documenti milanesi riportati dal Corio, accanto a forme di questo genere, emergono tanto più pel loro gusto veramente attico un paio di lettere, che debbono essere state scritte da membri della stessa famiglia regnante e in momenti di supremo pericolo.[474] Ciò mostra che l'eleganza della dizione si reputava necessaria in ogni momento della vita, ed era diventata in quei personaggi omai una abitudine.
È facile immaginare con quanta sollecitudine venissero studiate a que' tempi le raccolte epistolari di Cicerone, di Plinio e d'altri. Ancora nel secolo XV comparve una serie di manuali e formularj di epistolari latini (come ramo accessorio dei grandi lavori grammaticali e lessicografici), la cui moltitudine desta anche oggidì la maraviglia nelle biblioteche. Ma quanto più gli inetti non esitavano a servirsi di tali aiuti, tanto più gli uomini veramente capaci sentirono il bisogno di tenersene lontani e di fare da sè, e le lettere del Poliziano, e un po' più tardi quelle di Pietro Bembo, furono riguardate come capilavori inarrivabili non solo di stile latino, ma di epistolografia in genere.
Accanto a ciò si produce anche nel secolo XVI uno stile epistolare classico italiano, nel quale di nuovo il Bembo porta il vanto su tutti. È un modo di scrivere affatto moderno e che si scosta in tutto dalla forma latina, ma tuttavia intrinsicamente e quanto alla sostanza si mostra affatto impregnato delle idee dell'antichità. Queste lettere sono scritte bensì in parte in via confidenziale, ma per lo più con la vista di una possibile pubblicazione, e sempre poi colla supposizione che potessero essere mostrate in causa della loro eleganza. Dal 1530 in poi cominciano anche le collezioni stampate, parte di lettere diverse messe là alla rinfusa, parte di corrispondenze speciali di singoli autori, e lo stesso Bembo acquistò fama di eccellente epistolografo non solo nella lingua latina, ma anche nell'italiana.[475]
CAPITOLO VIII. L'eloquenza latina.
Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi solenni di materia politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni militari. — Prediche latine. — Rinnovamento dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; citazioni. — Concioni finte. — Scadimento dell'eloquenza.
Più splendida ancora, che quella dell'epistolografo, è la posizione dell'oratore[476] in un'epoca e presso un popolo, in cui l'ascoltare è un piacere assai ricercato e in cui inoltre le memorie del senato romano e de' suoi oratori signoreggiano tutte le menti. L'eloquenza appare ora completamente emancipata dalla Chiesa, dove nel medio-evo aveva trovato il suo rifugio: essa è oggimai un elemento necessario, ed un ornamento di ogni uomo posto in condizione alquanto elevata. Moltissimi momenti solenni della vita, che ora sono riempiti dalla musica, in allora erano consacrati a lunghe concioni latine o italiane. Noi lasciamo al lettore intera libertà di giudizio sulla maggiore opportunità dell'uno o dell'altro di tali trattenimenti.