La condizione dell'oratore era perfettamente indifferente; ciò che innanzi tutto si ricercava in lui era un ingegno e una cultura umanistica superiori ad ogni critica. Alla corte di Borso in Ferrara il medico del duca, Girolamo da Castello, dovette far gli onori del ricevimento con un discorso tanto all'imperatore Federico III, che al papa Pio II.[477] Egli era d'uso altresì che laici, anche ammogliati, potessero salire il pergamo nelle chiese e parlare di là in ogni occasione solenne o funebre, e perfino nelle feste di alcuni santi. Ai Padri non italiani del Concilio di Basilea parve cosa un po' strana quando l'arcivescovo di Milano nel giorno di S. Ambrogio chiamò a tesserne le lodi Enea Silvio, che non aveva ancora ricevuto verun ordine sacro; ma in fine vi si adattarono e stettero ad udirlo con la più viva attenzione.[478]
Diamo ora uno sguardo generale alle occasioni più importanti e più frequenti delle pubbliche concioni. Non per nulla, innanzi tutto, si dicono oratori gli inviati da Stato a Stato: accanto alle negoziazioni segrete vi era sempre anche un inevitabile apparato esterno, un discorso pubblico, recitato con pompa più che si poteva solenne.[479] Ordinariamente uno del personale della ambasceria, spesso assai numerosa, prendeva la parola per tutti; ma una volta accadde a Pio II, dal quale, come profondo conoscitore, ognuno ambiva di essere sentito, che dovette ascoltare, l'un dopo l'altro, tutti gl'inviati.[480] Poi parlavano volentieri anche i principi, per lo più dotti e ugualmente padroni delle eleganze latine e italiane. I figli della famiglia Sforza furono assai per tempo abituati a tali esercizi: Galeazzo Maria, ancor giovanissimo, recitò nel 1455 una lunga arringa dinanzi al Gran Consiglio di Venezia,[481] e sua sorella Ippolita salutò nel 1459 al Congresso di Mantova il papa Pio II con un forbito discorso.[482] Lo stesso Pio II s'è preparata da sè l'alta posizione cui giunse col fascino irresistibile della sua eloquenza, nè senza essa forse vi sarebbe mai giunto, in onta a tutta la sua abilità diplomatica e alla sua vasta dottrina. «Nulla infatti (dice un contemporaneo) rapiva, quanto l'impeto della sua parola».[483] Questa fu certo la causa principale, per cui moltissimi lo reputarono degno del Papato, ancora prima che fosse eletto.
Oltre a ciò, l'uso era che in ogni solenne ricevimento si recitasse dinanzi ai principi una orazione, che di frequente durava una qualche ora. Naturalmente ciò non accadeva se non quando il principe era noto per particolare amore all'eloquenza, vero o finto che fosse,[484] e quando si aveva alle mani un abile oratore, ad esempio, un letterato di corte, un professore di università, un funzionario pubblico, un medico od un ecclesiastico.
Del resto si afferrava avidamente anche qualsiasi altra occasione politica, e, secondo la fama dell'oratore, era più o meno grande il concorso dei cultori dell'arte. Nelle nomine annuali dei pubblici ufficiali e nell'ingresso de' nuovi vescovi un qualsiasi umanista non dovea mancare di arringarli con un discorso o talvolta anche con odi saffiche e con esametri;[485] e alla sua volta nessun funzionario pubblico poteva assumere il suo ufficio senza tenere un indispensabile discorso di circostanza, per esempio, sulla giustizia, e simili: e fortunato colui, che meglio riusciva. In Firenze si costrinsero perfino i Condottieri, chiunque fossero, a seguir l'uso comune, facendoli arringare, nel momento di conferir loro il supremo comando, dal più dotto dei segretari dello Stato in presenza di tutto il popolo.[486] Sembra che nella Loggia dei Lanzi, l'aula solenne dove il governo soleva presentarsi al pubblico, esistesse una tribuna apposita per gli oratori (rostro, ringhiera).
I giorni anniversari della morte di qualche principe venivano in modo speciale solennizzati con discorsi commemorativi. Anche l'orazione funebre propriamente detta era quasi sempre di spettanza particolare dell'umanista, il quale la recitava in chiesa, ma senza indossare altre vesti che le proprie, e non soltanto sulla bara dei principi, ma anche di pubblici funzionari o di qualsiasi personaggio ragguardevole.[487] Altrettanto accadeva dei discorsi in occasione di sponsali e di nozze, salvo che questi non si tenevano (a quanto sembra) nella chiesa, ma bensì nel palazzo del Comune; quello del Filelfo per gli sponsali di Anna Sforza con Alfonso d'Este fu tenuto nel castello di Milano. (Ma potrebbe anche essere stato pronunciato nella cappella del Palazzo). Anche illustri famiglie private si compiacevano di tali discorsi, come di un lusso, che ne appagava la vanità. In tali occasioni a Ferrara si usava, senz'altro, di pregare il Guarino[488] a voler mandare qualcuno de' suoi scolari. La Chiesa, come tale, non interveniva nè nelle nozze, nè nei funerali se non colle proprie ceremonie.
Dei discorsi accademici, quelli fatti in occasione dell'insediamento di nuovi professori, o tenuti dai professori stessi nell'apertura dei corsi delle loro lezioni,[489] abbondavano per lo più di molte frondi rettoriche. L'ordinaria lezione dalla cattedra s'accostava anch'essa assai di frequente ad una orazione propriamente detta.[490]
Quanto alle arringhe degli avvocati, esse assumevano questa o quella forma secondo la qualità dell'uditorio, dinanzi al quale dovevano essere pronunciate; ma anch'esse talvolta s'infioravano di ornamenti raccolti nel campo della filosofia e dell'antiquaria.
Un genere affatto speciale di eloquenza era quello delle allocuzioni militari, che si tenevano sempre in lingua italiana prima o dopo la battaglia. In queste avea fama di eccellente Federigo da Urbino,[491] la cui parola infondeva un vero entusiasmo nelle schiere pronte per la battaglia. Taluna di queste allocuzioni riportate dagli scrittori di cose militari del secolo XV, per esempio dal Porcellio (v. pag. 135), può sembrar finta in parte, ma in parte si basa effettivamente su parole, che furono pronunciate. Qualche cosa di diverso erano invece le allocuzioni alla milizia fiorentina, organizzata sino dall'anno 1506 principalmente per impulso del Machiavelli,[492] in occasione delle riviste e, più tardi, nella ricorrenza di una speciale festività annua. Esse non miravano che a tener vivo il patriottismo in generale, ed erano pronunciate nella chiesa di ogni quartiere, dinanzi alle milizie stesse quivi raccolte, da un cittadino armato di corazza e con una spada in mano.