Questa fu l'ammirazione per l'antichità. Come ogni schietta e sincera ammirazione, essa produsse necessariamente l'imitazione. Questa non manca, è vero, anche in altri tempi e presso altri popoli; ma in Italia soltanto verificaronsi le due condizioni indispensabili per l'esistenza e per l'ulteriore sviluppo della nuova poesia latina; vale a dire, una favorevole disposizione di tutta la parte più colta della nazione, ed un parziale risveglio dell'antico genio italico nei poeti stessi, quasi eco prolungato di un'antica armonia. Ciò che di meglio nasce in tal modo, non è più imitazione, ma creazione vera e originale. Chi nelle arti non sa tollerare qualsiasi imitazione di forme, chi o non apprezza l'antichità in sè stessa o la ritiene assolutamente inarrivabile e inimitabile, chi finalmente non si sente disposto di usare nessuna indulgenza con poeti, che più d'una volta si trovarono costretti o a cercare da sè, o a indovinare una moltitudine di quantità sillabiche, non si metta allo studio di questo genere di letteratura. Anche le produzioni le più perfette non sono fatte per affrontare gli attacchi di una critica assoluta, ma solo per procurare un'ora di sollievo al poeta e a molte migliaia de' suoi contemporanei.[530]

Pochissima fortuna ebbe l'epopea desunta da tradizioni o leggende antiche. Le condizioni essenziali per una vera poesia epica non si riscontrano nemmeno, per consenso di tutti, negli antichi epici romani, anzi neppure nei greci, se si prescinda da Omero: come avrebbero esse potuto trovarsi nei latinisti del Rinascimento? Ciò non ostante, l'Africa del Petrarca sembra aver trovato lettori e ammiratori in tal numero, da lasciarsi addietro in questo riguardo qualsiasi epopea del tempo moderno. Per verità lo scopo e il movente del poema non potevano non destare il più vivo interesse. Il secolo XIV riconobbe assai giustamente nella seconda guerra Punica il momento più splendido della grandezza e potenza romana, e questo appunto fu ciò che si propose di cantare il Petrarca. Se Silio Italico fosse stato scoperto a quel tempo, forse egli avrebbe scelto un altro soggetto; ma non conoscendosi ancora quell'antico, l'apoteosi di Scipione Africano il vecchio pareva sì bel tema agli uomini del secolo XIV, che già un altro poeta, Zanobi della Strada, s'era proposto di trattarlo e vi avea già posto mano, quando, udendo che se ne occupava il Petrarca, per sentimento di rispetto a questo grande se ne ritrasse.[531] Se il poema dell'Africa avesse avuto bisogno di una giustificazione, questa le si aveva nel fatto, che in quel tempo ed anche più tardi l'entusiasmo per Scipione era tale, che lo si collocava al di sopra di Alessandro, di Pompeo e di Cesare.[532] Quante fra le moderne epopee possono gloriarsi di un soggetto pel loro tempo così popolare, così nella sostanza storicamente vero e tuttavia rivestito di tanto prestigio mitico? Non v'ha dubbio, del resto, che oggidì il poema per sè stesso riesce illeggibile. Perciò che riguarda altri soggetti storici, noi dobbiamo rinviare i lettori alle storie letterarie propriamente dette.


Più largo campo si offriva a chi, poetando, prendeva a trattare qualche mito o leggenda antica, per riempire qualche lacuna lasciatavi da altri. A ciò si accinse assai presto la poesia italiana e propriamente per la prima volta colla Teseide del Boccaccio, che è riguardata come il suo migliore lavoro poetico. Sotto Martino V Maffeo Vegio aggiunse un tredicesimo libro all'Eneide di Virgilio, e poscia si ha un buon numero di tentativi minori, ad imitazione specialmente di Claudiano, quali una Meleagriade, una Esperiade ecc. Ma in ispecial modo notevoli sono i miti nuovamente inventati, coi quali si popolarono le più belle regioni d'Italia di una moltitudine di divinità, di ninfe, di genii ed altresì di pastori, appunto perchè a quest'epoca era invalso di accompagnar sempre l'elemento epico col bucolico. Più tardi ci si offrirà occasione di notar nuovamente come, dal Petrarca in poi, nelle egloghe, tanto di forma narrativa, che dialogica, la vita pastorale sia rappresentata quasi sempre[533] in modo affatto convenzionale, e come espressione di sentimenti e fantasie di qualsiasi specie; qui non se ne tocca che in relazione ai nuovi miti, cui diede origine. E questi, meglio d'ogni altra cosa, ci rivelano il doppio significato che ebbero nell'epoca del Rinascimento le antiche divinità, le quali da un lato rappresentano le idee generali e rendono quindi inutili le figure allegoriche, dall'altro costituiscono un elemento affatto libero ed indipendente di poesia, un tipo di bellezza neutrale, che può essere innestato in ogni creazione poetica e passare per mille e sempre nuove combinazioni. Il primo a darne arditamente l'esempio fu il Boccaccio col suo mondo immaginario di Dei e di pastori dei dintorni di Firenze nel Ninfale d'Ameto e nel Ninfale fiesolano, ch'egli cantò in poesia italiana. Ma il capolavoro in questo genere sembra essere stato il Sarca di Pietro Bembo,[534] nel quale si narrano gli amori del dio di quel fiume colla ninfa Garda, lo splendido convito nuziale, che ebbe luogo in una grotta del Monte Baldo, i vaticinii di Manto, figlia di Tiresia, sulla nascita di un figlio, il Mincio, sulla fondazione di Mantova e sulla fama avvenire di Virgilio, figlio del Mincio e della ninfa di Andes, Maia. A questi concetti, barocchi invero, ma propri dell'epoca, il Bembo diede una splendida cornice di versi, che si chiudono con un apostrofe a Virgilio, che ogni miglior poeta accetterebbe per sua. — Comunemente tutto ciò si riguarda come nulla più che vuota declamazione e ci si passa sopra con parole di scherno: noi non intendiamo d'intavolare polemiche a questo riguardo; diremo soltanto: è questione di gusto, e come tale è lecito ad ognuno avere su di essa un'opinione sua propria.


Accanto ai menzionati, non mancano neanche vasti poemi epici in esametri di argomento biblico e religioso. Non è da credere che con questi gli autori avessero sempre in mira di promovere l'incremento della Chiesa o di procacciarsi il favore dei Papi; ma sembra invece che tutti, grandi e piccoli, buoni e cattivi (tra questi ultimi va certamente annoverato Battista Mantovano, autore di un poema intitolato Parthenice), sieno stati animati da un sentimento, lodevole invero, di servire colle dotte loro poesie latine alla religione, ciò che era veramente in piena armonia col modo quasi pagano, che allora prevaleva, di considerare il cattolicismo. Giraldo ne nomina un numero ragguardevole, ma tra essi emergono di gran lunga il Vida colla sua Cristiade e il Sannazzaro co' suoi tre libri De partu Virginis. Il Sannazzaro sorprende coll'onda equabile e maestosa del verso, nel quale egli intreccia un mondo di cose cristiane e pagane, col vigore plastico delle descrizioni, colla squisitezza perfetta del lavoro; nè certamente egli avea motivo di temere il paragone, quando nel canto dei pastori al presepio innestò alcuni versi della quarta egloga di Virgilio. Innalzandosi nelle regioni dell'ideale e nel mondo degli spiriti, egli ha qualche tratto che arieggia i sublimi ardimenti danteschi, quale è, per esempio, il canto e la profezia del re Davidde nel Limbo de' patriarchi, o la pittura dell'Eterno, che siede sul trono avvolto nel suo gran manto tempestato delle figure elementari di tutti gli esseri, in atto di parlare agli spiriti celesti. Altre volte egli non si perita di innestare al suo soggetto l'antica mitologia, senza per questo cader nel barocco, perchè le divinità pagane non sono per lui che come la cornice del quadro, nè egli assegna mai ad esse veruna parte principale nel suo poema. Chi desidera formarsi un concetto intero e adeguato di quanto abbia potuto l'arte a quel tempo, non deve trascurar di leggere un lavoro come questo. Il merito poi del Sannazzaro parrà tanto maggiore anche per questo, che d'ordinario la mescolanza di elementi pagani e cristiani stuona assai più facilmente nella poesia, che nelle arti figurative: queste ultime infatti ponno del continuo compensar l'occhio colla vista di qualche determinata e materiale bellezza, e in generale non sono così schiave del contenuto sostanziale dei soggetti che trattano, come la poesia, mentre l'immaginazione in esse s'arresta piuttosto alla forma, nella poesia invece penetra direttamente nella sostanza. Il buon Battista Mantovano nel suo «Calendario festivo»[535] avea tentato un altro espediente; che era appunto quello di porre gli Dei e i Semidei del paganesimo in pieno contrasto colla storia sacra, come facevano i Padri della Chiesa, anzichè introdurli a far parte della medesima. Così mentre l'angelo Gabriele scende a Nazaret apportatore della grande novella alla Vergine, Mercurio si stacca dal Carmelo e lo insegue sino a spiarne il saluto sul limitare della cella benedetta; vola quindi ad informare gli Dei raccolti in solenne radunanza e li induce col suo racconto ai propositi più feroci. Ma anche con questo metodo egli si trova altre volte costretto[536] a far sì che Tetide, Cerere, Eolo ed altre divinità spontaneamente s'arrendano a riconoscere la superiorità della Vergine.

La fama del Sannazzaro, la moltitudine de' suoi imitatori, l'omaggio tributatogli dei più grandi dell'epoca sono circostanze, che mostrano ad evidenza quanto egli fosse caro e necessario al suo secolo. Anche in servigio della Chiesa egli sciolse vittoriosamente, proprio sul cominciare della Riforma, il problema: se fosse possibile poetare cristianamente e conservarsi ligi nel tempo stesso alle tradizioni classiche; e tanto Leone, quanto Clemente gliene attestarono altamente la loro riconoscenza.


Per ultimo fu cantata in esametri o in distici anche la storia contemporanea, ora sotto forma narrativa, ora a guisa di panegirico, e d'ordinario sempre in lode di qualche principe o di qualche famiglia principesca. Così ebbero origine una Sforziade, una Borseide, una Borgiade, una Triulziade e simili, ma veramente nessuna raggiunse il suo scopo, poichè se alcuni dei lodati rimasero celebri ed immortali nella storia, non dovettero certo la loro celebrità a questa specie di poemi, contro i quali ci fu sempre un'invincibile ed universale avversione, anche se scritti da buoni poeti. Un effetto molto diverso produssero invece alcuni poemetti minori, stesi senza pretensione alcuna a guisa di episodi della vita di qualche uomo celebre, come per esempio la descrizione delle «Cacce di Leone X» presso Palo[537] e «il Viaggio di Giulio» di Adriano da Corneto (v. pag. 162). Splendide descrizioni di cacce di questa specie ci lasciò pure, tra molti altri, Ercole Strozza, ed è veramente deplorevole che i lettori moderni ricusino di gettarvi gli occhi, disgustati da quel fondo di adulazione che ci sta sotto e che traspare ad ogni tratto. Eppure la maestria del lavoro e la importanza storica, talvolta non piccola, di queste poesie assicurano ad esse una vita più lunga di quella, cui possono aspirare parecchie poesie del nostro tempo ora abbastanza in voga.

In generale queste composizioni sono di tanto migliori, quanto meno contengono di elementi patetici ed ideali. Vi sono taluni poemetti epici di celebri maestri, che, sotto un cumulo enorme di allusioni mitologiche, producono un effetto altamente ridicolo e comico, certamente contro la intenzione dei loro autori. Tale, per esempio, è «l'Epicedio» di Ercole Strozza[538] per la morte di Cesare Borgia (v. pag. 154). In esso si ode il lamento di Roma, che aveva posto tutte le sue speranze nei papi spagnuoli Calisto III ed Alessandro VI e poi aveva riguardato Cesare come il promesso suo liberatore, e si leggono le gesta di quest'ultimo sino alla catastrofe dell'anno 1503. Poscia il poeta chiede alla sua Musa, quale in quel momento fosse stato l'alto consiglio dei Dei[539], ed Erato narra che nell'Olimpo Pallade si era dichiarata per gli spagnuoli, Venere per gli italiani; ambedue abbracciarono le ginocchia di Giove, ed egli, baciatele in viso, le pacificò e protestò che non potea nulla contro il destino ordito dalle Parche, ma che, ciò non ostante, le promesse degli Dei s'adempirebbero per opera del fanciullo nato dall'unione delle due case Borgia ed Este[540]; e, dopo aver narrato la storia antichissima e favolosa di ambedue le famiglie, confessa di non poter dare a Cesare il dono dell'immortalità, come non potè darlo una volta, in onta ad autorevoli preghiere, nè a Memnone, nè ad Achille; conclude però col dire, quasi a conforto del poeta, che Cesare prima di morire avrebbe fatto grande strage, guerreggiando, de' suoi nemici. Allora Marte scende a Napoli e prepara la guerra, ma Pallade s'affretta a Nepi e appare quivi all'infermo Cesare sotto la forma di Alessandro VI, e, dopo averlo ammonito a rassegnarsi e a star contento alla gloria che già circonda il suo nome, la Dea travestita da Papa scompare «a guisa di uccello».