Ciò non ostante, si rinuncia senza necessità ad un piacere talvolta assai grande se si respinge a priori tutto ciò che, più meno a proposito, contiene qualche sprazzo di mitologia, poichè anche la poesia non poche volte ha saputo nobilitare questo elemento, al pari della pittura e della scultura. E pei dilettanti del genere non mancano neanche i primi saggi della parodia (v. pag. 216) tentati nella «Maccaroneide», alla quale poi nell'arte fa degno riscontro la «Festa degli Dei» di Giovanni Bellini.

Talune poesie narrative in esametri sono anche semplici esercitazioni o rifacimenti di relazioni in prosa, che il lettore probabilmente preferirà ogni qualvolta le trovi. E da ultimo si finì, come è noto, col mettere in versi ogni cosa, e ciò anche da parte degli umanisti tedeschi dell'epoca della Riforma.[541] Ma si andrebbe molto errati, se tutto questo si attribuisce soltanto ad abbondanza di ozi agiati ed a soverchia smania di poetare. Negli Italiani almeno c'è sempre troppa cura di ripulire e perfezionare la forma, della quale essi avevano un senso squisito e profondo, come lo prova la moltitudine enorme che si ha contemporaneamente di relazioni, di storie e di opuscoli in terzine. Appunto come Nicolò da Uzzano, per produrre maggiore effetto, fuse in questo metro non facile del verso italiano il suo manifesto per una nuova costituzione politica, e il Machiavelli il suo prospetto della storia contemporanea, e un terzo la vita del Savonarola, e un quarto l'assedio di Piombino per opera di Alfonso il Magnanimo,[542] non deve far meraviglia che altri potessero aver bisogno dell'esametro, per incatenar meglio l'attenzione di un pubblico al tutto diverso.

Ciò che sotto questa forma si era disposti a tollerare o ad esigere, scorgesi con piena evidenza dalla poesia didattica. Questa nel secolo XVI ebbe uno sviluppo straordinario e maraviglioso, e cantò in esametri l'alchimia, il giuoco degli scacchi, l'arte della seta, l'astronomia, la lue venerea e mille altre cose, alle quali sono da aggiungere anche parecchi estesi poemi italiani. Oggidì è moda di condannar tali poemi senza neanche darsi la briga di leggerli, e per verità noi stessi non sapremmo dire sino a qual punto essi meritino effettivamente di esser letti.[543] Ad ogni modo però egli è certo, che epoche senza paragone superiori alla nostra per retto senso del bello, quali appunto furono la greca (dei tempi più tardi) e la romana, nonchè questa del Rinascimento, non credettero di poter far senza neanche di questa forma speciale di poesia. Ma si potrebbe anche rispondere, che non la mancanza dì gusto estetico, bensì una maggiore serietà nella trattazione delle materie scientifiche è quella che ne tien lontana oggidì la forma poetica; su di che non volendo ridire, noi crediamo miglior partito lasciare ad ognuno la propria opinione.

Una di queste opere didattiche si vede ancora oggidì qua e colà ristampata, ed è lo Zodiaco della vita di Marcello Palingenio, segreto seguace delle dottrine protestanti in Ferrara. Alle più sublimi questioni intorno a Dio, alla virtù, all'immortalità, l'autore congiunge la trattazione di molti punti della vita pratica, ed è da questo lato un'autorità non dispregevole per la storia della morale. Nel complesso però il suo poema si distacca da tutti gli altri congeneri dell'epoca del Rinascimento, come anche, in ordine al suo scopo seriamente istruttivo, l'allegoria ne esclude quasi affatto la mitologia.


Ma il genere, nel quale i poeti filologi s'accostarono, più che in qualsiasi altro, all'antichità, è la lirica, e in modo speciale poi l'elegia, e, dopo questa, altresì l'epigramma.

Nel genere leggero Catullo esercitò un vero fascino sugli Italiani. Più di un elegante madrigale latino, e non poche brevi invettive o maliziosi biglietti potrebbero dirsi vere trascrizioni da lui senza quasi mutamenti di sorta, e la morte di qualche cagnolino o pappagallo è pianta colle stesse parole e con lo stesso ordine di pensieri, con cui egli pianse il passero di Lesbia. Ma vi sono anche altre brevi poesie, che, pur mantenendosi originali nel concetto, potrebbero trarre in inganno il più esperto conoscitore, quanto alla forma, e delle quali non si saprebbe precisar l'epoca, se il contenuto non le dimostrasse indubbiamente lavori dei secoli XV e XVI.

Per contrario nelle odi di metro saffico od alcaico ecc. non se ne troverebbe forse una sola, che in un modo o nell'altro non rivelasse come che sia la sua origine moderna. Ciò accade per lo più in causa di una certa loquacità rettorica, che negli esemplari antichi non s'incontra se non per la prima volta in Stazio e per una mancanza assoluta di nerbo lirico, quale sarebbe domandato da questa specie di poesia. In una ode qualunque potranno, è vero, incontrarsi singoli tratti, talvolta anche due o tre strofe di seguito, di tal fattura da crederle frammenti di qualche antico, ma l'illusione non va più in la, e il colorito muta subito dopo. E se non muta, come per esempio nella bella ode a Venere di Andrea Navagero, vi si riconosce tosto una copia di qualche capolavoro antico.[544] Alcuni scrittori di odi prendono a soggetto il culto che si presta ai santi e modellano con molto gusto le loro invocazioni su quelle di Orazio e di Catullo di genere somigliante. Tale è il Navagero nell'ode all'arcangelo Gabriele, e tale in modo particolare il Sannazzaro, che nell'adottare i riti del culto pagano va più innanzi di ogni altro. Egli celebra sopra ogni altro il suo santo onomastico,[545] al quale aveva dedicato un tempietto nella sua splendida villa di Posilipo, «colà dove i fiotti del mare si confondono colle acque che sgorgano dalla rupe, e si frangono alle mura del piccolo santuario». Per lui non v'è gioja maggiore della festa annua di S. Nazzaro, e le frondi e i fiori, di cui in questo giorno, più che di consueto, s'adorna il piccolo tempio, figurano nella sua fantasia gli antichi sacrifici. Anche fuggiasco in compagnia dell'espulso Federigo d'Aragona, sulle rive dell'Atlantico e alle foci della Loira, egli non dimentica nel suo giorno onomastico di appendere al suo santo, con l'angoscia nel cuore, ghirlande sempre verdi di bosso e di quercia, e rammentando con desiderio gli anni trascorsi, nei quali tutta la gioventù di Posilipo accorreva sulle sue navicelle a rallegrar quella festa, fa voti pel suo ritorno.[546]

Antiche al punto da produrre una perfetta illusione sono poi più specialmente alcune poesie di metro elegiaco, od anche in semplici esametri, ma che appartengono pel loro contenuto a questo genere, passando dall'elegia in giù per tutte le possibili gradazioni sino all'epigramma. Siccome gli umanisti si erano molto famigliarizzati colla lettura dei poeti elegiaci romani, così si sentirono anche incoraggiati ad imitarli preferibilmente ad ogni altro. L'elegia del Navagero «alla Notte» ribocca d'ogni parte di reminiscenze di quegli antichi esemplari, ma al tempo stesso ha nell'insieme un colorito che seduce ed affascina. In generale egli si mostra innanzi tutto molto accurato nella scelta di concetti veramente poetici,[547] e poi li traduce, non servilmente, ma con una certa disinvoltura e maestria, nello stile dell'Antologia, di Ovidio, di Catullo od anche delle Egloghe di Virgilio: della mitologia fa un uso moderato, spesse volte soltanto per ritrarre l'immagine della vita campestre in qualche preghiera a Cerere o ad altre divinità rustiche. Un saluto alla patria, ritornando dalla sua missione in Ispagna, non fu che cominciato; ma ne sarebbe uscita una splendida composizione, se il resto avesse corrisposto a questo principio:

Salve, cura Deûm, mundi felicior ora,