Formosae Veneris dulces salvete recessus;
Ut vos post tantos animi mentisque labores
Aspicio lustroque libens, et munere vestro
Sollicitas toto depello e pectore curas!
La forma elegiaca o quella dell'esametro diventano le forme di ogni elevato sentimentalismo, e vi si adattano bellamente tanto il più nobile entusiasmo patriottico (v. pag. 162 elegia a Giulio II), quanto la pomposa apoteosi dei regnanti,[548] e quanto anche la tenera e delicata melanconia di Tibullo. Mario Molsa, che nelle sue adulazioni a Clemente VII ed ai Farnesi gareggia con Stazio e Marziale, in una elegia «ai Compagni», scritta dal letto de' suoi dolori, ha dei pensieri sulla morte che si crederebbero propri di un antico qualunque, e tuttavia non sono tolti a prestito da nessuno esemplare classico. Del resto, chi meglio d'ogni altro intese il vero spirito dell'elegia romana e seppe imitarla più perfettamente fu il Sannazzaro, il quale anche è il più copioso e svariato scrittore di questo genere di poesie. — Di altre elegie avremo occasione di parlare altrove, secondochè ci cadrà in acconcio pel contenuto sostanziale delle medesime.
Per ultimo l'epigramma latino in quei tempi ha un'importanza grandissima, avvegnachè un pajo di linee ben fatte, scolpite sopra un monumento o portate di bocca in bocca a provocare un sorriso, potevano benissimo creare la riputazione di un letterato. Questa tendenza è vecchia in Italia. Quando si sparse la voce che Guido da Polenta voleva innalzare sulla tomba di Dante un monumento, affluirono da tutte le parti le iscrizioni,[549] inviate «da tali che o volevano mettersi in vista, od onorare la memoria del morto poeta o procacciarsi il favore del da Polenta». Sul mausoleo dell'arcivescovo Giovanni Visconti (morto nel 1354), che esiste ancora nel Duomo di Milano, sotto trentasei esametri leggesi: «il signor Gabrio de Zamorer di Parma, dottore in ambo le leggi, ha composto questi versi». A poco a poco, prendendo a modelli Marziale e Catullo, si venne formando anche una letteratura speciale dell'epigramma; e questo raggiunse il colmo della sua gloria, quando lo si potè credere antico o copiato da qualche antica lapide,[550] quando parve di tanto buon gusto, che tutta Italia lo sapesse a memoria, come accadde di alcuni del Bembo. Così quando il governo di Venezia, per l'elogio fattegli in tre distici dal Sannazzaro, premiò quest'ultimo con un regalo di seicento ducati, a nessuno parve questa una generosità troppo spinta, perchè tutti stimarono l'epigramma per quello che realmente era nell'opinione dei dotti di quel tempo, vale a dire, la formola più breve per esprimere la gloria. Nè in allora vi fu nessuno tanto potente, che sgradisse di vedersi onorato con tal genere di componimenti, ed anche i grandi cercavano con molta sollecitudine, per ogni iscrizione che ponevano, un qualche dotto consiglio, perchè gli epitaffi ridicoli correvano anche il pericolo di essere registrati in raccolte speciali destinate a provocare l'ilarità del pubblico. L'epigrafia[551] e l'epigrammatica si tenevano strettamente por mano; la prima si basava sopra uno studio accuratissimo delle antiche iscrizioni lapidarie.
La città degli epigrammi e delle iscrizioni in modo affatto speciale fu e rimase Roma. Non esistendo nello Stato pontificio l'ereditarietà del trono, ognuno doveva pensare da sè al modo di perpetuare la propria memoria: al tempo stesso poi il motto beffardo espresso in poesia diventava un'arma potente contro i rivali. Ancora Pio II enumera con compiacenza i distici, che il suo maggior poeta, il Campano, compose per qualche fortunata circostanza del suo governo. Sotto i Papi seguenti fiorì poi l'epigramma satirico, e di fronte ad Alessandro VI ed a' suoi degenerò nella maldicenza la più scandalosa. Il Sannazzaro componeva i suoi in una posizione relativamente sicura, ma altri affatto in prossimità della corte ebbero ardimenti estremamente pericolosi (v. pag. 153). Per otto distici minacciosi, che erano stati affissi alla porta della biblioteca,[552] Alessandro fece una volta rinforzare la guardia di ben ottocento uomini; ognuno può immaginare come avrebbe trattato il poeta, se gli fosse riuscito di averlo. Sotto Leone X gli epigrammi latini erano il pane quotidiano: sia che si volesse adulare al Papa o sparlarne, sia che si mirasse a vendicarsi di nemici noti ed ignoti o a colpir qualche vittima, e in generale ogni qualvolta sopra un argomento di fatto o immaginario si voleva scagliare un motto, o malignare, od esprimere un sentimento di pietà o d'ammirazione, la forma prescelta era sempre quella dell'epigramma. Così nell'occasione, in cui fu esposto il celebre gruppo della Vergine con S. Anna e il bambino, che Andrea Sansovino scolpì per la chiesa di s. Agostino, non meno di centoventi furono gli epigrammi latini, che piovvero per la circostanza, non tanto per sentimento di pietà religiosa, quanto por piacenteria verso il mecenate, che aveva commesso all'artista quell'opera.[553] Egli era quel Giovanni Goritz di Lussemburgo, referendario papale alle suppliche, il quale ogni anno per la festa di S. Anna non solo faceva celebrare un servizio divino, ma dava anche un grande banchetto a tutti i letterati di Roma ne' suoi giardini situati sul pendio del colle Capitolino. In allora parve anche che valesse la pena di passare in rassegna tutta la schiera de' poeti, che cercavano fortuna alla corte di Leone, come fece con un grande poema de poetis urbanis[554] Francesco Arsillo, uomo che non avea bisogno di nessuna protezione da parte del Papa o di chicchessia, e che all'occorrenza sapeva parlar francamente anche contro i propri colleghi. — Dopo Paolo III l'epigramma decade e non sopravvive che in qualche saggio isolato, mentre invece l'epigrafia continua a fiorire sino al secolo XVII, in cui anch'essa muore por soverchia gonfiezza.
Anche in Venezia questa ha una storia sua propria, alla quale possiam tenere dietro mercè gli ajuti di Francesco Sansovino nel suo libro «sulla Topografia veneziana». Un argomento perenne lo si aveva nell'uso invalso di apporre un'epigrafe (Brieve) ad ogni ritratto di doge collocato nella gran sala del palazzo ducale, epigrafe che non oltrepassa mai quattro esametri, nei quali bisognava compendiare le gesta più importanti di ciascuno.[555] Oltre a ciò, le tombe dei dogi del secolo XIV portano laconiche iscrizioni in prosa, che accennano a qualche fatto più clamoroso, e accanto ad esse pochi sonori esametri o alcuni versi leonini. Nel secolo XV si comincia a curare di più lo stile, e nel secolo XVI questo tocca alla sua ultima perfezione, dopo la quale comincia la vana antitesi, la prosopopea, l'enfasi, il fare sentenzioso, in una parola il falso ed il gonfio. Non è raro neanche il caso, in cui si rasenti la satira e si cerchi di adombrare sotto la lode diretta di un morto il biasimo indiretto di un vivo. Molto più tardi torna a ricomparire nella primitiva sua semplicità qualche epitaffio, ma in via puramente eccezionale.
Anche le opere architettoniche e monumentali eran sempre disposte in modo da poter far luogo ad iscrizioni, talvolta ripetute in più guise, e ciò è tanto più notevole in quanto si sa che gli edifici del nord a stento lasciano un posto conveniente per collocarvi qualche epigrafe, e nei monumenti sepolcrali, per esempio, quest'ultima è relegata nei punti più esposti ad essere guasti, nelle orlature.