Ora, col sin qui detto noi non crediamo niente affatto di avere persuaso il lettore del valore intrinseco di questo genere di poesia risorto presso gl'Italiani del Quattrocento. Ma non si tratta neanche di ciò, bastando al nostro scopo di aver designato la necessità della stessa e la posizione che le compete nella storia della cultura italiana. Del resto già sin d'allora se n'ebbe una caricatura nella così detta poesia maccaronica,[556] il cui capolavoro è l'Opus macaronicorum cantato da Merlin Coccai (Teofilo Folengo di Mantova). Del contenuto sostanziale di questo poema avremo occasione di parlare ancora qua e colà; quanto alla forma — esametri ed altri versi misti di latino e di vocaboli italiani con desinenze latine, — il lato comico di essa sta essenzialmente in questo, che simili mescolanze vi figurano per entro come tanti lapsus linguae e come espettorazioni di un improvvisatore latino, che si lascia trasportare dalla foga dell'estro. Delle imitazioni fatte in Germania, mescolando insieme il latino e il tedesco, nessuna ha neanche l'ombra della spontaneità, che è nel lavoro del poeta italiano.

CAPITOLO XIII. Caduta degli umanisti nel secolo XVI.

Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie.

Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi sino dal principio del secolo XIV ebbero diffuso in Italia e nell'Europa occidentale il culto dell'antichità, dando un indirizzo del tutto nuovo alla cultura, all'educazione e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta questa classe d'uomini cadere in profondo discredito, ed essere disprezzata in un tempo, in cui non si credeva ancora di poter far senza delle loro dottrine e del loro sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo secolo infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare alla loro maniera, ma nessuno personalmente voleva esser creduto della loro schiera. L'opinione pubblica li accusava di due colpe principalmente: di una sconfinata superbia e di turpi dissolutezze; alle quali l'incipiente Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella di un'empia incredulità.

Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè tali accuse non si fecero sentir prima? E se anche si fecero talqualmente sentire, perchè in generale rimasero prive di effetto? Evidentemente perchè la dipendenza dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità, era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i possessori, i rappresentanti e i propagatori. Ma quando colla stampa i classici ebbero una maggiore diffusione,[557] e cominciarono a moltiplicarsi ricchi e copiosi manuali e repertorii ad uso di tutti, il popolo a poco a poco si venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza di essi, volse loro decisamente le spalle. E quell'improvviso rivolgimento colpì senza distinzione alcuna i buoni e i cattivi.

Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi. Fra quanti fondarono una società qualunque, nessuno si mostrò più alieno di essi da quel senso di concordia, che occorre a tenerla unita, e nessuno vi si ribellò mai più apertamente. Quando poi cominciarono a volersi sopraffare l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur di riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano essi dal campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva e della maldicenza: non si accontentano di combattere il loro avversario, ma vogliono schiacciarlo completamente. Un po' di colpa di tali eccessi può ascriversi, se si vuole, a quelli stessi che li circondano e alla posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con quanta violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti, oscillasse incerta tra due correnti contrarie, l'amor della gloria e la tendenza al dileggio. Oltre a ciò, anche la posizione loro nella vita di ogni dì era per lo più tale, da metterli in grave pensiero per la loro stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le sole opere del Poggio contengono tal cumulo di bassezze, da provocare senz'altro una decisa avversione per tutti; — e queste opere del Poggio sono appunto quelle che ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua che al di là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa facilità rallegrarsi, se per avventura qua e là s'incontra qualche onesta figura, che sembri esente da qualsiasi macchia; poichè, guardando un po' più addentro, si corre pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che, vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo splendore di quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce poesie latine del Pontano e più ancora il suo famoso dialogo Antonius, nel quale egli scherza oscenamente sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare una classe d'uomini simili. Per maggior loro sventura poi anche il più grande poeta dell'epoca non degnò ricordarli, se non per gettar su loro a piene mani il disprezzo.[558]

Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non erano in generale che troppo vere. E se anche qua e colà se ne incontra taluno, che mostra in modo positivo e innegabile di non essere sordo ai dettami della moralità e della religione, questa eccezione non inferma punto la regola, sussistendo di fatto che molti, e fra essi i più celebri, erano realmente colpevoli.

Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro colpa: l'eccesso delle lodi lor tributate, quando sedevano al colmo del carro della fortuna; l'incertezza e la precarietà della loro vita materiale, per cui dallo splendore piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i capricci dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine la pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe la loro morale, senza comunicare ad essi la propria, e dal punto di vista religioso influì sinistramente, inoculando nelle loro menti idee di scetticismo e di sensualismo, poichè non poteva inocularvi la credenza positiva nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da questo, che essi intesero l'antichità in modo affatto dogmatico; vale a dire, videro in essa il prototipo di qualsiasi modo di pensare e di agire. Ma che vi sia stato un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato il mondo antico e quanto proveniva da esso, non è un fatto da doversi ascrivere in colpa a nessuno in particolare. Esso fu una necessità storica d'ordine superiore, e tutta la cultura dei tempi posteriori e futuri è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto esclusiva, con cui si verificò.

La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che solo le tempre più forti potevano correrla senza risentirne alcun danno. Il primo pericolo veniva talvolta dai genitori, che di un figlio di precoce sviluppo volevano fare un fanciullo miracoloso,[559] colla mira di farlo entrar poscia in quella classe d'uomini, che allora erano tutto. Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre ad un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono che a furia di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria e la stima, di cui erano circondati gli umanisti, potevano diventare pei giovani stessi una tentazione molto pericolosa: essi correvano il rischio di immaginarsi, «per la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno di badar più alle cose ordinarie e comuni della vita».[560] E allora si precipitavano ciecamente colà, dove la gloria sembrava chiamarli attraverso la vicenda dei più violenti contrasti: ora docenti pubblici o privati, ora segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno all'entusiastica ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati; qua negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e nella miseria, e sempre e dovunque esposti a pericoli, a inimicizie mortali, implacabili. Un sapere serio e profondo con tutta facilità poteva essere soppiantato da una tintura di dottrina frivola e superficiale. Il peggio poi si era che all'umanista era quasi affatto impossibile l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la sua stessa condizione lo obbligava continuamente a mutar dimora o gl'impediva di trovarsi bene un po' a lungo in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso s'annojava degli altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri si annojavano di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281). Che se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza volerlo, andar la mente ai sofisti greci del tempo imperiale, quali furono descritti da Filostrato, non v'ha dubbio però che il paragone non regge, poichè la condizione di questi ultimi era senza contrasto migliore, provveduti com'erano di maggiori agi e ricchezze o più disposti a farne senza, e in generale men tormentati dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in loro dei dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione. L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito di prima forza e, per di più, un uomo capace di sostenere le cariche e gli uffici più disparati. S'aggiunga a questo la vita sregolata ch'egli conduce e l'indifferenza per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si viene abituando, dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato a priori: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui caratteri simili non possono esistere e che in essi è mantenuto dal bisogno, non fosse altro, di conservarsi al di sopra del livello comune, e dal sentimento della gloria, che si alterna continuamente con quello dell'odio e del disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo, che per eccesso di forze trabocca.