Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come è stato già notato, assai per tempo, appunto perchè per ogni individualità un po' spiccata, per ogni specie di celebrità s'avea sempre pronto, qual correttivo, un motto arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano un abbondantissimo tema, al quale non s'avea che la pena di attingere. Ancora nel secolo XV Battista Mantovano, facendo la rassegna dei sette peccati capitali,[561] schiera gli umanisti con molti altri sotto al primo, la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa vanità di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa e con affettata gravità, simili a stuolo di gru che scendono al pascolo, e tanto pieni di sè medesimi, che s'arrestano perfino talvolta a contemplare estatici la propria ombra. Ma quello che fece loro un processo in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto, ne fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo, il cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente fu ritoccato intorno al 1540.[562] In esso sono riportati in copia strabocchevole antichi e moderni esempi della depravazione morale e della misera vita dei letterati, e in mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali contro essi. Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità, caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di dissipazione, di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero di parlar senza convinzioni, di consigliare senza coscienza, stigmatizzandoli come meschini compilatori di sillabe, come vilmente ingrati verso i loro maestri, come abbiettamente servili verso i principi, che solitamente mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano morire di fame. Finalmente il libro si chiude con una allusione alla fortunata età, in cui sulla terra non v'era ancora scienza veruna. Di tutte queste accuse una divenne ben presto la più pericolosa, quella di eresia, e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,[563] di rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II di Ferrara, perchè omai cominciavano a prevalere quegli uomini, ai quali pareva troppo male impiegato il tempo, che altri dedicava alla studio della classica antichità. Ed egli, per giustificarsi, dovette fare ogni sforzo per dimostrare che, in tempi simili, questo studio era anzi l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti d'indole affatto neutrale.
Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle accuse, anche quelle testimonianze, nelle quali invece prevale un sentimento di benevolenza verso l'umanità, nessuna fonte certo potrà sembrare paragonabile con lo scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane «Della infelicità dei letterati».[564] Esso fu composto sotto la triste impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che cagionò anche ai letterati, all'autore sembra come l'ultima vendetta dell'avverso destino, che da lungo tempo li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad un sentimento affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira in campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare in modo speciale questi uomini per causa del loro genio, ma narra senz'altro ciò che è accaduto e che bene spesso fu opera soltanto del caso. Egli non ha in mira di scrivere una tragedia o di far discendere i fatti da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo si restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita quotidiana. Così dal suo libro noi impariamo a conoscere taluni, che in tempi molto agitati perdono dapprima le loro rendite, e poscia anche i loro uffici; altri che, aspirando nello stesso tempo a più impieghi, non ne ottengono alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato, muore di rammarico; altrove un venale prebendato, che si consuma lentamente nel desiderio della perduta libertà. In un punto egli rimpiange la morte di qualcuno rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col suo letto e colle sue vesti: in un altro ci parla della vita infelice di chi si trascina innanzi sotto il peso dell'invidia e delle minaccie de' propri colleghi: qua è uno sventurato, che soccombe al pugnale assassino di un servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna, che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire nel fondo di un carcere, perchè non può pagare il proprio riscatto. Taluno è portato precocemente alla tomba da un segreto dolore per un torto ricevuto o per una umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore per la morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al quale tengon dietro ben presto la madre e uno zio, quasi che egli dovesse trascinar con sè tutta la sua famiglia. E non mancano neanche, e in numero rilevante, i suicidi, per lo più fiorentini,[565] nonchè quelli che furono vittime della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta miseria, trovare uno che sia felice? E come potrà esserlo? Forse col chiudere il cuore ad ogni senso di pietà portanti mali? Uno degl'interlocutori del dialogo s'incarica di rispondere a queste domande: egli è l'illustre Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che le risposte contengano quanto di più sensato e profondo si pensava in proposito a quell'età. L'uomo felice egli lo trova in frate Urbano Valeriano da Belluno, che per lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò la Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in questo, ora in quel paese, senza mai essere salito in groppa a un cavallo, senza aver posseduto in sua vita un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi avanzamento ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui soltanto quell'unica cagionatagli da una caduta. E che cosa lo differenziava tanto dagli umanisti? Essi godettero una libertà d'azione mille volte maggiore, essi ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano fatto: il povero monaco invece, allevato nel chiostro sin dalla sua fanciullezza, visse sempre a beneplacito altrui e s'abituò a non volere se non ciò, che gli altri volevano; ma questa abitudine fu appunto quella che in mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella equabilità e quella serenità di spirito, colla quale influiva assai più sui suoi discepoli, che non colle sue lezioni. Questi infatti si venivano ogni dì più persuadendo, che non dipende se non da noi il far sì, che anche nell'avversa fortuna possiam trovare qualche conforto, «In mezzo alle privazioni e ai disagi egli era felice e voleva esserlo, perchè non avea contratto male abitudini, perchè non era capriccioso, nè volubile, nè incontentabile, ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo al Contarini, non erano estranei i più serii e profondi sentimenti di pietà religiosa; ma, anche guardando in lui semplicemente il filosofo, egli non ci parrà meno degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta quel Fabio Calvi,[566] che fece un commento ad Ippocrate.
In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi di sole erbe «come una volta i Pitagorici», ed abitando sotto una tettoia, che ben poco si differenziava dalla botte di Diogene. Della pensione che gli pagava papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario per sè e dava il resto agli altri. Non potè, come frà Urbano, rallegrarsi di una salute costantemente florida e vigorosa, e non avrà potuto neanche, come questi, sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di Roma gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a forza gli Spagnuoli, che intendevano di farsene pagar caro il riscatto, e poco dopo morì di fame abbandonato da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel vecchio come un padre e un maestro, e s'era giovato de' suoi consigli in ogni tempo. Forse questi consigli riferivansi in modo speciale a quella restaurazione archeologica dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola altrove (v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto più elevato. Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto Fabio al concetto della Scuola d'Atene e di altre importantissime composizioni di Raffaello?
Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del nostro lavoro con qualche interessante biografia, per esempio con quella di Pomponio Leto, se possedessimo intorno a lui qualche cosa di più che una semplice lettera di un suo discepolo, il Sabellico,[567] nella quale Pomponio a bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne almeno qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva illegittimamente dalla famiglia napoletana dei Sanseverino, principi di Salerno (v. pag. 335), ma non volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di andare a vivere con essi, rispose col celebre biglietto: Pomponius Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis non potest. Valete. Meschinissimo nell'aspetto, con occhietti piccoli e vivaci, vestito sempre in fogge strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni del secolo XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente la sua modesta casetta sul colle Esquilino o la sua villetta sul Quirinale: quivi in mezzo alle sue anitre predilette e ad un gran numero d'altri volatili, dei quali pure grandemente si dilettava, attendeva alla coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella, e nei giorni festivi cercava un po' di spasso nella caccia o nella pesca, od anche nello starsene lunghe ore sdraiato all'ombra presso una fonte e sulle rive del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè poco. Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava nemmeno in chi gli stava dappresso: ma per converso parlava con molta libertà contro la gerarchia allor prevalente, e in generale passava anche come libero pensatore in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò contro gli umanisti, egli era stato dal governo di Venezia consegnato al Papa; ma non per questo si lasciò mai piegare ad ignobili confessioni: dopo d'allora Papi e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando, nei torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la casa, i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che eccedettero le perdite da lui fatte. Come insegnante, era coscienzioso sino allo scrupolo: ancor prima dello spuntare del giorno lo vedevano scendere dall'Esquilino colla sua lanterna in mano e recarsi all'Università, dove la sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome parlando in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra declamava con lenta circospezione, ma non senza proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi scritti sono dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche dinanzi agli altri venerabili avanzi dell'antichità egli si sentiva compreso di religioso rispetto sino al punto di rimanere estatico e come fuori di sè o di prorompere improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli era sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando si trattava di essere utile agli altri, così era anche molto amato ed aveva sempre un gran numero di amici, e quando morì, lo stesso Alessandro VI volle che i suoi cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli assistettero quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori esteri.
Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione di alcune commedie antiche, specialmente di quelle di Plauto (v. pag. 342). Oltre a ciò, egli era solito di festeggiare ogni anno il giorno della fondazione della città con una solenne adunanza, nella quale i suoi amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne anche più tardi quella, che poi fu detta l'accademia romana. Essa non era realmente se non una libera associazione, non legata a nessun fermo statuto: oltre alle due occasioni menzionate, si riuniva[568] ogni qualvolta un protettore ve la invitava o quando accadeva di dover celebrare le lodi di qualche suo membro venuto a morire (per es. il Platina). L'uso era questo, che al mattino un prelato a ciò destinato celebrava, prima d'ogni altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna a recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro a declamarvi qualche distico. Il solito banchetto d'obbligo, accompagnato da dispute e declamazioni, chiudeva poi qualunque festività lieta o triste, ed anche in questo gli accademici, il Platina specialmente, s'erano creati una grande riputazione di buongustai.[569] Altre volte singoli ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane. Come libera associazione e senza un programma ben definito, questa accademia si mantenne nella sua forma primitiva sino al sacco di Roma e potè contare fra' suoi soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360), e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire la vita intellettuale della nazione, non è cosa che si possa così facilmente stabilire, come d'ordinario non si può di nessuna associazione di questa specie; tuttavia sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa menzione, come di una delle più care e preziose ricordanze di sua gioventù.[570] — Un numero considerevole di altre accademie sorse e morì in diverse città, secondochè ciò era reso possibile dalla fama e dall'importanza degli umanisti, che vi risiedevano, e dal favore che i ricchi e i grandi vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di Napoli, che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e della quale poi una parte emigrò a Lecce,[571] un'altra fu quella di Pordenone, che costituiva la corte del gran condottiere Alviano, e così via. Di quella di Lodovico il Moro e della sua speciale importanza nella corte del principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56).
Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni sembrano aver subito una completa e radicale trasformazione. Gli umanisti sbalzati, anche per altre ragioni, di seggio e divenuti sospetti alla incipiente Contro-riforma, perdono la direzione delle accademie, e la poesia italiana anche in queste comincia ad occupare il posto della latina. Ben presto ogni città di una tal quale importanza ha la sua accademia, coi nomi più strani e bizzarri,[572] e con fondi propri messi insieme mediante contributi dei soci e legati. Oltre alla recitazione di poesie, si adotta in esse, alla maniera delle precedenti associazioni latine, l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione di drammi, parte col concorso degli stessi accademici, parte sotto la loro sorveglianza coll'opera di giovani dilettanti e ben presto anche di attori pagati. Le sorti del teatro italiano, e più tardi anche dell'Opera, rimasero per lungo tempo nelle mani di queste associazioni.
FINE DEL VOLUME PRIMO.