[97]. De incert. et vanitate scientiar. cap. 53.
[98]. Prato, nell'Arch. Stor. III. p. 211.
[99]. De casibus virorum illustrium. L. II. cap. 15.
[100]. Discorsi, III, 6. — Cfr. Storie fiorent. L. VIII. — La descrizione delle congiure è un'occupazione prediletta degl'Italiani sin da tempo antichissimo. Già Luitprando ce ne dà alcune, che per lo meno sono più circostanziate di quelle di qualunque altro contemporaneo del secolo X; nel secolo XI la liberazione di Messina dai Saraceni, operata per mezzo del Normanno Ruggero quivi chiamato (presso Baluz. Miscell. I, p. 184), offre l'occasione ad un racconto abbastanza caratteristico di questo genere (1060); per tacere anche del colorito drammatico, che si diede ai racconti del Vespro siciliano. La medesima tendenza si scorge notoriamente negli storici greci.
[101]. Corio, fol. 333. Ciò che segue, ibid. fol. 305, 422 e segg. 440.
[102]. Così la citazione del Gallo, presso Sismondi XI, 93. — Il motivo sopra addotto per l'uccisione nelle chiese viene menzionato ancora all'epoca dei Merovingi, v. Gregor. Turon. IX, 3.
[103]. Corio, fol. 422. — Allegretto, Diari sanesi, presso Muratori XXIII, col. 777. — Vedi sopra pag. 54.
[104]. Si vegga nella relazione autentica dell'Olgiati, presso Corio, un periodo come il seguente: «quisque nostrum magis socios potissime et infinitos alios sollicitare, infestare, alter alteri benevolos se facere coepit. Aliquid aliquibus parum donare; simul magis noctu edere, vigilare, nostra omnia bona polliceri, etc.».
[105]. Vasari, III, 251. Nota alla vita del Donatello.
[106]. Inferno, XXXIV, 64.