[215]. Fabroni, Laurentius magnif. adnot. 130. Un referendario scriveva di ambedue: hanno in ogni elezione a mettere a sacco questa corte, e sono i maggiori ribaldi del mondo.

[216]. Corio, fol. 450.

[217]. Un monitorio molto caratteristico veggasi in Fabroni, Laurentius magnif. adnot. 217, e in estratto presso Ranke, Die römischen Päpste, I, p. 45.

[218]. E fors'anche feudi napoletani, per cui Innocenzo chiamò nuovamente gli Angioini contro il re Ferrante, che a questo riguardo faceva il sordo. Il contegno del Papa in questo negozio, e la sua partecipazione alla seconda congiura dei Baroni rivelano inettitudine e disonestà ad un tempo. Del suo modo brutale di trattar colle potenze estere veggasi a pag. 125.

[219]. Cfr. specialmente l'Infessura, presso Eccard, Scriptores, II, passim.

[220]. Ad eccezione dei Bentivoglio di Bologna e della casa Estense di Ferrara. Quest'ultima fu costretta ad imparentarsi: Lucrezia Borgia fu data in moglie al principe Alfonso.

[221]. Secondo il Corio (fol. 479), Carlo pensava ad un Concilio, alla deposizione del Papa e perfino alla sua deportazione in Francia, e precisamente all'epoca del suo ritorno da Napoli. Secondo Benedetto (Charolus VIII, presso Eccard script. II, col. 1584), Carlo, offeso che il Papa e i cardinali non avessero voluto riconoscerlo nel nuovo suo regno, avrebbe concepito ancora a Napoli l'idea de Italiae imperio deque pontificis statu mutando, ma subito dopo l'avrebbe abbandonata, accontentandosi di umiliare personalmente Alessandro. Il Papa però si sottrasse a tempo. — I particolari da questo tempo in avanti presso Pilorgerie, Campagne et bulletins de la grande armée d'Italie 1494-1495 (Paris, 1866 8.º), dove si discorre della gravità del pericolo, in cui si trovò più volte Alessandro (p. III, 117 ecc.). Perfino nel suo ritorno (p. 281 e segg.) Carlo non pensava a fargli alcun male.

[222]. Corio, fol. 550. — Malipiero, Ann. veneti, Arch. stor. VII, I, p. 318. — Da quale spirito di rapacità fosse dominata la famiglia intera scorgesi, fra molti altri, dal Malipiero, l. c. p. 585. Un nipote viene accolto splendidamente a Venezia in qualità di legato pontificio e vi fa gran bottino di danaro vendendo dispense: le persone addette al suo servizio rubano, partendo, tutto ciò su cui possono mettere le mani, anche un arazzo tessuto in oro dell'altare maggiore di una chiesa di Murano.

[223]. Ciò presso il Panvinio (Contin. Platinae, p. 359): insidiis Caesaris fratris interfectus.... connivente.... ad scelus patre. Testimonianza certo autentica, contro la quale hanno poco peso le asserzioni del Malipiero e del Matarazzo, che ne danno la colpa a Giovanni Sforza. — Anche la commozione profonda di Alessandro accennerebbe ad una complicità. Quando il cadavere fu estratto dal Tevere, il Sannazzaro scrisse:

Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus,