Ma quando il Cardano scriveva, avevano cominciato omai in Italia gl'Inquisitori e gli Spagnuoli a fare ogni sforzo, perchè uomini simili o non potessero sorgere più o in qualche modo perissero. E infatti corse del bel tempo da questa alla «Vita», che di sè medesimo scrisse l'Alfieri.
Frattanto sarebbe ingiusto il chiudere questa rassegna di autobiografie senza cedere la parola ad un uomo, quanto rispettabile, altrettanto felice. Egli è appunto il notissimo filosofo morale Luigi Cornaro, la cui abitazione in Padova, classica dal punto di vista architettonico, poteva dirsi un tempio di tutte le Muse. Nel suo celebre trattato Della vita sobria[94] egli descrive innanzi tutto la dieta rigorosa, mediante la quale potè, da infermiccio che era stato in gioventù, procurarsi una tarda e sana vecchiaia, per modo che, quando si pose a scrivere, toccava già l'ottantesimo terzo anno di sua vita; poi si occupa di rispondere a coloro, i quali in generale dispregiano la vita umana oltre i sessantacinque anni, chiamandola una vita morta, e prova ad essi, che la sua è vita eminentemente viva e vitale. «Vengano, egli esclama, e veggano e si maraviglino del mio benessere, e come monto da me a cavallo senza vantaggio alcuno, e come ascendo non una scala sola, ma tutto un colle a piè gagliardamente: poi come io sono allegro, piacevole e contento, e libero dalle perturbazioni dell'animo e da ogni noioso pensiero. La gioia e la pace non si dipartono mai dal mio cuore.... Io mi ritrovo avere bene spesso comodità di ragionare con molti onorati gentiluomini, e grandi d'intelletto e di costumi e di lettere, ed eccellenti in alcuna altra virtù. E quando la loro conversazione manca, mi dò a leggere e a scrivere, cercando in questo e in ciascun altro modo, ch'io posso, giovare altrui, quanto le mie forze me lo concedono. E tutte queste cose io fo con mia grandissima comodità e alli lor tempi e nelle mie stanze, le quali sono veramente belle e nella più bella parte di questa dotta città di Padova, e di quelle che più non sono state fatte alla nostra etade, con una parte delle quali mi difendo dal gran caldo, con l'altra dal gran freddo, perchè io le ho fabbricate con ragione di architettura.... e provvedute di giardini con acque correnti, che loro corrono a canto. Io vo l'aprile e il maggio, e così il settembre l'ottobre, per alquanti giorni, a godere un mio colle, che è nel più bel sito di questi monti Euganei, e che ha fontane e giardini e sopratutto comoda e bella stanza, e quivi mi trovo ancora alcune fiate a qualche caccia conveniente alla mia etade, comoda e piacevole. Godo poi altrettanti giorni la mia villa di piano,[95] che è piena di belle strade, le quali concorrono tutte in una bella piazza, in mezzo alla quale è la sua chiesa ornata assai secondo la condizione del luogo: un poderoso braccio del Brenta la divide in due parti, e dall'una e dall'altra vi è grande spazio di paese, tutto di campi fertili e ben coltivati, e ora (Dio grazia) molto ben abitato, mentre prima era paludoso e di mal aere e stanza piuttosto da bisce, che da uomini. Io ho levate le acque, e l'aere si fece buono e le genti vi vennero ad abitare, e le anime cominciarono a moltiplicare assai, e si ridusse il luogo alla perfezione che si vede oggidì, talchè io posso dire con verità, che ho dato in questo luogo a Dio altare e tempio e anime per adorarlo; cose tutte, che mi danno infinito piacere, sollazzo e contento, ognor che le ritorno a vedere e godere. A questi medesimi tempi vo ancora ogni anno a rivedere alcune di queste città circonvicine, e piglio piacere ragionando con li miei amici, che in esse si trovano, e, per loro mezzo, con gli altri che vi sono, uomini di bell'intelletto, architetti, pittori, scultori, musici e agricoltori.... Veggio le opere loro fatte per l'addietro, e sempre imparo cose, che mi è grato il saperle. Vedo i palazzi, i giardini, le anticaglie e con queste le piazze, le chiese, le fortezze. Ma sopra tutto godo nel viaggio, ove considero la bellezza dei siti e de' paesi, per li quali vo passando, altri in piano, altri in colle, vicini a fiumi e fontane, con molte belle abitazioni e giardini d'intorno. Nè questi miei sollazzi e piaceri mi son men dolci e cari, perchè io non veda ben lume e non oda ciò che mi vien detto facilmente, chè tutti i miei sensi (Dio grazia) son perfettissimi, e specialmente il gusto; che più gusto ora quel semplice cibo, ch'io mangio ovunque io mi trovi, che non faceva già quelli tanto delicati al tempo della mia vita disordinata».
Quindi, dopo aver accennato ai lavori di prosciugamento delle paludi da lui promossi per la Repubblica, e a' suoi progetti messi innanzi ripetutamente pel mantenimento delle lagune, conclude: «Questi sono i veri e importanti miei sollazzi, queste sono le recreazioni e i diporti della mia vecchiezza, la quale, per Dio grazia, è sanata dalle perturbazioni dell'animo e dalle infermità del corpo, e non prova alcuno di quei contrari, i quali miseramente tormentano infiniti giovani e altrettanti languidi vecchi e del tutto impotenti. E se alle cose grandi e importanti è lecito comparar le minori, o per dir meglio, quelle che si sogliono riputare da scherzo, dirò anco tal essere il frutto di questa vita sobria in me, che in questa mia età di anni ottantatrè ho potuto comporre una piacevolissima commedia, tutta piena di onesti risi e piacevoli motti. La qual maniera di poema ordinariamente suol essere frutto e parto dell'età giovanile, siccome la tragedia suol essere effetto della vecchiezza. Ora se fu lodato quel buon vecchio, greco di nazione e poeta, per avere nell'età di settantatrè anni scritto una tragedia, perchè debbo essere tenuto io men fortunato e sano di lui, avendo in età d'anni dieci più di lui composto una commedia?... E perchè niuna consolazione manchi alla copia degli anni miei, veggo quasi una spezie d'immortalità nella successione de' miei posteri: poichè ritrovo poi, come ritorno a casa, non uno o due, ma undici miei nipoti, il maggiore dei quali è di diciotto anni, il minore di due, tutti figliuoli di un padre e d'una madre, tutti sanissimi, tutti bellissimi e, per quanto ora si può vedere, molto atti e dediti alle lettere e ai buoni costumi; dei quali alcuno dei minori sempre godo, come un mio buffoncello; e veramente che i putti dell'età di tre anni infino a quella di cinque sono naturali buffoni: gli altri di maggiore età tengo ad un certo modo miei compagni, e perchè hanno dalla natura perfette voci, io godo ancora udendoli a cantare e sonare con diversi instrumenti; anzi io medesimo canto seco, perchè ho miglior voce e più chiara e più sonora ch'io avessi giammai.... Questi sono i sollazzi della mia etade; onde si vede, che la vita ch'io vivo, è vita viva e non morta.... nè in verità io cambierei la mia vita, nè la mia etade con alcun giovane di quelli, che vivendo seguono i loro appetiti».
Nella «Esortazione», che il Cornaro aggiunse assai più tardi, nel suo novantacinquesimo anno, egli si chiama fortunato, fra molte altre cose, anche perchè il suo «Trattato» fece molti proseliti. Egli morì a Padova nell'anno 1565, in età di oltre cento anni.
CAPITOLO VII. Caratteristica dei popoli e delle città.
Il Dittamondo di Fazio degli Uberti. — Descrizioni del secolo XVI.
Accanto alla caratteristica dei singoli individui noi vediamo svolgersi anche una certa attitudine a giudicare e descrivere intere popolazioni. Durante il medio-evo le città, le famiglie e i popoli di tutto l'Occidente s'erano reciprocamente assaliti con appellativi di scherno e di dileggio, nei quali per lo più c'era un fondo di vero più meno svisato. Ma da tempo antichissimo gli Italiani si segnalarono nel saper cogliere ed additare le differenze morali tra città e città e tra paese e paese; il loro patriottismo affatto locale, più vivo forse che quello di qualsiasi altro popolo nel medio-evo, creò assai per tempo in questo riguardo una letteratura speciale, e si alleò all'idea della gloria: sorse la topografia, quasi a far riscontro alla biografia (v. volume I, pag. 200). Ora, mentre ogni città alquanto considerevole prese a cantare le proprie glorie in prosa ed in versi,[96] sorsero anche scrittori, i quali parte descrissero con tutta serietà, l'una dopo l'altra, tutte le più importanti città e popolazioni, parte le misero apertamente in derisione, ne parlarono in modo, che non si sa se vi prevalga l'ammirazione o lo scherno.
Dopo alcuni celebri passi della Divina Commedia, merita, su questo argomento, di essere consultato il «Dittamondo» di Fazio degli Uberti (intorno al 1360). Vero è però che in esso non vengono messe in rilievo se non talune specialità al tutto caratteristiche di questo e di quel paese: la festa delle cornacchie, che si celebra il dì di S. Apollinare in Ravenna, le fontane di Treviso, la grande cantina di Vicenza, le elevate gabelle di Mantova, il bosco di torri di Lucca; ma in mezzo a ciò si incontrano anche lodi esagerate e critiche mordaci: Arezzo figura già pel sofistico ingegno de' suoi cittadini, Genova per gli occhi e pei denti tinti in bruno (?) delle sue donne, Bologna per le sue dissipazioni e prodigalità, Bergamo pel suo dialetto grossolano e per l'ingegno de' suoi abitatori, e così via.[97] Nel secolo XV poi ognuno esalta la propria città anche a spese delle altre. Michele Savonarola, per esempio, non pone la sua Padova se non al di sotto di Venezia e di Roma, come più grandiose, e di Firenze, come più allegra;[98] nè fa mestieri di dire, che queste parzialità rendono un assai cattivo servigio alla cognizione vera ed effettiva dei luoghi. Sulla fine del secolo Gioviano Pontano, nel suo «Antonio» finge un viaggio per l'Italia non con altro intendimento, che di fare qua e là maligne osservazioni. Ma col secolo XVI comincia una serie di vere e profonde caratteristiche, quali in allora non possedeva verun altro popolo.[99] Il Machiavelli descrive in alcune preziose relazioni i costumi e le condizioni politiche dei tedeschi e dei francesi in guisa tale, che anche un settentrionale, che conosca la propria storia, non potrà non essere grato al gran politico fiorentino per la luce, che vi portò colla profonda e chiara sua intuizione. In seguito i Fiorentini si trattengono assai volentieri (v. vol. I, pag. 101 e 110) a parlare di sè medesimi[100] e a specchiarsi con compiacenza nello splendore, invero grandissimo, delle loro glorie nel campo artistico e letterario; e forse si potrebbe scorgere il sommo della vanità in ciò stesso, che li vediamo attribuire il primato artistico della Toscana sul resto d'Italia non tanto ad una speciale disposizione naturale, quanto ad uno studio ostinato e costante, per essere eglino (gl'ingegni toscani) molto osservanti alle fatiche e agli studi di tutte le facoltà sopra qualsivoglia gente d'Italia.[101] Essi accettarono poi gli omaggi d'illustri italiani d'altri paesi, come per esempio lo splendido Capitolo sedicesimo dell'Ariosto, nè più, nè meno che come un tributo, al quale sapevano di aver diritto.
Di una, a quanto sembra, importantissima fonte storica sulle differenze caratteristiche delle popolazioni d'Italia, non possiamo sgraziatamente citare che il nome.[102] Leandro Alberti[103] non è nella descrizione del genio delle singole città copioso, come si potrebbe attendersi. Un piccolo Commentario anonimo[104] contiene, fra molte sciocchezze, anche qualche cenno pregevole sulle condizioni infelici e scadute d'Italia intorno alla metà del secolo.[105]