Fra i napoletani va certamente innanzi a tutti, per quanto ci è dato di giudicare, Tristano Caracciolo, (v. vol. I, pag. 50), quantunque il suo scopo non sia propriamente quello di scrivere biografie. In modo abbastanza strano vedesi nei personaggi ch'egli ci mette dinanzi, intrecciarsi l'arbitrio umano e il destino, tanto che lo si potrebbe dire un tragico a sua insaputa. La vera tragedia, che allora non trovò sulla scena posto veruno, penetrò ardita nei palazzi o si mostrò sulle pubbliche vie e sulle piazze. — I «Detti e fatti di Alfonso il Magnanimo» di Antonio Panormita, scritti vivente il re, sono notevoli come una delle primissime congeneri raccolte di aneddoti, schizzi e sentenze.
Con molta lentezza soltanto il resto d'Europa seguì l'Italia nella pittura morale dei caratteri,[90] quantunque i grandi moti politici e religiosi avessero spezzato omai tanti vincoli e ridestato alla vita dello spirito tante migliaia d'uomini. Ma le migliori informazioni sui personaggi più importanti d'Europa in quel tempo ci son sempre date dagli Italiani, tanto letterati che diplomatici. Tutti sanno a questo riguardo qual grado di autorità e d'importanza è stato al tempo nostro, e con ragione, attribuito alle «Relazioni degli ambasciadori veneziani» dei secoli XVI e XVII.
Anche l'autobiografia prende presso gl'Italiani qua e là un'impronta affatto propria di profondità e d'ampiezza, e, accanto alla vita esteriore la più svariata, ci dipinge con molta verità la vita intima, mentre presso altre nazioni, compresa anche la tedesca del tempo della Riforma, si restringe alle sole vicende esterne più notevoli e lascia indovinare il carattere soltanto dal modo della narrazione. Si direbbe che la «Vita nuova» di Dante, con quella tinta di schietta ingenuità, che l'anima da capo a fondo, abbia additato alla nazione la via da tenere.
Il primo avviamento viene dalle «Memorie famigliari» molto in uso nei secoli XIV e XV, delle quali deve esistere un numero considerevole fra i manoscritti delle biblioteche fiorentine. Contengono biografie semplici e schiette, scritte ad esclusivo ammaestramento dei posteri, come ad esempio quella di Buonaccorso Pitti.
Nè una critica un po' più profonda di sè medesimo è da cercarsi nemmeno nei Commentari di Pio II: anzi, se si giudica dalle apparenze, ciò che qui si apprende intorno a lui, come uomo, si restringe esclusivamente al modo, col quale egli ha saputo aprirsi la via a salire tanto alto. Tuttavia, approfondendo un po' meglio l'esame, si porterà anche un giudizio diverso su questo libro veramente notevole. Vi sono degli uomini portati naturalmente ad essere uno specchio vivo e fedele di quanto li circonda; da costoro si ha torto di esigere che ci narrino al tutto le loro opinioni, le loro lotte intime, o che ci presentino un quadro serio e profondo di tutte le circostanze della loro vita. Uno di questi è appunto Enea Silvio, che crebbe esclusivamente in mezzo agli affari, senza curarsi gran fatto delle contraddizioni morali, alle quali lo obbligò talvolta la sua carriera: da questo lato gli era una sufficiente garanzia, quante volte gli era necessaria, la costante ortodossia delle sue opinioni. Per tal modo, dopo aver preso parte a tutte le questioni morali che agitarono il suo secolo, e dopo averne suscitato più d'una egli stesso, conservò tuttavia ancor sulla fine di una vita cotanto tempestosa ed attiva tanto di vigor giovanile e di entusiasmo, da predicar la crociata contro i Turchi, e da morir di dolore quando la vide andar fallita.
Non al tutto dissimile, sotto questo punto di vista, è l'autobiografia di Benvenuto Cellini. Anch'essa non contiene alcuna di quelle osservazioni, che rivelano l'interno dell'anima, e tuttavia noi vi troviamo dipinto tutto l'uomo, in parte anche contro sua voglia, con tal verità e pienezza, che incanta e rapisce. È singolare infatti che Benvenuto, i cui maggiori lavori rimasero allo stato di semplici abbozzi e perirono, e che come artista non ci appare perfetto se non nella minuta decorazione, dovendosi nel resto (a giudicare dalle opere che di lui ci rimangono) collocarlo al di sotto di tanti altri suoi contemporanei, che Benvenuto, diciamo, solo come uomo, abbia potuto esercitare, ed eserciti tuttavia un fascino così irresistibile sugli altri uomini. E non gli nuoce nemmeno che il lettore assai di frequente sia in grado di accorgersi, che egli ne' suoi racconti o non è veritiero affatto, o trascende in esagerazioni e millanterie; l'impressione che lascia una natura così energica e piena, prevale su tutto. E per convincersene basta il confronto con qualunque degli autobiografi del settentrione, nei quali, se anche qua e là si deve pur ammirare un indirizzo morale molto più elevato, si nota però una inferiorità incontrastabile nel modo dell'esposizione. Egli è un uomo che sa tutto, osa tutto e non piglia norma se non da sè stesso.[91]
Ma di un altro ancora noi dobbiamo qui far menzione, che non sempre sembra aver detto l'esatta verità: egli è Girolamo Cardano, milanese (nato nel 1500). Il suo libretto De propria vita[92] sopravviverà anche quando sarà ecclissata la fama, ch'egli giustamente ha levato di sè nelle scienze naturali e filosofiche, nè più, nè meno come la Vita di Benvenuto sopravvive alle sue opere, quantunque il valore dei due libri sia essenzialmente diverso. Cardano è un medico, che si tocca il polso da sè medesimo e descrive tutta la sua personalità fisica, intellettuale e morale insieme alle circostanze, in mezzo alle quali s'è svolta, con tutta quella sincerità schietta e obbiettiva, che gli è possibile. Il modello che egli, per sua confessione, prende ad imitare, lo scritto di Marco Aurelio intorno a sè stesso, potè essere da lui superato, perchè egli non si trovò anticipatamente preoccupato da nessuna massima di virtù stoica. Egli non ha indulgenza alcuna nè per sè medesimo, nè per gli altri; tanto è vero che comincia la sua narrazione col dirci, che venne al mondo, perchè a sua madre non riuscì di disperdere il frutto del proprio seno. È un fatto degno d'essere notato che alle costellazioni, che presiedettero alla sua nascita, egli attribuisca soltanto le sue attitudini e facoltà intellettuali, non però le morali: tuttavia si ha da lui un'aperta confessione (cap. X), che la predizione fatta da un astrologo, che non sarebbe sopravissuto oltre il suo quarantesimo o, al più, oltre il quarantesimo quarto anno di vita, gli nocque moltissimo nella sua gioventù. Ma qui non è del nostro assunto di fare un compendio del suo libro, del resto universalmente conosciuto e facile a rinvenirsi in qualsiasi biblioteca. Bensì non vogliamo tralasciar di notare che chiunque prenderà a leggerlo, ne resterà talmente affascinato, che non lo lascierà se non quando sarà giunto all'ultima pagina. Il Cardano confessa di essere stato giocatore sleale, uomo vendicativo, ostinato nelle colpe e deliberatamente offensivo nei discorsi; ma lo confessa senza impudenza o ipocrita compunzione, anzi senza nemmen cercare di rendersi con ciò più interessante: si direbbe che, nell'esame di sè medesimo, egli non s'attiene ad altra norma, fuorchè a quello schietto e sincero amore della verità, da cui era guidato in tutte le sue ricerche scientifiche. E parrà ancora più strano, che un uomo come lui, giunto a settantasei anni dopo una vita tempestosissima,[93] e con sì poca fede negli uomini, quale egli doveva avere, si dichiari tuttavia abbastanza felice, compiacendosi di un nipote che gli sopravviverà, dell'immenso sapere di cui si trova in possesso, della fama procacciatagli dalle sue opere, delle ricchezze, degli onori, delle potenti amicizie, che seppe acquistarsi, dei mille segreti affidatigli, e, ciò che è più singolare, della sua fede in Dio. In una aggiunta egli enumera i denti che gli rimangono, e ci fa sapere che sono quindici.