CAPITOLO VI. Le Biografie.
Progresso degli Italiani di fronte al medio-evo. — Biografi toscani. — Biografi d'altre regioni d'Italia. — L'autobiografia: Enea Silvio. — Benvenuto Cellini. — Girolamo Cardano. — Luigi Cornaro.
Ma anche fuori del campo della poesia gli Italiani hanno avuto, primi fra tutti gli Europei, una decisa propensione e attitudine a descrivere esattamente l'uomo storico ne' suoi tratti e nelle sue qualità intime ed esteriori.
Vero è che anche il medio-evo assai per tempo fece dei tentativi notevoli di questo genere, e la leggenda, come compito permanente della biografia, dovette, almeno fino ad un certo grado, tener viva la tendenza e l'attitudine alla pittura individuale. Negli annali dei conventi e dei capitoli delle cattedrali s'incontrano ritratti abbastanza vivi e spiccati di qualche gran dignitario ecclesiastico, come per esempio, di Meinwerk di Paderborn, di Gottardo di Hildesheim ecc., e di parecchi degl'imperatori tedeschi esistono descrizioni composte su modelli antichi, probabilmente di Svetonio, che hanno tratti pregevolissimi: anzi queste e somiglianti Vitae profane costituiscono a poco a poco uno stabile riscontro alle leggende dei santi. Ma sarebbe un errore assai grossolano se si volessero contrapporre le biografie scritte da Eginardo o da Radevico[84] a quella che di S. Luigi ci dà il Joinville, e che sola, per vero, merita di essere contrassegnata come la prima pittura caratteristica di un uomo europeo alla moderna, completamente riuscita. Caratteri come quello di S. Luigi sono in generale assai rari, e a ciò s'aggiunge anche la non comune fortuna, che un narratore veramente schietto e sincero sa in tutti i singoli tratti e avvenimenti di quella vita far emergere in modo vivo e parlante le intenzioni che li guidarono. Da che povere fonti invece siamo costretti ad indovinare il carattere di Federico II o di Filippo il Bello! Molte altre narrazioni, che poi sino all'uscire del medioevo si dànno per biografie, non sono propriamente che storia contemporanea e senza importanza alcuna per la caratteristica individuale dei personaggi, di cui si scrive.
Ora negli Italiani questo studio dei tratti caratteristici degli uomini più importanti è una tendenza prevalente, e quest'è appunto ciò che li contraddistingue dagli altri popoli occidentali, nei quali nulla di simile si riscontra, o solo casualmente e in circostanze affatto straordinarie. Questo senso assai sviluppato per l'individualità non può averlo in generale se non chi esce da una razza, che ne sia naturalmente dotata e che abbia portato lo sviluppo dell'individuo all'ultima perfezione.
In stretta relazione colla passione universalmente prevalente per la gloria (v. vol. I, pag. 193 e segg.) sorge una scienza biografica compilatrice e comparata, che non ha più bisogno di attenersi all'ordine dinastico o alla serie dei grandi dignitari ecclesiastici, come fanno Anastasio, Agnello e i loro successori od anche i biografi dei dogi di Venezia. Essa fa anche di più, e si prova a descriver l'uomo, ogni qualvolta egli ne appaia degno. Quali modelli per questo scopo, oltre Svetonio, servono anche Cornelio Nepote e Plutarco (viri illustres), là dove quest'ultimo era conosciuto: per le notizie di storia letteraria sembrano aver servito principalmente le biografie dei grammatici, retori e poeti, che si conoscono sotto il nome di Appendici allo Svetonio,[85] nonchè la vita di Virgilio del Donato, assai letta in allora.
In qual modo nel secolo XIV sieno sorte le collezioni biografiche e le vite di uomini e di donne celebri, fu già altrove indicato (v. vol. I, pag. 199 e segg.). Esse tutte, quando non parlano di contemporanei, seguono naturalmente le narrazioni precedenti; il primo importante lavoro non imitato in questo riguardo è la «Vita di Dante», scritta dal Boccaccio. Sebbene si risenta di una certa precipitazione e dia spesso nell'enfasi, essa ci porge tuttavia una viva idea di ciò che v'era di straordinario nella tempra dell'Alighieri. Poi, sulla fine del secolo XIV, seguono le «Vite di illustri fiorentini» di Filippo Villani. Vi figurano uomini d'ogni classe: poeti, giuristi, medici, filologi, artisti, uomini politici, guerrieri, taluni di essi ancor vivi. Firenze in queste Vite è trattata come una famiglia di uomini d'ingegno, dove si notano particolarmente quei rampolli, nei quali lo spirito della casa si manifesta in modo più segnalato. La pittura dei caratteri è sempre breve, ma fatta con vero talento descrittivo e con una perfetta intelligenza di ciò che li contraddistingue, e abbraccia molto abilmente sotto un solo punto di vista le qualità interne ed esterne di ciascun individuo. D'allora in poi[86] i Toscani non hanno più cessato di considerare la pittura degli uomini come un affare di loro spettanza esclusiva, e ad essi dobbiamo le caratteristiche più importanti degli Italiani dei secoli XV e XVI in generale. Giovanni Cavalcanti (nelle appendici alla sua «Storia fiorentina» anteriormente all'anno 1450) raccoglie esempi di virtù civile e di abnegazione, di sapienza politica e di valor militare, desumendoli tutti dal popolo fiorentino. Papa Pio II ne' suoi «Commentari» dà pregevoli ritratti di illustri suoi contemporanei; anche recentemente è stato ristampato uno scritto suo giovanile,[87] che contiene, si può dire, i lavori preparatorii per quei ritratti, ma con carattere e colorito affatto originali. A Jacopo da Volterra andiam debitori di notizie molto piccanti su taluni uomini della Curia[88] del tempo posteriore a Pio. Di Vespasiano fiorentino s'è già parlato più volte, e nel complesso come fonte storica esso va collocato sempre fra i più importanti, che possediamo, ma, quanto alla perizia nello scolpire i caratteri, non può certamente reggere al paragone con un Macchiavelli, un Niccolò Valori, un Guicciardini, un Varchi, un Francesco Vettori ed altri, dai quali la storiografia di tutta Europa ebbe forse, non meno che dagli antichi, norma e indirizzo. Non bisogna infatti dimenticare, che le opere di parecchi di questi scrittori, tradotte in latino, furono assai per tempo diffuse nelle provincie settentrionali. E sta altresì di fatto che senza Giorgio Vasari d'Arezzo e l'opera sua importantissima, noi mancheremmo forse ancora d'una storia dell'arte del settentrione e in generale dell'Europa moderna.
Fra i biografi dell'Italia superiore nel secolo XV il primo posto sembra doversi concedere a Bartolommeo Fazio, oriundo della Spezia (v. vol. I, pag. 203 nota). Il Platina, nativo del cremonese, nella sua «Vita di Paolo II» (v. ibid. pag. 304) rappresenta, più che altro, la caricatura della biografia. Ma una attenzione tutt'affatto speciale è dovuta a Piercandido Decembrio per la vita che ci ha lasciato dell'ultimo dei Visconti,[89] dove imita a larghi tratti Svetonio. Sismondi deplora che si sia impiegato tanto tempo e tanta fatica intorno a un tale soggetto; ma forse l'autore non avrebbe bastato ad un argomento di maggiore importanza, mentre è riescito perfettamente nel ritrarci con maravigliosa esattezza un carattere così doppio, come fu quello di Filippo Maria, e nel darci al tempo stesso un quadro delle circostanze, che prepararono accompagnarono e seguirono una tirannide di un'indole tanto speciale. L'immagine del secolo XV sarebbe incompleta senza questa biografia unica nel suo genere, e così accentuata da non lasciare inavvertita ogni benchè minima particolarità. — Più tardi Milano ha nello storico Corio un pittore di caratteri degno di speciale menzione; e a questo tien dietro il comasco Paolo Giovio, cui procacciarono fama universale dapprima le estese sue biografie, poi i compendiosi suoi elogi, che divennero un modello pei biografi posteriori d'ogni paese. Sono frequentissimi i passi, nei quali si può accusare il Giovio di superficialità ed anche, se si vuole, (ma non però con ugual frequenza) di malafede, come è certo altresì, che in lui non bisogna cercare nessuno di quegli elevati intenti morali, di cui egli stesso si confessava sfornito. Ma, in onta a tutto questo, non può negarsi che lo spirito del secolo traspare da tutte le sue pagine, e il suo Leone X, il suo Alfonso, il suo Pompeo Colonna ci stanno dinanzi vivi e parlanti, quali egli ce li descrive, quand'anche non ci faccia penetrare nei misteri più reconditi del loro spirito.