Accanto a questa estetica speciale la generale non vi ha che una parte assai secondaria. Le ragioni più riposte e segrete, dietro le quali l'occhio giudica senza appello, sono un enigma anche pel Firenzuola, come egli apertamente confessa, e le sue definizioni di Leggiadria, Grazia, Vaghezza, Venustà, Aria, Maestà non sono in parte, come s'è detto, che deduzioni filologiche, in parte inutili sforzi per esprimere l'inesprimibile. Il sorriso egli lo definisce — probabilmente dietro qualche antico autore, e molto felicemente — uno splendore dell'anima.

Sull'uscire del medio-evo tutte le letterature possono vantare singoli tentativi fatti per fissar quasi dogmaticamente l'idea della Bellezza.[116] Ma ogni altra opera resta facilmente ecclissata da questa del Firenzuola. Il Brantome, posteriore di un secolo e più, non pare che un dilettante assai grossolano in suo confronto, appunto perchè guidato più dalla concupiscenza, che dal senso della Bellezza.

CAPITOLO IX. Descrizione della vita reale ordinaria.

Enea Silvio ed altri. — Convenzionalismo bucolico dal Petrarca in avanti. — Condizione effettiva dei contadini. — Schietta rappresentazione poetica della vita campestre. — Battista Mantovano, Lorenzo il Magnifico, il Pulci. — Angelo Poliziano. — L'umanità e l'idea dell'uomo in generale.

Alle scoperte che si fecero intorno all'uomo noi dobbiamo finalmente aggiungere anche l'interesse, che si prese alla descrizione della vita ordinaria quotidiana.

Nel medio-evo la vita d'ogni giorno non offerse argomento di poesia che alla satira ed alla farsa. Al tempo del Rinascimento in Italia si prende invece a studiarla e a descriverla per ciò che essa è in sè stessa, perchè è interessante da sè, perchè è una parte della vita umana in generale, nel vortice della quale gli Italiani si sentono come magicamente travolti. Invece della farsa volgare, che s'aggira per le case, sulle vie, nei villaggi per beffarsi indistintamente della piccola borghesia, dei contadini e del clero delle campagne, noi incontriamo qui nella letteratura i primordi di quei quadri di genere, che si fanno poi attendere per lungo tempo ancora nella pittura. Più tardi questi si congiungono spesso con quella farsa volgare e procedono uniti, ma non per questo sono identici con essa, chè anzi differenze essenziali li distinguono pur sempre nettamente fra loro.

Quante cose umane non deve aver Dante attentamente osservato e sperimentato prima di poter descrivere in modo così profondamente vero il suo mondo spirituale![117] Le celebri similitudini desunte dall'operoso affaccendarsi nell'arsenale di Venezia, dall'appoggiarsi dei ciechi l'uno sull'altro alle porte delle chiese[118] e simili, non sono le sole prove che possono addursi in tale riguardo: l'arte stessa, colla quale egli esprime lo stato interno di un'anima nell'atteggiamento esteriore e nel gesto, dimostra un profondo e pertinace studio della vita.

I poeti che vengono dopo di lui, ben raramente lo agguagliano, e ai novellieri è vietato dalla stessa legge suprema del genere che trattano, di indugiarsi nelle particolarità (cfr. a pag. 38 e 94). Ad essi è permesso di esordire con grande larghezza e di essere prolissi, finchè vogliono, nel narrare, ma non mai di far quadri di genere puramente descrittivo. Questi non s'incontrano per la prima volta che presso gli uomini, che fecero rivivere l'antichità.

Il primo che anche in questo riguardo ci si fa innanzi è l'uomo, che avea una speciale attitudine a tutto: Enea Silvio. Egli descrive non soltanto la bellezza del paesaggio, non le cose più interessanti dal lato cosmografico ed archeologico (v. vol. I, pag. 244, vol. II, pag. 10 e 33), ma anche qualsiasi avvenimento ordinario e straordinario della vita.[119] Fra i moltissimi passi delle sue Memorie, in cui si rappresentano scene naturali, alle quali in allora appena qualcuno avrebbe consacrato un lieve tratto di penna, non menzioneremo qui che la gara dei remiganti sul lago di Bolsena.[120] Ma impossibile sarebbe il dire con qualche sicurezza da quali antichi epistolografi o narratori gli sia venuto l'impulso a rivestire di sì splendidi colori le sue descrizioni; nè ciò deve sorprendere, essendo mille nel campo spirituale i punti di contatto tra l'Antichità e il Rinascimento, che non potranno mai essere chiaramente spiegati e resteranno avvolti in una misteriosa penombra.

Dopo ciò formano parte di questa serie quelle poesie descrittive latine, delle quali s'è già parlato altrove (v. vol. I, pag. 350): descrizione di cacce, di viaggi, di ceremonie e simili. E non manca anche qualche lavoro italiano di questa specie, come, per esempio, le descrizioni della celebre giostra medicea del Poliziano e di Luca Pulci. I poeti epici propriamente detti, Luigi Pulci, il Bojardo e l'Ariosto, sono spinti naturalmente dal loro soggetto a passar oltre e a toccar questi punti appena di volo, ma, anche in onta a ciò, non si può non ammirare la facile precisione, con cui dipingono la vita ordinaria, e se ne trae una prova di più della loro grande maestria in tutto. Franco Sacchetti si compiace una volta di ripetere i brevi discorsi di una brigata di belle donne,[121] che in un bosco furono sorprese dalla pioggia.