Altre descrizioni della vita reale ordinaria trovansi, più spesso che altrove, negli scrittori di cose guerresche e simili (cfr. vol. I, pag. 135). Ancora di un tempo anteriore ci rimane in una poesia molto circostanziata[122] un quadro fedele di una battaglia di mercenari del secolo XIV, dove son riferite particolarmente le acclamazioni, le grida e i comandi, che echeggiano durante la zuffa.

Ma la cosa più notevole in questo genere sono le schiette descrizioni della vita campagnuola, che si trovano specialmente in Lorenzo il Magnifico e nei poeti che lo circondano.


Dal Petrarca in avanti[123] ci fu una specie di bucolica falsa, convenzionale, un vero furore di scriver egloghe, ad imitazione di quelle di Virgilio, non importa se in versi latini od italiani. E come sue specie secondarie sorsero il romanzo pastorale del Boccaccio (v. vol. I, pag. 346) e tanti altri sino all'Arcadia del Sannazzaro, e più tardi la farsa pastorale alla maniera del Tasso e del Guarini, tutti lavori dettati in bellissima prosa o in versi perfetti, nei quali però la vita pastorale non figura che come un costume indossato per sola apparenza esterna, esprimendosi sotto di esso sentimenti propri di un genere ben diverso di società.[124]

Ma, accanto a ciò, col finire del secolo XV, sorge nella poesia un modo affatto nuovo di dipingere la vita campestre: la descrizione schietta, naturale, l'antitesi insomma, il contrapposto della bucolica convenzionale di prima. Essa non fu possibile che in Italia, perchè qui soltanto l'abitatore delle campagne (tanto il colono che il proprietario) aveva dignità d'uomo e libertà personale e franchigie speciali, per quanto anche talvolta la sua sorte fosse piuttosto dura. La differenza tra la città e i villaggi è ben lontana dall'esservi così accentuata, come nel nord; anzi un gran numero di piccole città vi è esclusivamente abitato da contadini, che la sera, tornando alle loro case, possono mutar nome e chiamarsi cittadini al pari di tutti gli altri. I Maestri comacini fecero il giro di quasi tutta l'Italia; al fanciullo Giotto fu pure possibile di abbandonar le sue pecore e di essere aggregato in Firenze ad una corporazione; in generale l'affluenza degli uomini del contado alle città era continua, e certe popolazioni di montagna sembravano nate esclusivamente per questo.[125] Ora egli è bensì vero che la boria e l'orgoglio cittadinesco sono un continuo stimolo ai poeti e ai novellieri perchè mettano in canzonatura il villano,[126] e che la commedia improvvisata (v. pag. 61 e segg.) si dà premura poi di fare il resto. Ma tuttavia dove trovare neanche un'ombra di quel crudele e beffardo odio di razza contro i vilains, di cui sono pieni gli aristocratici poeti provenzali e qua e colà anche i cronisti francesi? Egli è un fatto che negli scrittori italiani di qualsiasi specie[127] s'incontrano frequenti e spontanee testimonianze d'onore e di rispetto per una classe di persone, che rende alla società sì segnalati servigi e ha tanto diritto alla di lei gratitudine. Gioviano Pontano[128] narra con sensi di vera ammirazione alcuni tratti magnanimi dei selvaggi abruzzesi: nelle collezioni biografiche e nei novellieri non mancano mai eroine campestri,[129] che sacrificano la propria vita per difesa del proprio onore e pel bene della propria famiglia.[130]

Con tali precedenti era ben naturale che in taluni sorgesse il desiderio di rivestir dei colori della poesia anche questo genere di vita. Fra costoro innanzi tutto nomineremo qui Battista Mantovano colle sue Egloghe, una volta assai lette ed anche oggidì degne di osservazione. Esse sono uno de' suoi primi lavori (probabilmente del 1480 o in quel torno), e vi si nota ancora una certa perplessità tra il realismo e il convenzionalismo della rappresentazione, ma in sostanza il primo prevale. Vi si sentono le idee di un buon curato di campagna, non senza qualche sfumatura qua e là di idee liberali. In qualità di monaco carmelitano, Battista deve aver bazzicato assai colle popolazioni del contado.


Ma con forza incomparabilmente maggiore ci trasporta Lorenzo il Magnifico in questo nuovo mondo e ci fa vivere veramente la vita del villaggio. La sua «Nencia da Barberino»,[131] può dirsi la nuova e schietta riproduzione delle canzoni popolari dei dintorni di Firenze, fuse insieme in un'onda maestosa di ottave. L'oggettivismo del poeta è tale, che si resta in dubbio se si risenta simpatia o disprezzo pel garzone che parla (è il contadinello Vallera, che dichiara il suo amore alla Nencia). È evidente il contrasto deliberato colla bucolica convenzionale accompagnata dal solito Dio Pane e dalle solite Ninfe: Lorenzo si getta volontariamente nel nudo realismo della spregiata vita delle campagne, e, ciò non ostante, l'insieme lascia un'impressione veramente poetica.

Rivale della Nencia, per consenso di tutti, è la Beca da Dicomano di Luigi Pulci.[132] Ma essa difetta di una certa serietà obbiettiva, per essere stata cantata non tanto per forza di naturale impulso e allo scopo di rappresentare un lato della vita del popolo, quanto pel desiderio di ottenere l'applauso della più colta società fiorentina. Da ciò la maggiore e deliberata rozzezza del quadro e le frammistevi oscenità. Ciò non ostante, il carattere del contadino innamorato vi è con molta abilità sostenuto.