Terzo in questa società viene Angelo Poliziano col suo Rusticus in esametri latini.[133] Tenendosi lontano da ogni imitazione della Georgica di Virgilio, egli descrive specialmente l'anno campestre in Toscana, cominciando dall'autunno inoltrato, nel quale l'agricoltore sfodera un nuovo aratro e fa le seminagioni dell'inverno. Assai ricca e lussureggiante è la descrizione della campagna in primavera, ed anche nell'«estate» s'incontrano passi di un gusto squisito; ma ciò che può riguardarsi come un vero gioiello della nuova poesia latina, è la festa della vendemmia in autunno. Anche in italiano il Poliziano ha cantato qualche cosa da cui emerge, che nel gruppo che stava attorno a Lorenzo, si poteva dare oggimai qualche quadro veritiero della vita agitata e operosa delle classi inferiori. La sua Zingaresca[134] è uno dei primi saggi della tendenza dei poeti moderni a trasportarsi nella vita e nei costumi di una classe d'uomini diversa da quella, a cui essi appartengono. Con un intento comico qualche cosa di simile era stato, per vero, tentato ancor prima,[135] e in Firenze i canti delle Mascherate ne offrivano sempre nuova occasione al tornare di ogni carnovale. Ma ciò che è nuovo, è il trasportarsi nel mondo dei sentimenti di un'altra classe, con che tanto questa canzone, quanto «la Nencia» tracciano nella storia della letteratura una nuova via, che merita attenta considerazione.
E qui pure in sul finire dobbiamo far notare di nuovo il fatto, che la cultura precede sempre lo sviluppo dell'arte. Non ci vollero infatti, dalla Nencia in poi, meno di ottant'anni prima che s'avessero i quadri di genere e i bozzetti campestri di Jacopo Bassano e della sua scuola.
Avremo occasione in seguito di mostrare come in Italia le differenze sociali fondate sulla diversità della nascita avessero omai perduto ogni valore. Ciò che vi contribuì grandemente fu senza dubbio il fatto, che qui, prima che altrove, s'era acquistata una conoscenza più seria e più perfetta dell'uomo in particolare e dell'umanità in generale. Basterebbe questa sola conquista per imporci un obbligo di eterna riconoscenza verso gli uomini del Rinascimento. Un concetto logico e astratto dell'umanità s'era avuto da tempo antichissimo, ma il Rinascimento ce ne diede la realtà vera e obbiettiva.
I più nobili ed elevati sentimenti a questo riguardo trovansi espressi da Pico della Mirandola nel suo discorso sulla dignità dell'uomo,[136] che può dirsi uno dei lasciti più preziosi di quell'epoca tanto colta. Dio s'è riserbato di crear l'uomo dopo tutte le altre creature, affinchè questi potesse riconoscere le leggi dell'universo, sentirne la bellezza, ammirarne la magnificenza. Egli non lo vincolò a nessuna sede fissa, non gl'impose veruna attività determinata, nessuna necessità ineluttabile; lo dotò anzi di ogni facoltà necessaria a muoversi e a voler liberamente. «Io ti ho collocato in mezzo al mondo, disse il Creatore ad Adamo, affinchè tu tanto più facilmente ti guardi attorno e vegga tutto ciò ch'esso contiene. Io ti creai non celeste e non terrestre, non mortale, nè immortale soltanto, affinchè tu sia libero educatore e signore di te medesimo; tu puoi degenerare sino a divenir bruto, e rigenerarti sino a parer quasi un Dio. I bruti portano con sè dal grembo materno quanto ad essi fa d'uopo per conservarsi; gli spiriti superiori sono sin dal principio, o per lo meno subito dopo,[137] ciò che saranno eternamente. Tu solo hai uno sviluppo, che dipende dalla tua libera volontà, e porti in te i germi d'ogni specie di vita».
PARTE QUINTA LA VITA SOCIALE E LE FESTE
CAPITOLO I. Il pareggiamento delle classi.
Contrasto col medio-evo. — La convivenza nelle città. — Negazione teorica della nobiltà. — Contegno dell'aristocrazia secondo i paesi. — Sua posizione di fronte allo svolgersi progressivo della cultura. — Posteriori influenze spagnuole. — Le dignità cavalleresche dal medio-evo in avanti. — I tornei e le loro caricature. — La nobiltà come requisito indispensabile a' cortigiani.
Ogni epoca di civiltà, che rappresenti in sè qualche cosa di compiuto e perfetto, non si manifesta soltanto nella vita politica, religiosa, artistica e scientifica di un popolo, ma dà altresì un'impronta sua propria all'intera vita sociale. Ciò riscontrasi in modo caratteristico nel medio-evo, dove le rigide consuetudini delle corti e dell'aristocrazia sono presso a poco identiche dappertutto, e dove pure si ha un genere di borghesia affatto speciale.
Gli usi invalsi in Italia nel secolo del Rinascimento sono l'antitesi la più spiccata di tali consuetudini sotto tutti i punti di vista più essenziali. Questa antitesi comincia già alla base, che è affatto diversa, mentre nei circoli più elevati della vita sociale non esistono più distinzioni di casta, ma si ha invece una classe veramente colta nel senso moderno della parola, nella quale la gentilezza del sangue non ha valore se non in quanto le ricchezze, che sogliono accompagnarla, assicurano gli ozi necessari alla propria educazione. Ciò però non deve intendersi in modo assoluto, mentre è pur sempre vero, che gli ordini sopravissuti al medio-evo cercano ora più, ora meno, di prevalere, non fosse altro, per la smania di conservarsi all'altezza, che l'aristocrazia mantiene nelle altre nazioni men progredite d'Europa. Mala tendenza generale dell'epoca è però sempre per la fusione delle classi nel senso moderno.