Ad ottenere un tale intento, di sommo rilievo deve essere stata la convivenza di nobili e borghesi nella stessa città, per lo meno sino dal secolo XII,[138] poichè per essa vennero accomunate le sorti di tutti e furono tronche le ali, ancora in sul nascere, all'insolente albagia dei signori feudali, che dall'alto delle loro rocche sognavano un mondo di schiavi. Oltre a ciò, la Chiesa in Italia non si indusse mai, come nei paesi settentrionali, a fissare appannaggi speciali pei figli cadetti dell'aristocrazia: infatti, se anche i vescovati, i canonicati e le abbazie vi furono spesso conferiti dietro i principii di un indegno favoritismo, questo però non si basava mai esclusivamente sul privilegio dell'origine, e se i vescovi di regola vi furono molto più numerosi, più poveri e privi affatto di quelle prerogative principesche, che avevano altrove, videro in compenso cresciuta la loro autorità morale dalla loro dimora nelle città dove avevano la sede, e dove, insieme coi loro capitoli, formavano un elemento speciale della popolazione più colta. Quando, dopo ciò, pullularono d'ogni parte i principi e le tirannidi, l'aristocrazia ebbe in quasi tutte le città occasione e motivo d'isolarsi nella vita privata (v. vol. I, pag. 181), che, scevra di pericoli dal lato politico e confortata d'ogni comodità ed agiatezza materiale, non era in sostanza gran fatto diversa da quella di tanti altri ricchi abitatori delle città. E quando, da Dante in poi, la nuova poesia e la nuova letteratura divennero patrimonio di tutti,[139] e, più tardi ancora, prevalse una cultura tutta d'indole antica, e l'uomo, come tale, ebbe solo quel valore, che sapeva procacciarsi individualmente, e si videro nel fatto i Condottieri diventar principi e non badarsi più non solo alla dignità, ma nemmeno alla legittimità della nascita nell'eredità del potere (v. vol. I, p. 27-28), — allora si potè ben credere che una nuova êra di uguaglianza fosse spuntata, ed ogni idea di nobiltà scomparsa per sempre.


Dal punto di vista teorico, nel solo Aristotele, riferendosi all'antichità, si potevano già trovar gli argomenti per affermare e per negare la legittimità degli ordini aristocratici. Dante, per esempio, deriva ancora dall'unica definizione aristotelica, che «la nobiltà si basi sull'eccellenza e sulla ricchezza ereditaria», il suo principio, che «la nobiltà riposa sull'eccellenza propria o su quella degli antenati».[140] Ma altrove egli non si dà per soddisfatto di una tale definizione, e si rimprovera da sè stesso[141] di aver perfino in Paradiso, parlando col suo proavo Cacciaguida, alluso alla nobiltà della sua origine, che è manto che tosto raccorcia, e al quale il tempo ogni dì recide un lembo, che giorno per giorno bisogna rimettere. E nel «Convito»[142] egli stacca del tutto dall'idea della nobiltà ogni condizione di nascita privilegiata, e ne fa una cosa sola con l'attitudine a qualsiasi eccellenza morale e intellettuale, accentuando in modo speciale il pregio di una elevata cultura, col fare la nobiltà sorella germana della filosofia.

Dopo ciò, quanto maggiore fu l'influenza che l'umanismo venne acquistando sulle opinioni degli Italiani, tanto più forte si venne in tutti radicando la persuasione, che l'origine non possa mai esser quella che decida del valore di un uomo. Nel secolo XV quest'era omai un principio universalmente accettato. Il Poggio nel suo dialogo «Della nobiltà»[143] si dichiara pienamente d'accordo co' suoi interlocutori — Niccolò Niccoli e Lorenzo de' Medici, fratello del vecchio Cosimo — non esservi oggimai altra nobiltà, fuorchè quella derivante dal merito personale. Con tratti finamente mordaci questo stesso scritto sparge un amaro dileggio su molte distinzioni e prerogative, che, secondo il comune pregiudizio, entrano a far parte della vita dei nobili. «Niuno (v'è detto) trovasi tanto lontano dalla vera nobiltà, quanto colui, i cui antenati esercitarono per lungo tratto di tempo il malandrinaggio. La passione per le cacce non sente meglio di nobiltà, di quello che i nidi della selvaggina, che s'insegue, si risentano di balsamo o d'altri soavi profumi. L'agricoltura, quale fu esercitata dagli antichi, sarebbe ben più nobile occupazione, che non quelle stolte scorrerie per boschi e per monti, che ci fanno più simili alle belve, che a noi medesimi, e che tutt'al più potrebbero di quando in quando servirci di utile passatempo». E se ne adduce la prova mostrando il lato selvaggio e brutale della vita dei cavalieri inglesi e francesi nelle loro campagne o nei castelli e, peggio ancora, di quella della rapace cavalleria tedesca. Dopo ciò, il Medici prende a sostenere in certo modo le parti della nobiltà, ma non già — cosa abbastanza caratteristica — riferendosi ad un sentimento suggerito dalla natura, bensì richiamandosi all'autorità di Aristotele, che nel quinto libro della sua «Politica» riconosce e definisce la nobiltà come qualche cosa di veramente concreto e che si fonda sull'eccellenza del merito e sulla ricchezza ereditata. Ma il Niccoli soggiunge, che Aristotele, dando questa definizione, non esprime una persuasione sua propria, ma una opinione generalmente invalsa al suo tempo; e ciò è tanto vero, che nell'«Etica», dov'egli parla secondo il suo intimo convincimento, non vuol che sia nobile se non colui, che si sforza di conseguire il vero bene. Indarno il Medici gli oppone, che l'espressione greca per designare la nobiltà (Euganeia) suona appunto «nascita illustre»; il Niccoli trova che la voce latina nobilis, vale a dire notabile, è assai più giusta, perchè fa dipendere la nobiltà dalle sole azioni.[144] Dopo questi e simili ragionamenti l'autore ci dà una specie di prospetto delle condizioni di fatto, in cui si trovava al suo tempo la nobiltà nelle diverse regioni d'Italia. A Napoli essa è fiera e disdegna di occuparsi tanto dell'amministrazione de' suoi averi, quanto della mercatura, che riguarda come ignominiosa: così, se ne sta inerte e rinchiusa ne' suoi palagi,[145] o va attorno oziosamente cavalcando per la città. Anche l'aristocrazia romana ha in dispregio il commercio, ma amministra almeno i suoi beni; anzi presso di essa l'attendere all'economia rurale è considerato come cosa onorevole e agevola di per sè l'accesso ai ranghi della nobiltà:[146] tutto sommato, «un'aristocrazia rispettabile, ma paesana». Anche in Lombardia i nobili vivono dei redditi dei possessi ereditati, e si differenziano dagli altri pel vanto dell'origine e per l'astensione da qualsiasi ordinaria occupazione.[147] In Venezia la nobiltà governa, ma al tempo stesso si consacra al commercio; ed ugualmente a Genova tutti indistintamente, nobili e non nobili, sono mercanti e navigatori, e non vi si ammettono altre differenze, fuorchè quelle che provengono dalla nascita: taluni però esercitano una specie di brigantaggio dall'alto dei loro castelli. In Firenze una parte dell'aristocrazia attende al traffico; un'altra (ma certo la men numerosa) si pavoneggia, boriosa dei propri titoli, per le vie della città o perde il suo tempo nelle cacce e in simili divertimenti.[148]

Ma ciò che ha un'importanza al tutto decisiva si è questo, che quasi in tutta Italia anche coloro che possono andar superbi della lor nascita, non hanno ambizioni da far valere di fronte alla cultura ed alla ricchezza, nè dai loro privilegi politici o di corte risentono alcun impulso a considerarsi come una classe superiore alle altre. Venezia sembra costituire a questo riguardo una eccezione, ma essa non è che apparente, perchè in sostanza la vita dei nobili non si differenzia quivi da quella della borghesia, e gode appena qualche privilegio di pura forma esteriore. Diversamente invece vanno le cose nel regno di Napoli, che per l'orgoglioso isolamento e la boriosa vanità della sua aristocrazia, più che per qualsiasi altro motivo, restò completamente escluso dal gran moto intellettuale e morale del Rinascimento. A dar quivi un potente rinforzo alle tradizioni lasciate dal medio-evo longobardo e normanno sopravviene, ancor prima della metà del secolo XV, la dominazione aragonese, e così vi si compie fino da quel momento ciò che nel resto d'Italia non si effettuò che cento anni più tardi, una vera trasformazione sociale, un disprezzo del lavoro e una smania di titoli, che costituiscono appunto il lato caratteristico della popolazione spagnuola. Le conseguenze di un tal fatto non tardano poi a manifestarsi perfino nelle più piccole città ancor prima del 1500, e basta per tutte citare ciò che ci vien detto intorno ad una di esse, la piccola città della Cava. Essa era stata sempre proverbialmente ricca sino a che non diede ricovero che a muratori e a tessitori: «ora che, invece di strumenti da muratori e di telai, non vi si veggono che sproni, staffe e cinghie dorate, e tutti aspirano ad essere dottori, medici, notai, ufficiali e cavalieri, vi è subentrata la più desolante miseria».[149] In Firenze si constata un fatto identico per la prima volta sotto Cosimo primo granduca, e si ha a lui quest'obbligo che la gioventù fiorentina del suo tempo, spregiando il commercio e le industrie, non si preoccupa d'altro che di ottenere cavalierati nel suo nuovo ordine di s. Stefano.[150] È precisamente il rovescio di quanto vi era accaduto un secolo prima,[151] quando i padri, morendo, pregavano lo Stato a diseredare i loro figli, qualora non avessero esercitato una qualche utile professione (vedi vol. I, pag. 108).


Ma una smania speciale di distinzioni distrae spesso in modo molto ridicolo i Fiorentini dal culto dell'arte e della letteratura, nel quale non si ammettono differenze gerarchiche, ed è appunto la sete delle dignità cavalleresche divenuta stoltamente oggetto di moda proprio nel tempo, in cui esse aveano perduto sin l'ombra del proprio valore.

«Non sono molti anni, scrive Franco Sacchetti[152] verso la fine del secolo XIV, che ognuno di noi ha veduta far cavalieri li meccanici, gli artieri, insino a' fornai; ancora più giù, gli scardassieri, gli usurai e rubaldi barattieri.... Come risiede bene che uno judice, per poter andare rettore, si faccia cavaliere? E non dico che la scienza non istea bene al cavaliere, ma scienza reale, senza guadagno.... Oh sventurati ordini della cavalleria, quanto siete andati al fondo! In quattro modi son fatti cavalieri.... e tutti sono obbligati, vivendo, a molte cose che sarebbe lungo a dirle, e fanno tutto il contrario. Voglio pure aver toccato queste parti, acciocchè i lettori di queste cose materiali comprendano, come la cavalleria è morta. E non si ved'elli, che pure ancora lo dirò, essere fatti cavalieri i morti? Che brutta, che fetida cavalleria è questa! Così si potrebbe fare cavaliere un uomo di legno o uno di marmo,... e, perchè no? anche un bue o altra bestia». — I fatti che il Sacchetti adduce a conferma di quanto scrive, sono invero parlanti abbastanza; una volta egli è messer Bernabò Visconti, che per derisione creò cavalieri due ubbriaconi, che bevettero a prova alla sua presenza; un'altra sono alcuni cavalieri tedeschi, dei quali sì si fa beffe a proposito degli ornamenti che portano sull'elmo e simili. Più tardi il Poggio mette in derisione i molti cavalieri del suo tempo senza cavallo e senza esercizio alcuno di guerra.[153] Chi voleva far pompa dei distintivi onorifici del ceto, per esempio, uscire a cavallo portando bandiere ecc., si creava da sè in Firenze una posizione molto difficile, tanto di fronte al governo, quanto a' suoi numerosi motteggiatori.[154]

Riguardando la cosa un po' più dappresso, si scorge che queste tarde ambizioni cavalleresche, indipendenti affatto da qualsiasi nobiltà di sangue, senza dubbio erano in parte il frutto di una ridicola vanità smaniosa di titoli, ma al tempo stesso avevano altresì un'altra radice. I tornei erano ancora in uso, e chi volea prendervi parte, dovea, giusta le formalità prescritte, essere cavaliere. Ma il combattimento in campo chiuso e più particolarmente la corsa delle lance, strettamente regolata e talvolta assai pericolosa, erano un'occasione favorevole per far mostra di forza e di coraggio, e nessuno, qualunque fosse la sua origine, voleva certamente lasciarsela sfuggire in un'epoca, in cui tanto conto si teneva del valor personale.