Quindi è che non giovò a nulla, che ancora il Petrarca fin dal suo tempo si fosse espresso in termini di viva riprovazione contro i tornei, come contro una pericolosa stoltezza: egli non convertì nessuno col suo patetico grido: «in niun libro si legge che Scipione o Cesare siano stati abili giostratori!»[155] La cosa anzi in Firenze acquistò una grande popolarità; ogni borghese cominciò a riguardar la sua giostra — che senza dubbio non era più tanto pericolosa — come una specie di onesto passatempo, e Franco Sacchetti[156] ci ha conservato il ritratto, estremamente comico, di uno di questi giostratori della domenica. Egli esce a cavallo sino a Peretola, dove si potea giostrare a prezzo mitissimo, sopra una rôzza presa a nolo da un tintore, alla quale alcuni burloni poscia appiccano un cardo sotto la coda: la bestia imbizzarrisce, prende il galoppo e porta a precipizio il cavaliere, armato di tutto punto, alla città. L'inevitabile scioglimento della novella è una violenta sgridata della moglie indispettita di simili scappate del marito.[157]
Per ultimo i Medici concepiscono una vera passione per la giostra, come se volessero mostrare per l'appunto, essi non nobili e privati, che la società di cui si circondano, non è in nulla inferiore ad una corte.[158] Già ancor sotto Cosimo (1459), e poi sotto Piero il vecchio ebbero luogo in Firenze delle giostre celebratissime; Piero il giovane poi per tali esercizi trascurò perfino il governo, e non voleva essere dipinto se non rivestito della sua splendida armatura. Anche alla corte di Alessandro VI prevalse un entusiasmo simile; e quando il cardinale Ascanio Sforza chiese al principe turco Zizim (v. vol. I, pag. 149 e 158) come gli piacesse quello spettacolo, il barbaro rispose assai saggiamente, che simili combattimenti nella sua patria si facevano fare agli schiavi, perchè, in caso di disgrazia, non se ne risentiva alcun danno. — L'orientale qui, senza saperlo, si trovava d'accordo con gli antichi romani nel riprovare i costumi del medio-evo.
Del resto, anche non tenendo conto di queste circostanze, che pur non sono di lieve momento per spiegarsi l'ardore insistente con cui si cerca la dignità cavalleresca, noi troviamo omai a questo tempo qua e colà dei veri ordini di corte (per es. a Ferrara), i cui membri hanno di diritto il titolo di cavaliere.
Ma, per grandi che fossero le singole ambizioni e le vanità dei nobili e dei cavalieri, sta di fatto che la nobiltà italiana si collocò sempre nel bel mezzo della vita comune, e non mai alle estremità della medesima. Noi la vediamo trattar colle altre classi costantemente sur un piede di perfetta uguaglianza, e l'ingegno e la cultura sono sempre i suoi naturali alleati. Certamente che in un cortigiano propriamente detto si esige un qualche grado di nobiltà,[159] ma questa esigenza è espressamente dichiarata figlia di un pregiudizio invalso nel pubblico (per l'oppenion universale), nè in ogni caso implica mai la supposizione, che anche un individuo non nobile non possa avere un merito intrinseco equivalente. E nemmeno rimane inteso con ciò che le persone non nobili debbano restar escluse da ogni contatto col principe: si vuole soltanto che all'uomo perfetto, al vero cortigiano, non manchi alcuna di quelle qualità, che costituiscono un ornamento della vita, e quindi neanche questa. Se poi in tutti i rapporti della vita gli vien fatto un obbligo speciale di mantenere un contegno riserbato e dignitoso, non è già perchè egli abbia un sangue più nobile nelle vene, ma perchè così vuole l'alta sua perfezione individuale. Trattasi di una distinzione moderna, il cui momento principale sta nella cultura e nella ricchezza; ma in quest'ultima solo in quanto renda possibile di consacrar la vita alla prima e di promuoverne in grande gli interessi e lo sviluppo.
CAPITOLO II. Raffinamento esteriore della vita.
Abbigliamenti e mode. — Articoli di toeletta delle donne. — Pulitezza esteriore. — Il galateo e la buona creanza. — Comodità ed eleganza.
Ora, quanto meno le differenze di nascita conferiscono un privilegio determinato, tanto maggiore ogni individuo, come tale, sente lo stimolo a mettere in evidenza i suoi pregi personali, e tanto più la vita sociale deve tendere per proprio impulso a restringersi in una cerchia speciale ed a nobilitarsi. Il sorgere dell'individualità e il raffinarsi della vita sociale diventano due fatti necessari, deliberatamente pensati e voluti.
Già l'apparenza esterna dell'uomo e le cose che lo circondano e gli ozj della vita quotidiana mostrano in Italia un'eleganza ed un raffinamento maggiore, che in qualsiasi altro paese. Delle abitazioni dei grandi spetta alla storia dell'arte il parlarne; qui soltanto dobbiamo notare, come esse superassero in comodità e nell'armonica disposizione delle parti i castelli e le corti o palazzi di città dei grandi del nord. Il vestire mutò per guisa, che egli è impossibile l'istituire un completo paragone colle mode degli altri paesi, molto più che, dal finire del secolo XV in poi, spesso si adottarono queste ultime. Ciò che i pittori italiani ci rappresentano come costume di quel tempo, è in generale quanto di più bello e di più accomodato ci fosse allora in Europa, ma non si potrebbe dir con certezza, se quel modo di vestire prevalesse generalmente e se i pittori, ritraendolo, sieno stati sempre esatti. Quello però che è fuori di dubbio si è, che in nessun luogo si tenne del vestire quel conto, che si teneva in Italia. La nazione era alquanto vanitosa; ma, oltre a ciò, anche uomini molto gravi non esitavano a riconoscere in un vestito quanto più si potesse bello e ben fatto un ornamento non dispregevole aggiunto alla persona. In Firenze ci fu perfino un periodo di tempo, in cui il vestire era una cosa affatto individuale, ed ognuno aveva una moda sua propria (v. vol. I, pag. 179 nota); ed anche per buon tratto del secolo XVI questa usanza fu coraggiosamente mantenuta da uomini considerevolissimi,[160] mentre intanto la grande maggioranza si accontentava di variare più o meno la moda dominante, secondo il gusto particolare. Si potrebbe adunque riguardare come un sintomo di decadenza per l'Italia l'ammonizione che si legge in Giovanni della Casa,[161] di evitare le singolarità e di non dipartirsi dalla moda regnante. Il nostro tempo, che, almeno negli abbigliamenti degli uomini, rispetta come legge suprema l'uniformità, rinuncia con ciò ad una caratteristica più importante che non si creda. Ma ciò procura un grande risparmio di tempo, e questo, colle idee di operosa attività che si hanno oggidì, può benissimo riguardarsi come compenso tale da contrabbilanciare ogni altro svantaggio.
In Venezia e a Firenze[162] eranvi, all'epoca del Rinascimento, prescrizioni speciali, che regolavano il modo di vestire degli uomini e ponevano limiti determinati al lusso delle donne. Dove simili leggi non esistevano, per esempio a Napoli, i moralisti deplorano scomparsa ogni traccia di differenza tra la nobiltà e il ceto borghese.[163] Oltre a ciò essi biasimano il rapidissimo mutar delle mode e (se noi interpretiamo rettamente) la stolta venerazione per tutto ciò che veniva di Francia, mentre nel fatto molte delle sue mode non erano che le antiche d'Italia spacciate siccome nuove, perchè rientrate dopo aver fatto il giro del paese straniero. Ora, il determinare sino a qual punto questo frequente mutare delle forme del vestire e l'adozione delle mode francesi e spagnuole[164] abbiano contribuito a tener viva nella nazione la passione abituale del lusso esterno, non è cosa di cui dobbiamo occuparci qui; ma, anche senza di ciò, il fatto merita d'esser notato come una prova di più del rapida sviluppo della vita italiana intorno al 1500.