Innanzi tutto un fatto sommamente caratteristico pel Rinascimento e per l'Italia di quel tempo è il multiforme specializzarsi dell'orchestra, il cercar nuovi strumenti, vale a dire nuove combinazioni armoniche, e — in stretta colleganza con ciò — il formarsi di una classe speciale di cultori dell'arte per professione (virtuosi), che è come a dire, l'insinuarsi dell'elemento individuale in determinati rami della musica e in determinati strumenti.

Fra gli strumenti capaci di dare una completa armonia, l'organo ebbe assai per tempo una grande diffusione e un notevole perfezionamento, ma, accanto ad esso, si diffuse anche assai presto il corrispondente strumento a corde, il gravicembalo o clavicembalo, di cui si conservano ancora dei frammenti, che risalgono ai primi anni del secolo XIV, perchè ornati con figure dipinte da sommi maestri. Fra tutti gli altri poi il violino prese il primo posto e diede anche delle grandi celebrità. Presso Leone X, che già anche da cardinale aveva la casa piena di cantanti e di sonatori e che godeva fama egli stesso di grande conoscitore ed esecutore, divennero celebri Giovanni Maria e Jacopo Sansecondo: al primo Leone diè il titolo di conte e il possesso di una piccola città;[208] il secondo credesi rappresentato nell'Apollo del Parnaso di Raffaello. Nel corso poi del secolo XVI sorsero delle celebrità in ogni ramo speciale, e Lomazzo (intorno al 1580) nomina a tre a tre prima i virtuosi di canto, poi quelli di ciascuna specie di strumenti, quali l'organo, il liuto, la lira, la viola da gamba, l'arpa, la cetra, i corni e le tibie, esprimendo il voto che i loro ritratti sieno dipinti sugli stessi strumenti.[209] Una così svariata attitudine a giudicare di tutti i generi fuori d'Italia a quel tempo non si sarebbe potuta neanche immaginare, sebbene quegli strumenti fossero già noti e diffusi dovunque.

Oltre a ciò, la ricchezza in fatto di strumenti emerge specialmente da questo, che s'è trovato prezzo dell'opera di farne, a titolo di curiosità, delle collezioni. In Venezia, dove la passione per la musica era grande,[210] ve n'erano parecchie; e quando per caso vi s'incontrava un certo numero di virtuosi, vi s'improvvisava all'istante un concerto. (In una di simili collezioni vedevansi anche parecchi strumenti costrutti su modelli o descrizioni antiche, ma non è detto se vi fosse chi sapesse suonarli e qual suono dessero). Non è neanche da dimenticare, che taluni di questi strumenti presentavano esteriormente una certa eleganza, per cui, aggruppati insieme, armonizzavano assai leggiadramente fra loro. E appunto per questo accade d'incontrarli anche nelle collezioni d'altre rarità e cose d'arte.


Gli esecutori, oltre i virtuosi di professione, erano o singoli amatori od anche intere orchestre di dilettanti, organizzati a guisa di corporazioni o di «accademie».[211] Molti pittori, scultori ed architetti s'intendevano anche, e talvolta in sommo grado, di musica. — Alle persone appartenenti alle classi più elevate erano sconsigliati gli strumenti a fiato per gli stessi motivi,[212] pei quali una volta se n'erano astenuti Alcibiade e la stessa Pallade Atena. La società più ragguardevole amava il canto solo o con accompagnamento di violino; ma piaceva anche il quartetto a viole[213] e, per la ricchezza de' suoi mezzi, altresì il clavicembalo, non però il canto a più voci, «perchè assai meglio si ascolta, si ode e si giudica una voce sola». In altre parole, siccome il canto, in onta a qualsiasi convenzionale modestia (v. pag. 157), rimane pur sempre un mezzo opportuno per mettere in evidenza un uomo perfetto di società, così è meglio che ognuno sia udito (e veduto) da solo. L'effetto che si suppone prodursi nelle leggiadre ascoltatrici, è sempre dei più vivi e soavi, e appunto per questo alle persone alquanto attempate si sconsiglia sì il canto che il suono, quand'anche posseggano ancora una certa valentia nell'una cosa e nell'altra. L'effetto deve risultare da una gradevole impressione prodotta al tempo stesso sull'udito e sulla vista. — Di un apprezzamento della composizione, come lavoro d'arte a sè, non è fatta parola. Per converso accade talvolta che il contenuto delle parole esprima qualche terribile situazione reale, qualche caso effettivamente occorso al cantore.[214]

Fuor d'ogni dubbio questo dilettantismo tanto delle classi medie, come delle più elevate, in Italia ebbe una diffusione maggiore, e al tempo stesso si tenne più strettamente ligio alle prescrizioni dell'arte, che non altrove. Dovunque si parla di riunioni sociali, non si tralascia mai di parlare altresì dei canti e dei suoni, che vi si udivano; centinaia di ritratti ci rappresentano o singolarmente a gruppi gli artisti, e perfino nei quadri di cui son decorate le chiese, i concerti degli angeli mostrano ad evidenza, quanto famigliari fossero ai pittori queste riunioni vere e reali dei cultori della musica. Un'altra prova della passione con cui si coltiva quest'arte, si ha nel fatto che a Padova, per esempio, un Antonio Rota, suonatore di liuto, (morto nel 1549) divenne addirittura ricco solo col dare lezioni private e col pubblicare un «Avviamento» allo studio del liuto.[215]

In un tempo in cui l'Opera non aveva ancora cominciato ad assorbire tutto il genio musicale e quasi ad arrogarsene il monopolio esclusivo, questi sforzi possono segnalarsi come veramente maravigliosi, ed hanno diritto a tutta la nostra ammirazione. Ella è poi una questione affatto diversa quella di sapere quale interesse desterebbero in noi quelle armonie, se, per una strana ipotesi, ci fosse dato di udirle.

CAPITOLO VI. Condizione della donna.

Sua educazione pari a quella dell'uomo. — Carattere virile delle sue poesie. — Sviluppo completo della sua personalità. — La donna-uomo (virago). — La donna nella società. — Cultura delle cortigiane.

Finalmente, per bene intendere la vita sociale dei circoli più elevati dell'epoca del Rinascimento, è della massima importanza il sapere, che la donna in essi ebbe una posizione uguale in tutto a quella dell'uomo. Non bisogna a questo riguardo lasciarsi trarre in inganno dalle sofistiche e spesso anche maligne argomentazioni, colle quali taluni scrittori di dialoghi di quel tempo cercano di provare la pretesa inferiorità del bel sesso, e neanche da qualche satira del genere della terza dell'Ariosto,[216] nella quale la donna è rappresentata come un pericoloso fanciullo fatto già adulto, che l'uomo deve saper dirigere, sebbene tra lui ed essa esista un abisso. Quest'ultima ipotesi però presenta in un certo senso un lato vero: appunto perchè in Italia la donna, giunta al pieno sviluppo della sua individualità, era uguale in tutto all'uomo, non potè nel matrimonio effettuarsi quella completa identificazione di pensieri e di sentimenti, che più tardi forma la fortunata caratteristica delle morigerate popolazioni del nord.