Dicemmo che l'educazione della donna nelle classi più elevate era essenzialmente uguale a quella dell'uomo. Egli è un fatto che gl'Italiani del Rinascimento non esitarono a far impartire ai loro figli d'ambo i sessi l'identica istruzione letteraria e perfin filologica (v. vol. I, pag. 291). Ma ciò era anche naturale: dal momento che questa cultura neo-antica si riguardava come l'ornamento più bello della vita, non v'era nessuna ragione perchè non dovessero fregiarsene anche le fanciulle. Vedemmo altrove qual grado di valentìa raggiunsero le figlie di alcune case principesche nel parlare e nello scrivere latino (v. vol. I, pag. 299 e 305). Altre dovevano almeno saperlo leggere e intendere, per poter nelle conversazioni tener dietro a ciò che ne costituiva la parte più essenziale, le discussioni erudite su varii punti dell'antichità. A ciò s'aggiunga la parte veramente attiva, che doveano prendere allo studio della poesia italiana, nella quale si voleva che anch'esse sapessero comporre sonetti e canzoni, e si provassero perfino nell'improvvisazione: e una prova se ne ha nel numero considerevole di donne, che in questo genere acquistarono una grande celebrità,[217] dopo l'esempio dato dalla veneziana Cassandra Fedele (della fine del secolo XV); taluna, come Vittoria Colonna, si rese addirittura immortale. — Ora, se v'è cosa che confermi al tutto la nostra superiore asserzione dell'indirizzo veramente virile dato anche agli studi delle donne, sono appunto queste poesie: infatti e sonetti e canzoni, tanto di genere erotico, che religioso, hanno un'impronta tale di serietà e robustezza e si scostano siffattamente da quelle tinte indeterminate e da quei teneri slanci di entusiasmo, che caratterizzano d'ordinario la poesia femminile, che si sarebbe tentati di crederle composizioni d'uomini, se i nomi e notizie precise ed esatte non ci facessero certi del contrario.


Ma, insieme alla cultura, sviluppasi nelle donne delle classi più elevate anche tutta la loro individualità in modo pressochè uguale che negli uomini, mentre fuori d'Italia sino al tempo della Riforma nessuna donna in generale, e ben poche anche tra le principesse emergono personalmente. Eccezioni come Isabella di Baviera, Margherita d'Angiò, Isabella di Castiglia e simili, non appaiono sulla scena che in circostanze affatto eccezionali, e quasi loro malgrado. In Italia, ancora nel corso del secolo XV, le consorti dei regnanti e specialmente quelle dei Condottieri hanno quasi tutte una fisionomia loro propria e distinta, e partecipano non pure alla celebrità, ma anche alla gloria dei loro mariti (v. vol. I, pag. 179). A queste tien dietro a poco a poco una schiera di donne celebri di diversa specie (v. ibid. pag. 203), in talune delle quali, per vero, non saprebbesi riscontrare altra singolarità, fuorchè quella di possedere un bell'accordo di naturali attitudini, di bellezza, di cultura, di morigeratezza e di pietà religiosa.[218] Di una «emancipazione» in senso affatto speciale non si parla nemmeno, perchè la cosa già s'intende da sè. La donna di condizione elevata deve, al pari dell'uomo, curare il proprio perfezionamento sotto ogni riguardo: quindi uguale il modo di pensare e di agire, uguali le tendenze e le aspirazioni. Da lei non si pretende una completa attività letteraria; tutt'al più, se sarà poetessa, le si domanderà qualcuna di quelle potenti armonie, che erompono dal profondo dell'anima, non però quelle rivelazioni intime, che si manifestano sotto la forma di ricordi giornalieri e romanzi. — Queste donne non pensavano punto al pubblico: bastava ad esse di tenere avvinti al loro carro gli uomini più considerevoli[219] e d'imbrigliarne i voleri.


Il vanto maggiore, e che più frequentemente si trova, ripetuto, per le grandi donne italiane di quel tempo, si è di avere mente ed animo veramente virili. Basta guardare al contegno energico e risoluto della maggior parte delle eroine del Bojardo e dell'Ariosto, per vedere come di questa energia e risolutezza si avesse omai un concetto proprio e determinato. Il titolo di «virago», che nel nostro secolo suonerebbe come un complimento assai equivoco, costituiva allora una vera lode. Esso fu portato con grande splendore da Caterina Sforza, moglie e poi vedova di Girolamo Riario, il cui possesso ereditario di Forlì ella difese strenuamente dapprima contro. il partito dei di lui uccisori, poscia contro Cesare Borgia; infine soggiacque, ma procacciandosi l'ammirazione di tutti i suoi concittadini e l'appellativo di «prima donna d'Italia».[220] E una vena di somigliante eroismo riscontrasi altresì in altre donne del Rinascimento, ma ad esse mancarono le occasioni di mostrarsi eroine. Isabella Gonzaga (v. vol. I, p. 58) in modo speciale emerge per un carattere di questa tempra.


È chiaro da sè che donne simili potevano benissimo lasciar raccontare nei loro circoli novelle anche del colore di quelle del Bandello, senza che per questo la loro fama ne restasse pregiudicata. Il genio predominante di queste riunioni non è l'effeminatezza moderna, vale a dire quei riguardi delicati per certe supposizioni, per certe suscettibilità, per certi misteri, che sono indispensabili nel nostro tempo, ma la coscienza della propria forza, della propria bellezza e di condizioni sociali piene di pericoli e di minacce. Perciò, accanto al formalismo più compassato, scorgesi qualche cosa, che nel nostro secolo avrebbe l'aspetto di inverecondia,[221] mentre noi non siamo più in grado di farci un'idea di ciò che contrabbilancia tutti questi svantaggi, la potente personalità delle donne dominanti allora in Italia.

C'è appena bisogno di dire che in nessun trattato e in nessun dialogo di quel tempo s'incontra un'espressione o una frase, che possa costituire una testimonianza decisiva in proposito, per quanto anche vi si discuta diffusamente sulla condizione e sulle attitudini delle donne, nonchè sull'amore in generale.

Ciò che, a quanto sembra, mancò del tutto a queste riunioni, furono le giovani fanciulle,[222] che oggidì ne formano invece il più bell'ornamento, ma che allora n'erano tenute severamente lontane, anche se non venivano allevate nel chiostro. Non si saprebbe dire tuttavia se la loro assenza fosse quella che favoriva la licenziosità della conversazione, o se questa fosse la causa di quella.