Anche la conversazione delle cortigiane assume talvolta un indirizzo notevolmente più elevato, come se si volessero rinnovare i rapporti che un tempo ebbero gli Ateniesi colle loro etere. La celebre cortigiana di Roma, Imperia, non era sprovveduta di spirito e di cultura, ed aveva appreso da un Domenico Campana a far versi, e s'intendeva anche di musica.[223] La bella Isabella de Luna, d'origine spagnuola, aveva fama per lo meno di donna piacevole, e del resto era un misto bizzarro di bontà di cuore e di malignità procace e impudente.[224] A Milano il Bandello conobbe la maestosa Caterina di San Celso,[225] che suonava e cantava maravigliosamente e recitava anche versi. E così dicasi di tante altre. Da ciò si desume che le persone ragguardevoli e colte, che visitavano queste donne e si stringevano in amicizia per un tempo più o meno lungo con esse, le pretendevano talqualmente istrutte, e in generale colle più celebri usavano grandi riguardi; e se ne ha una prova nel fatto, che, anche dopo sciolto ogni rapporto colle medesime, si cercava tuttavia di conservarsi la loro stima,[226] perchè la passione precedente avea pur sempre lasciato di sè una traccia incancellabile. Tutto sommato però, del lato spirituale di questi rapporti non si tiene alcun conto nella società ufficiale, e i vestigi che ne rimasero nella poesia e nella letteratura, sono prevalentemente di genere scandaloso. Anzi si ha tutta la ragione di maravigliarsi che fra le 6800 persone di questa condizione, che nell'anno 1490 — prima quindi che si conoscesse quivi la sifilide — si contavano in Roma,[227] quasi nessuna sia emersa per superiorità di spirito e d'ingegno; quelle che già nominammo, appartengono all'epoca susseguente. Il modo di vivere e di sentire di queste donne, che, in mezzo alla più sfrenata sete dei piaceri e dei turpi guadagni, sono capaci talvolta anche di forti passioni, e l'ipocrisia e la perversità veramente infernale di talune già invecchiate in quel lezzo, sono descritte al vivo, e meglio che da ogni altro, dal Giraldi nelle novelle, che formano l'Introduzione a' suoi «Hecatommithi». Pietro Aretino invece ne' suoi «Ragionamenti» descrive piuttosto la propria, che la depravazione di questa classe infelice di persone, quale era in realtà.
Le belle dei principi, come è già stato altrove accennato (v. vol. I, pag. 70), furono cantate dai poeti e riprodotte dagli artisti, e sono quindi note personalmente tanto ai contemporanei che ai posteri, mentre invece di una Alice Perries, di una Clara Dettin (la bella di Federico il vittorioso) non sono rimasti che i nomi, e di una Agnese Sorel una leggenda amorosa più finta, che vera. La cosa mutò per l'appunto sotto i re dell'epoca del Rinascimento, Francesco I ed Enrico II.
CAPITOLO VII. Il governo della famiglia.
Contrasto col medio-evo. — Agnolo Pandolfini. — Le ville e la vita campestre.
Dopo la vita sociale merita uno sguardo anche quella della famiglia nell'epoca del Rinascimento. Generalmente s'inclina a riguardar questa vita famigliare degl'Italiani d'allora come del tutto disordinata in forza della grande immoralità, che a quel tempo regnava. Noi avremo in seguito occasione di considerare questa questione sotto il punto di vista morale. Per ora ci basta di constatare, che l'infedeltà coniugale non esercitò quivi a gran pezza quelle perniciose influenze sulla famiglia, che si rilevarono nei paesi settentrionali; bene inteso, sino a che non sorpassò certi limiti.
Il governo famigliare del medio-evo era tutto modellato sugli usi prevalenti nel popolo, o, se si vuole, si basava unicamente sulla legge del naturale sviluppo delle nazioni e sull'influenza esercitata dal diverso modo di vivere secondo la propria classe e i propri mezzi. La Cavalleria nel tempo del suo splendore non si curò gran fatto del focolare domestico: lo spirito de' cavalieri fu d'errar per le corti in cerca d'avventure e di risse; il loro omaggio costantemente fu per una donna, che non era la madre dei loro figli; nel castello le cose si lasciavano andare alla meglio. Il Rinascimento invece provossi a fondare la vita di famiglia come qualche cosa di regolarmente ordinato, come frutto di lunga e seria meditazione. Per riuscire a ciò tornò di grande aiuto un sistema di ben intesa economia (v. vol. I, pag. 108) ed un razionale assettamento della casa; ma la cosa principale fu pur sempre uno studio accurato e giudizioso di tutte le quistioni riguardanti la convivenza, l'educazione, l'organizzazione e il servizio della medesima.
Il più pregevole documento in questo riguardo è il dialogo sul Governo della famiglia di Agnolo Pandolfini.[228] È un padre che parla a' suoi figli già adulti e li inizia nella sua amministrazione. Vi si scorge per entro uno stato di famiglia assai largo ed agiato, che, condotto innanzi con parsimonia e con moderazione, promette prosperità e ben essere per molte generazioni. Un podere piuttosto considerevole provvede co' suoi prodotti ai bisogni della famiglia e costituisce la base fondamentale di tutto; accanto ad esso fiorisce un'industria qualunque, una tessitura, per esempio, di seta o di lana. L'abitazione e il vitto sono solidamente assicurati: tutto ciò che riguarda l'ordinamento e l'arredamento interno, deve esser fatto in grande e in modo durevole e senza risparmio; la vita quotidiana per converso vuol essere semplice, quanto è possibile. Ogni altra spesa, dai maggiori pagamenti, nei quali è impegnato l'onore, sino ai più modesti assegni che si fanno ai figli più giovani pei loro piaceri, deve stare con ciò in una proporzione ragionevole, per modo che nè «passi più oltre che richiegga l'onestà, nè sia minore di quello che richiegga il bisogno». La cosa più importante però si è l'educazione, che il padrone di casa ha da procurare non solamente a' suoi figli, ma a tutta la sua famiglia. La prima educazione è dovuta alla moglie, perchè di timida e riservata fanciulla diventi una vera donna di casa, un'abile padrona capace di dirigere e sorvegliare tutti quelli, che stanno sotto la sua dipendenza: poi debbonsi educare i figli con occhio amorevole e circospetto, con esortazioni e persuasioni, piuttostochè con inutile severità, usando in generale «più l'autorità, che la violenza»;[229] finalmente, quanto ai servi e dipendenti, s'hanno a trattare in modo da farne altrettante persone veramente affezionate e fedeli.
Un altro tratto notevole, se non anche esclusivamente caratteristico di questo libro, si è l'entusiasmo con cui vi si parla della vita campestre, donde se ne deduce che l'amore ad un tal genere di vita era passato omai nelle abitudini delle classi colte. Nei paesi settentrionali d'Europa a quel tempo le campagne erano abitate dai nobili rinchiusi nei loro castelli e dai più illustri fra gli ordini monastici, che avevano forti e ben munite abbazie ai piedi sulla cima di qualche monte: la borghesia, anche ricca, non usciva in veruna stagione dell'anno dalle mura delle città. In Italia, invece, la maggior sicurezza personale da un lato, l'amenità dei siti dall'altro sedussero assai per tempo i cittadini ad un soggiorno temporaneo più meno lungo nei dintorni di qualche città,[230] anche a rischio di qualche perdita in caso di guerra. Così sorsero le ville delle classi più agiate, prezioso ricordo degli antichi usi romani, quando la prosperità e la cultura progredite permisero di adottarli.