Ma negli antichi autori c'era anche un altro concetto, e d'assai meno lusinghiero, del mondo futuro, vale a dire il regno delle ombre di Omero e di quei poeti, che non avevano saputo ancora dar forma umana a quel modo di esistere. Anche questo concetto impressionò l'animo di taluni. Gioviano Pontano in qualche punto delle sue opere pone in bocca al Sannazzaro il racconto di una visione[569] avuta di buon mattino nel sonno. In essa gli appare un amico morto, Ferrando Gennaro, col quale egli altre volte s'era intrattenuto sull'immortalità dell'anima: egli lo interroga, se sia vera l'eternità e l'atrocità delle pene infernali? L'ombra, dopo qualche istante di silenzio, risponde al tutto nel senso della risposta di Achille ad Odisseo: «di questo ti faccio certo, che noi usciti dalla vita corporale portiamo il più grande desiderio di ritornare in essa». Poi saluta e scompare.

Non si può assolutamente disconoscere che simili idee implicavano affatto la distruzione dei dogmi fondamentali del Cristianesimo. I concetti della prima caduta dell'uomo e della Redenzione devono essere scomparsi quasi del tutto. Nè bisogna lasciarsi illudere dall'effetto prodotto dai giubilei e dalle penitenze pubbliche, di cui s'è parlato altrove (v. pag. 264 e seg. e 290 e seg.); poichè, ammesso anche che v'abbiano partecipato, al pari di tutti gli altri, altresì gli uomini individualmente più colti ed istrutti, tale partecipazione non era tanto l'effetto di un vivo sentimento religioso, quanto è assai più un bisogno di cercar forti commozioni, una sensazione violenta degli spiriti dinanzi a qualche grande calamità, un grido di disperazione lanciato verso il cielo, perchè mandasse un aiuto straordinario. Il risvegliarsi della coscienza non portava di necessità il sentimento della corruzione umana e del bisogno di una Redenzione, anzi anche una grande penitenza esteriore non implicava per sè un pentimento assoluto in senso cristiano. Se taluni, dotati di una energia straordinaria, ci narrano che il loro principio era quello di non voler pentirsi giammai di nulla,[570] può ben essere che ciò si riferisca innanzi tutto a cose per sè stesse indifferenti, a viste o ad errori commessi nel campo della vita pratica, ma il passaggio da questo al campo morale è facilissimo, quando la sorgente di quel principio è universale e risiede nel sentimento individuale della propria forza. Il Cristianesimo passivo e contemplativo, colle sue speranze in una vita migliore al di là della tomba, non aveva più alcun predominio su questi uomini. Il Machiavelli lancia espressamente l'ultima parola su esso, affermandolo dannoso allo Stato e inutile alla difesa delle sue libertà.[571]


Ora qual forma doveva dunque assumere negli uomini più serii il sentimento religioso, che, in onta a tutto questo, ancora esisteva? Il Teismo o Deismo, comunque lo si voglia chiamare. Quest'ultimo nome parrebbe convenir meglio a quel modo di pensare, che ha già abbandonato ogni credenza cristiana, senza cercare o trovare un ulteriore compenso per soddisfare ai bisogni del sentimento. Il Teismo invece si riconosce in una più elevata e positiva devozione verso l'Ente divino, che il medio-evo non aveva mai conosciuto. Una tale devozione non esclude per nulla il Cristianesimo, e può benissimo in ogni tempo conciliarsi colle sue dottrine sul peccato, sulla redenzione e sull'immortalità, ma può anche sussistere senza di esse.

Talvolta essa si manifesta con una ingenuità quasi infantile, anzi con un colorito mezzo pagano: in Dio essa vede l'Essere onnipotente, che è meta e compimento di tutti i desideri. Agnolo Pandolfini racconta,[572] come, dopo le sue nozze, egli si sia ritirato colla propria consorte dinanzi all'altare domestico, dove era l'immagine di Nostra Donna, orando non solo a lei, ma anche a Dio Padre, perchè fosse loro concesso un giusto uso dei beni di fortuna, una lunga convivenza in pace e in concordia, e molti discendenti maschi: «per me chiesi ricchezza, amicizie ed onori, per lei integrità e onestà e che fosse buona massaia». Se poi accade, che la preghiera abbia nella espressione un forte colorito d'antichità, si ha talvolta molta difficoltà a sceverare in essa lo stile, che è pagano, dal senso, che è pure sempre quello di un Teismo cristiano.[573]

Questo sentimento si manifesta qua e là con molta verità nella sventura. Degli ultimi anni del Firenzuola, che giacque lungamente ammalato di febbre, ci restano alcune preghiere a Dio, nelle quali egli incidentalmente accentua le sue credenze cristiane, e tuttavia ci appare imbevuto di sentimenti teistici i più pronunciati.[574] Egli non considera punto i suoi dolori come una conseguenza delle sue colpe o come una prova e preparazione alla vita avvenire; è un affare immediato tra lui e Dio solo, che fra l'uomo e la disperazione ha posto il potente amor della vita. «Io impreco, esclama egli, ma contro alla natura soltanto; imperocchè la tua grandezza mi vieta di nominarti.... dammi la morte, o Signore, io te ne supplico, dammi tosto la morte!»

Vero è che una prova evidente di un Teismo manifesto e sentito si cercherebbe indarno in questa e in simili espressioni; quelli che le emisero, credevano ancora in parte di essere cristiani e rispettavano, oltre a ciò, per motivi diversi la dottrina emanata dalla Chiesa. Ma al tempo della Riforma, quando il pensiero fu costretto a manifestarsi in tutta la sua pienezza, questo modo di pensare acquistò una coscienza esplicita; un buon numero di protestanti italiani si dichiararono Anti-trinitarj, e i Sociniani fuggiaschi in lontane regioni fecero perfino il notevole tentativo di costituire una Chiesa in questo senso. In ogni modo dal fin qui detto apparirà per lo meno evidentemente, che, oltre ai razionalisti della scuola umanistica, anche altri spiriti seguivano arditamente questa corrente.

Un centro di Teismo pronunciatissimo fu l'Accademia Platonica di Firenze, e in essa nessuno lo professò così apertamente come Lorenzo il Magnifico. Le opere dottrinali e perfino le lettere famigliari di quel circolo di dotti non ci danno che la metà dei loro sentimenti e del loro pensiero. Egli è vero che Lorenzo dalla sua gioventù sino alla fine della sua vita si dichiarò in fatto di credenze cristiano,[575] e che Pico fu anzi ligio alle idee del Savonarola e piegò a sentimenti di un ascetismo claustrale.[576] Ma negli inni di Lorenzo,[577] che siamo tentati di designare come il maggior prodotto dello spirito di quella scuola, parla aperto il Teismo, e precisamente nel senso, che riguarda il mondo come un gran Cosmo fisico e morale. Mentre gli uomini del medio-evo considerano questo stesso mondo soltanto come una valle di lagrime, che il Papa e l'Imperatore debbono guidare sino alla venuta dell'Anticristo, mentre i fatalisti del Rinascimento oscillano perplessi tra momenti di violenta energia e di cupa rassegnazione o di delirj superstiziosi, qui un'eletta schiera di spiriti superiori[578] coltiva l'idea, che il mondo visibile sia stato creato da Dio per solo amore, e che esso sia una riproduzione del tipo esistente in lui, e ch'egli ne sia pur sempre l'eterno motore e conservatore. L'uomo, riconoscendo Iddio, può attirarlo nella sua cerchia ristretta, ma amandolo può anche abbracciar l'infinito, e questa è la beatitudine, di cui è lecito goder sulla terra.

Qui gli ultimi accenti del misticismo del medio-evo si fondono colle dottrine platoniche e con idee e sentimenti al tutto moderni. Così si veniva maturando il miglior frutto di quella cognizione del mondo esteriore e dell'uomo, che basta da sola a collocare il Rinascimento italiano alla testa di tutta la civiltà moderna.

FINE DEL VOLUME SECONDO ED ULTIMO.