Il povero peccatore, al quale qui si allude, quel Pierpaolo Boscoli, di cui già facemmo menzione (v. vol. I, pag. 79), e che nel 1513 ebbe parte in una cospirazione contro la famiglia dei Medici appena ristabilita, è divenuto in questa occasione l'espressione la più perfetta della confusione, che allora regnava nelle idee religiose. Devoto per tradizioni famigliari al partito del Savonarola, egli aveva poi concepito un certo entusiasmo per la libertà intesa al modo antico e per altre idee del vecchio paganesimo; ma, mentre egli langue nel carcere, i mistici partigiani del frate s'interessano nuovamente per lui e cercano ogni mezzo perchè egli muoia cristianamente e salvi l'anima sua. Il pio testimonio e narratore del fatto è uno della famiglia artistica dei Della Robbia, il dotto filologo Luca. «Ohimè, sospira il Boscoli, aiutatemi a dimenticar Bruto, perchè io possa morire da buon cristiano!» — E Luca gli risponde: «purchè voi vogliate, ciò non vi riescirà malagevole; voi sapete già che le imprese degli antichi romani non ci furono tramandate nella loro schietta genuinità, ma con arte accresciute». Allora quegli fa violenza a sè stesso per credere, e si rimprovera che la sua fede non sia spontanea. Se soltanto gli fosse concesso ancora di passare un mese in compagnia di buoni monaci, egli sarebbe certo di riformare il cuore e la mente a pensieri e sentimenti cristiani! — Da ciò che segue emerge poi con tutta evidenza, che questi seguaci del Savonarola conoscevano assai poco la Bibbia: il Boscoli non conosce altre preghiere che il Pater e l'Ave, e supplica istantemente Luca a voler dire agli amici, che studino la Sacra Scrittura, perchè nell'ora suprema non si trova se non ciò che s'è appreso durante la vita. Dopo ciò, Luca gli legge e gli spiega la Passione secondo il Vangelo di S. Giovanni: in modo veramente strano quell'infelice vede chiara la divinità di Cristo, mentre invece non sa capacitarsi della sua umanità: e se ne cruccia, e vorrebbe poter vedere anche quest'ultima con tale evidenza, «come se Cristo gli venisse incontro uscendo da un bosco»: allora l'amico lo esorta all'umiltà e lo avverte che i dubbi non sono che ispirazioni perverse dello spirito maligno. — Più tardi egli si risovviene di un suo voto giovanile non mai compiuto, di andare in pellegrinaggio alla Madonna dell'Impruneta, e Luca gli promette di compierlo in sua vece. Frattanto giunge il confessore, un frate del convento del Savonarola, come egli l'aveva chiesto, e gli dà innanzi tutto quegli schiarimenti, che altrove abbiamo accennato, intorno all'opinione di s. Tommaso d'Aquino sul tirannicidio, eccitandolo poscia a sostenere la morte con animo forte. Il Boscoli risponde: «padre, non perdete su questo punto il vostro tempo; a ciò mi bastano già i filosofi: aiutatemi a subire la morte per amore di Cristo». Le cose ulteriori, la comunione, il commiato e l'esecuzione, ci vengono narrate in modo assai commovente; più particolarmente però merita d'esser notato un tratto al tutto caratteristico, ed è che, mentre il Boscoli poneva la testa sul ceppo, pregò il carnefice a sospendere il colpo ancora un momento, «perchè egli, sin da quando ebbe l'annunzio della propria condanna, avea fatto ogni sforzo per unirsi con Dio, ma sempre indarno, ed ora voleva fare uno sforzo supremo per abbandonarsi del tutto nelle sue mani». Evidentemente egli ripeteva un'idea del Savonarola, che, intesa soltanto per metà, lo teneva inquieto ancora in quell'estremo momento.


Se noi possedessimo parecchie altre confessioni di questo genere, avremmo un'immagine ben più completa della vita morale di quel tempo, di quello che non ci sia dato di raccoglierla da tanti trattati e da tante poesie. Noi vedremmo anche meglio quanto forte fosse l'innato istinto religioso, e quanto subbiettivi e vacillanti i rapporti d'ogni individuo colle verità religiose, e finalmente quali potenti nemici osteggiassero queste ultime. Che uomini cresciuti con tali sentimenti non fossero quelli che si domandavano per fondare una nuova Chiesa, è cosa per sè evidentissima; ma la storia del pensiero degli occidentali sarebbe pur sempre incompiuta, se non si tenesse conto di quest'epoca di sommo fermento fra gli Italiani, che non s'incontra presso le altre nazioni, perchè queste non vi presero alcuna parte. Ma torniamo alla questione dell'immortalità.

Se l'incredulità a questo riguardo fece così rapide ed estese conquiste nella classe degli uomini più colti, ciò dipendette essenzialmente dalla circostanza che il compito affatto terreno di scoprire e riprodurre il mondo mediante la parola e le immagini assorbì in alto grado tutte le forze mentali e morali degli Italiani. L'esser mondano all'uomo del Rinascimento fu una necessità (v. pag. 298). Ma da ciò derivò anche che l'arte e la indagine scientifica apersero universalmente la via ad uno scetticismo, che, se non appare evidentissimo nella letteratura e se non s'accinse alla critica della storia biblica (v. pag. 311) in modo degno del tempo, tuttavia non può dirsi che non abbia esistito. Esso passò piuttosto inosservato in quel gran bisogno di dare a tutto forma e colore, che è lo stimolo positivo dell'arte; senza contare gl'impedimenti creati dal potere dispotico usurpato dalla Chiesa, che si sarebbe dichiarata mortale nemica di chiunque avesse osato sciogliere la questione teoricamente. Questo spirito di dubbio nondimeno doveva volgersi inevitabilmente al problema dello stato dell'anima umana dopo la morte per motivi già per sè troppo evidenti, perchè abbiano bisogno di essere additati.


Ed ora sopravvenne l'Antichità ed influì su tutta questa questione in doppio modo. In primo luogo si cercò appropriarsi la psicologia degli antichi e si torturò minuziosamente Aristotele per averne una risposta definitiva. In uno dei dialoghi imitati da Luciano a quel tempo[557] Caronte racconta a Mercurio, come egli abbia interpellato Aristotele stesso, mentre lo tragittava sulla sua barca, intorno a ciò che egli pensasse intorno all'immortalità: il cauto filosofo, quantunque corporalmente fosse morto e tuttavia vivesse spiritualmente, non avea nemmeno allora voluto compromettersi con una chiara e netta risposta: come adunque, dopo tanti secoli, potevano gl'interpreti essere più fortunati di lui? — Ma appunto perciò si questionava con maggiore accanimento sulle opinioni emesse da lui e da altri antichi sulla vera natura dell'anima, sulla sua origine, sulla sua preesistenza, sulla sua unità in tutti gli uomini, e sulla sua assoluta eternità, anzi anche intorno alle diverse sue trasmigrazioni, e tali questioni furono portate perfin sul pergamo.[558] La disputa assunse ancora nel secolo XV proporzioni assai larghe e s'accalorava ogni dì più: gli uni dimostravano che Aristotele senz'altro dà l'anima come immortale;[559] altri deploravano la durezza di cuore degli uomini, che vorrebbero vedersi l'anima seder dinanzi sopra una sedia, per credere alla di lei esistenza:[560] Filelfo nella sua orazione funebre per Francesco Sforza adduce una serie di sentenze diverse di filosofi antichi ed anche d'Arabi a sostegno dell'immortalità, e chiude questa miscela di testimonianze, che nella stampa occupano due pagine e mezza molto compatte in folio,[561] con due righe: «oltre a ciò abbiamo il Testamento vecchio ed il nuovo, che tengono il luogo di qualsiasi certezza ed autorità». In mezzo a ciò sopravvennero i Platonici colla dottrina dell'anima di Platone, e taluni anche, come per esempio il Pico, con notevoli aggiunte desunte dalle dottrine del Cristianesimo. Ma gli avversari riempivano il mondo erudito delle loro opinioni. Al principio del secolo XVI lo scandalo, che ne risentì la Chiesa, era talmente grande, che Leone X nel Concilio Lateranense (1513) dovette pubblicare una costituzione[562] a difesa della immortalità e individualità dell'anima, quest'ultima contro coloro che insegnavano non esser l'anima in tutti gli uomini che una sola. Pochi anni dopo però apparve il libro del Pomponazzo, dove si mostra l'impossibilità di una prova filosofica dell'immortalità, ed allora la lotta si svolse in confutazioni ed apologie, e non tacque se non di fronte alla reazione cattolica. La preesistenza dell'anima in Dio, più o meno conforme alle dottrine ontologiche di Platone, rimase a lungo come un'idea assai diffusa e tornò comoda specialmente ai poeti.[563] Evidentemente non si pensò più da vicino, quali conseguenze vi andassero connesse intorno al modo di esistere dopo la morte.


Il secondo influsso dell'Antichità venne principalmente da quel notevole frammento del libro sesto della Repubblica di Cicerone, che è noto sotto il nome di «Sogno di Scipione». Senza il commento di Macrobio probabilmente anch'esso sarebbe andato perduto, come tutta la seconda metà di quest'opera; ma allora era assai diffuso in innumerevoli manoscritti[564] e, quando nacque l'arte tipografica, in moltissime ristampe, e fu in più guise commentato. È la designazione della vita gloriosa, che aspetta i grandi uomini dopo la morte nel concento delle sfere celesti. Questo cielo del mondo pagano, pel quale a poco a poco trovaronsi anche altre testimonianze antiche, si venne mano mano sostituendo al cielo promesso ai cristiani in quella stessa misura, nella quale l'ideale della grandezza storica e della fama gettò nell'ombra le idealità della vita cristiana, e, ciò non ostante, il sentimento non ne restava tanto offeso, come colla dottrina della morte definitiva di tutto l'uomo. Ancora il Petrarca cominciò a fondare le sue speranze principalmente su questo Sogno di Scipione, su altre espressioni che si riscontrano in Cicerone e sul Fedone di Platone, senza nemmeno menzionare la Bibbia.[565] «Perchè, esclama egli in qualche parte de' suoi scritti, non dovrei io come cattolico partecipare ad una speranza, che trovo accettabile presso i pagani?». Un po' più tardi Coluccio Salutati scrisse le sue «Fatiche d'Ercole» (che sussistono ancora manoscritte), dove nella conclusione si prova, che agli uomini attivi e operosi, che sulla terra sostennero lotte straordinarie, di diritto appartiene un seggio sopra le stelle.[566] E se anche Dante confinò rigorosamente i grandi del paganesimo (ai quali certamente egli accordava il Paradiso) nel Limbo, ch'egli pone al limitare dell'Inferno,[567] ora invece la poesia si mostrò più corriva e diffuse idee molto più larghe intorno al mondo avvenire. Cosimo il Vecchio, giusta una poesia di Bernardo Pulci scritta in occasione della sua morte, era stato accolto in cielo da Cicerone, che al pari di lui fu detto «padre della patria», dai Fabj, da Curio, da Fabrizio e da molti altri, coi quali sarà un nuovo ornamento di quel coro, nel quale non cantano che le anime scevre d'ogni colpa e d'ogni rimprovero.[568]