Del resto gli artisti italiani, anche «i più strani, capricciosi e bizzarri», non si occupano gran fatto di cose magiche; bensì uno di essi, in occasione di studi anatomici, si fece un giubboncello della pelle di un cadavere, ma dietro le ammonizioni di un frate, a cui confessò la cosa, la depose nuovamente in una tomba.[542] Non è improbabile, che appunto lo studio frequente dei cadaveri abbia contribuito a scemare sempre più la fede nella virtù magica di alcune parti dei medesimi, mentre al tempo stesso l'assidua contemplazione e riproduzione delle forme mostrava all'artista la possibilità di una potenza magica d'altro genere.

In generale la magia appare al principio del secolo XIV, in onta agli esempi addotti, in notevole diminuzione, e ciò vuol dire in un tempo, in cui fuori d'Italia toccava il colmo delle sue fortune, per modo che i viaggi dei maghi ed astrologi italiani nel nord sembrano cominciare soltanto, quando già in patria non trovavano più chi prestasse fede alle loro arti. Era il secolo XIV che trovava necessaria la sorveglianza del lago che è sul monte di Pilato presso Scariotto per impedire ai negromanti la consacrazione dei loro libri.[543] Nel secolo XV poi accaddero altri fatti, come per esempio, l'offerta di provocare forti acquazzoni, per mettere in fuga un esercito di assedianti; ma anche allora il comandante della città assediata — Niccolò Vitelli in Città di Castello — ebbe il buon senso di cacciare da sè gli autori della pioggia, come empi impostori.[544] Nel secolo XVI tali fatti sotto forma ufficiale non s'incontrano più, quand'anche nella vita privata si ricorra ancora in più guise alle imposture degli scongiuratori. Ora egli è per l'appunto questo il tempo, in cui la Germania ha il massimo de' suoi negromanti, il dottore Giovanni Faust, mentre il maggiore degli Italiani, Guido Bonatto, appartiene al secolo XIII.

Tuttavia anche qui bisogna soggiungere che lo scemare della fede negli scongiuri non si mutò necessariamente tutto ad un tratto nella credenza contraria in una Provvidenza ordinatrice e regolatrice delle cose umane; che anzi in alcuni non lasciò che un cieco fatalismo, nè più nè meno come avea fatto l'astrologia, quando scomparve.


Ma qui lasciamo completamente da parte la piromanzia e la chiromanzia[545] e simili specie secondarie di magìa, le quali non acquistarono un po' di voga se non quando scaddero la magìa propriamente detta e l'astrologia, e non crediamo nemmeno di occuparci della fisiognomia, che allora cominciava bensì a sorgere, ma priva affatto di quell'interesse, che il solo nome farebbe supporre. Infatti essa non appare già come strettamente affine all'arte figurativa ed alla psicologia pratica, ma più particolarmente come una specie nuova di sogno fatalistico, come una rivale dichiarata dell'astrologia, quale sembra essere stata presso gli Arabi. Bartolommeo Cocle, per esempio, autore di un Manuale fisiognomico, e che si pavoneggiava del pomposo titolo di metaposcopo,[546] la cui scienza però, giusta l'espressione del Giovio, rassomigliava piuttosto ad una delle maggiori arti liberali, non s'accontentava di spacciare le sue profezie per i pusillanimi, che giornalmente accorrevano a consultarlo, ma scrisse anche addirittura un «Prospetto delle persone, alle quali erano imminenti diversi gravissimi pericoli». Il Giovio, quantunque invecchiato nell'incredulità romana — in hac luce romana! —, confessa che le profezie contenute in quel Prospetto non fecero che verificarsi anche troppo esattamente.[547] Sta però di fatto altresì, che in tali occasioni quelli che erano colpiti da queste od altre simili profezie, si vendicavano terribilmente dei profeti: Giovanni Bentivoglio fece per ben cinque volte sfracellare alla parete Luca Gaurico appeso ad una fune, che era attaccata ad un'alta scala a chiocciola, perchè gli aveva predetto la perdita della signoria:[548] Ermete Bentivoglio fece inseguire il Cocle da un assassino, perchè l'infelice metaposcopo gli aveva, benchè a malincuore, profetizzato che sarebbe morto fuggiasco in una battaglia. L'assassino schernì, a quanto sembra, il morente, ripetendogli che anche a lui aveva predetto, che avrebbe vituperosamente commesso un assassinio! — Una fine ugualmente infelice ebbe il nuovo fondatore della chiromanzia, Antioco Tiberto da Cesena,[549] per volere di Pandolfo Malatesta da Rimini, al quale aveva presagito la cosa più dolorosa che possa toccare ad un tiranno, la morte nell'esiglio e nell'estrema miseria. Tiberto era un uomo di grande ingegno, che notoriamente dava i suoi responsi, non tanto servendosi della chiromanzia, quanto della profonda conoscenza che aveva del cuore umano: per le sue molte cognizioni egli era rispettato perfin da quei dotti, che non tenevano nessun conto delle sue divinazioni.[550]

L'alchimia finalmente, che nell'antichità non viene nominata se non assai tardi, cioè sotto Diocleziano, non ha nell'epoca più splendida del Rinascimento che un'importanza affatto secondaria.[551] Anche di questa malattia l'Italia era stata tocca molto tempo prima, nel secolo XIV, quando il Petrarca, nella sua polemica contro essa, confessava che il far bollire l'oro era un uso diventato universale.[552] Ma da quel tempo in poi s'era fatta sempre più rara in Italia quella specie particolare di fede, di entusiasmo e di isolamento, che si richiede per l'esercizio dell'alchimia, mentre i seguaci di essa, italiani e forestieri, cominciarono nel nord ad usufruttuare in larga misura la credulità dei grandi signori.[553] Sotto Leone X i pochi fra gl'italiani che ancora attendevano a questo studio,[554] passavano per uomini strani ed eccentrici (ingenia curiosa), ed Aurelio Augurelli, che dedicò a quel Papa dissipatore un poemetto sul modo di far l'oro, vuolsi n'abbia avuto in ricompensa una magnifica borsa, ma vuota. Il mistico fanatismo, che in seguito condusse gli alchimisti a cercare, oltre l'oro, anche la famosa pietra filosofale, nella quale doveva trovarsi ogni fortuna, non è che un tardo germoglio settentrionale, spuntato dalle teorie di Paracelso e di altri.

CAPITOLO V. Crollo della fede in generale.

La confessione del Boscoli. — Confusione religiosa e scetticismo generale. — Contesa sull'immortalità. — Il cielo dei pagani. — Il mondo avvenire di Omero. — Abbandono delle dottrine del Cristianesimo. — Il deismo italiano.

In istretta relazione con queste superstizioni e in generale colle massime dell'antichità allora universalmente adottate era la fede nell'immortalità dell'anima. Ma questa questione, presa nel suo complesso, ha anche attinenze più larghe e profonde con lo sviluppo dello spirito moderno in generale.

Una delle fonti principali d'ogni dubbio nell'immortalità era il desiderio di non dover essere obbligati in nulla ad una Chiesa universalmente abborrita, come era allora la romana. Vedemmo già come essa chiamasse col nome di epicurei coloro che la pensavano a questo modo (v. pag. 303 e segg:). Può ben essere accaduto che taluno nel momento supremo della morte cercasse il conforto de' Sacramenti; ma questo era nulla in paragone dei moltissimi, che per tutta la loro vita, e specialmente poi negli anni della loro maggiore attività, non si curarono affatto di seguire qualsiasi principio religioso. Che da questa indifferenza poi parecchi fossero condotti ad una compiuta incredulità è cosa, che, oltre all'essere evidente da sè, viene storicamente testificata d'ogni parte. Sono coloro dei quali l'Ariosto scriveva: non credono a nulla al di sopra del tetto della loro casa.[555] In Italia, e più specialmente a Firenze, si poteva senza pericolo alcuno vivere in una palese incredulità, purchè non si provocasse con offese dirette la collera della Chiesa. Infatti era di uso, che il confessore chiamato ad assistere un delinquente, che dovesse subire l'estremo supplizio, prima d'ogni altra cosa lo interrogasse se credeva: «essendo corsa una falsa voce, ch'egli non avesse fede alcuna».[556]