Egli s'è fatto istruire da un pio anacoreta del monte Soratte, a s. Silvestro, sulla nullità delle cose terrene e sul niun valore della vita dell'uomo, e poi sul far della notte s'è messo in via alla volta di Roma. Allora, splendendo la luna, egli s'abbatte in tre viandanti, che s'associano a lui, ed uno di questi, chiamandolo a nome, gli chiede da quale parte egli venga. Palingenio risponde: dal santo anacoreta del monte. «O stolto, rispose l'altro, credi tu che sulla terra vi sia qualcuno veramente saggio? La saggezza non è che privilegio degli esseri superiori (Divi), e del numero di questi siamo noi tre, quantunque rivestiti di forme umane: io mi chiamo Saracil e costoro Satiele e Jana: il nostro regno è precisamente in prossimità della luna, dove in generale dimora la grande schiera degli esseri intermediarii, che dominano sulla terra e sul mare». Palingenio domanda, non senza interno spavento, che cosa vanno a fare a Roma? E n'ha in risposta: «uno dei nostri compagni, Ammone, è trattenuto per forza d'incanto prigione di un giovane di Narni, del seguito del cardinale Orsini: ed anche in ciò voi, uomini, dovreste vedere una prova implicita della vostra immortalità, potendo avere tanta autorità sopra di noi: io stesso una volta, chiuso in un'ampolla, ho dovuto servire un tedesco, sino a che un monacello barbuto mi liberò. Ora noi vogliamo tentare di rendere in Roma un simile servigio al nostro compagno, e con questa occasione cercheremo di condurre con noi questa notte all'Orco un paio di ragguardevoli personaggi». A queste parole del demonio si leva un venticello, e Satiele dice: «udite, il nostro Remisses vien già da Roma; questo venticello lo annunzia». Infatti tosto dopo appare un quarto, che essi lietamente salutano, e lo interrogano sulle cose di Roma. Le sue risposte contengono una severa condanna contro il Papato: Clemente VII s'è nuovamente collegato con gli spagnuoli e spera di sradicare la dottrina di Lutero non più con buone ragioni, ma colle armi di Spagna: guadagno netto pei demonii, che nella grande carneficina che ne seguirà, condurranno all'inferno una turba d'anime innumerevole. Dopo tali discorsi, nei quali Roma vien dipinta come pienamente caduta in potere dello spirito maligno, per causa della sua immoralità, i demonii spariscono e lasciano solo il poeta a proseguir la sua via.[528]

Chi voglia formarsi un'idea della diffusione che presero questi rapporti coi demonii, che in allora potevansi ancora pubblicamente confessare, ad onta del Malleus Maleficarum ecc., non ha che a consultare il libro, del resto assai letto, «Della occulta filosofia» di Agrippa di Nettesheim. Bensì egli sembra originariamente averlo scritto prima di recarsi in Italia,[529] ma nella dedicatoria al Tritemio egli nomina, fra molte altre, anche delle importanti fonti italiane, sebbene soltanto per guastarle insieme con quelle. Trattandosi di uomini di genere tanto ambiguo, quale era Agrippa, e di furfanti e pazzi, quali possono dirsi gli altri per la maggior parte, non ci può interessare gran fatto neanche il sistema, sotto il quale essi si mascherano con una farraggine di formole, suffumigi, unguenti, pentacoli, ossa di morti e simili.[530] Ma in primo luogo questo sistema è ricchissimo di citazioni delle superstizioni antiche; poi l'influenza ch'esso esercita nella vita degli Italiani e nelle loro passioni, è talvolta grandissima e caratteristica. A prima vista si direbbe che soltanto i più corrotti fra i grandi debbono esservisi accostati, ma le passioni sfrenate conducono a consultar gli stregoni anche uomini di gran conto e di mente svegliatissima in qualsiasi condizione, e la persuasione, che nell'incantesimo ci sia un fondo di vero, toglie anche a quelli che se ne tengono lontani, un po' di quella fede che hanno in una Provvidenza suprema dispensatrice delle cose umane. Con un po' di danno e un po' di pericolo pareva che si potessero saltare a piè pari impunemente tutti gli ostacoli posti dal senso comune e dalla morale e trascurare tutte le gradazioni intermedie, che si frappongono tra l'uomo e i suoi scopi leciti o illeciti.


Consideriamo innanzi tutto un tratto di magìa un po' vecchio e già sul punto di sparire affatto. Dalle tenebre più fitte del medio-evo, anzi dall'Antichità stessa qualche città italiana conservò una ricordanza, che i suoi destini fossero inseparabili da quelli di certi edifici, di certe statue e simili. Gli antichi una volta avean parlato di sacerdoti addetti ai riti inaugurali, detti telesti, il cui ufficio sarebbe stato quello di assistere alla solenne fondazione di alcune città, garantendone la futura prosperità con appositi monumenti, ed anche col seppellire nelle fondamenta, ma in via segreta e misteriosa, oggetti determinati (telesmata). Se qualche cosa ancora sopravviveva per tradizione orale e popolare del tempo romano, erano appunto ricordi di questo genere: salvo che l'augure antico naturalmente nel corso dei secoli fu tramutato in un mago, perchè non si comprendeva più il lato religioso dell'opera sua, quale era nell'antichità. In alcuni prodigi attribuiti in Napoli a Virgilio[531] sopravvive evidentemente la ricordanza antichissima di un teleste, il cui nome coll'andare del tempo fu sostituito da quello del sommo poeta. Altrettanto dicasi della ceremonia, colla quale si rinchiudeva una misteriosa immagine della città in una botte; o di quell'altra, per cui Virgilio passa pel fondatore delle mura di Napoli. La fantasia popolare esagerò, amplificandole, quelle tradizioni, sino a che Virgilio divenne anche l'autore principale del cavallo di bronzo, delle teste che sono sopra la porta Nolana, delle mosche pure di bronzo che figurano su qualche altra porta, della grotta di Posilipo e così via; — cose tutte, che fissano magicamente le sorti particolari di alcuni luoghi di Napoli, mentre quei due tratti primi sembrano stabilirne il destino in generale. Anche la Roma medievale aveva confuse ricordanze di questo genere. In sant'Ambrogio a Milano trovavasi un antico Ercole in marmo; si disse, che sino a che esso fosse rimasto al suo posto, avrebbe sussistito l'Impero, probabilmente quello di Germania, usando gl'Imperatori tedeschi di coronarsi in quella chiesa.[532] I Fiorentini erano persuasi[533] che il loro tempio di Marte (più tardi trasformato in Battistero) avrebbe perdurato sino alla consumazione dei secoli, conformemente a quanto segnava la costellazione, sotto la quale fu costruito al tempo di Augusto: è vero che essi tolsero di là la statua equestre di Marte in marmo, quando si fecero cristiani; ma, siccome la distruzione di essa avrebbe apportato grandi sventure alla città, — e ciò pure per l'influsso di una costellazione, — così la si collocò sopra una torre lungo l'Arno. Allorquando Totila distrusse Firenze, l'immagine cadde nell'acqua e non fu ripescata se non quando Carlomagno riedificò di nuovo la città: allora fu collocata sopra un piedistallo all'ingresso del Ponte Vecchio, — e quivi precisamente nel 1214 il Buondelmonte fu ucciso, e per tal guisa il risvegliarsi della gran lotta tra Guelfi e Ghibellini è un fatto, che si lega intimamente a quell'idolo tanto temuto. Nell'inondazione del 1333 però esso scompare per sempre.[534]

Ma lo stesso telesma s'incontra anche altrove. Guido Bonatto, già menzionato, nel gettar le fondamenta delle mura di Forlì non si accontentò di esigere quella scena simbolica della concordia de' Guelfi e dei Ghibellini, di cui parlammo (v. pag. 323); ma, per mezzo di una statua equestre di bronzo o di marmo, che egli con espedienti astrologici o magici giunse a procacciarsi e vi seppellì,[535] credette anche di aver guarentito quella città da ogni distruzione, anzi da ogni sorpresa o saccheggio per l'avvenire. Allorquando il cardinale Albornoz (v. vol. I, pag. 140), circa sei decennii più tardi, ebbe in suo potere la Romagna, scavando accidentalmente, fu trovata e mostrata quella statua, probabilmente per ordine del cardinale stesso, affinchè il popolo comprendesse, con quali mezzi il crudele Montefeltro s'era sostenuto contro la Chiesa. Ma di nuovo un secolo più tardi (1410), quando una sorpresa ostile fallì contro la città, si tornò a parlare dell'influenza miracolosa di quel telesma, che forse era stato salvato e nuovamente sepolto. Ma questa deve essere stata l'ultima volta che se ne parlò: poichè ancor nel secolo susseguente la città effettivamente fu presa. — Nelle fondazioni degli edifici prevale ancora per tutto il secolo XV un pregiudizio astrologico (v. pag. 322), ma si hanno anche indizi evidenti di sortilegi magici. Si sa infatti che lo stesso papa Paolo II fece seppellire una enorme quantità di medaglie d'oro e d'argento nei fondamenti degli edifici, ch'egli eresse,[536] e il Platina non è malcontento di poter riconoscere in ciò un omaggio fatto ai riti pagani. Ma certamente nè Paolo, nè il suo biografo non avevano una piena coscienza del significato religioso, che nel medio-evo s'attribuiva a tali consacrazioni.[537]

Ciò non ostante questa magia ufficiale, che non era per lo più che una tradizione popolare, non agguagliò di gran lunga l'importanza, che ebbe la magia segreta usata per iscopi puramente privati e personali.

Qual parte essa avesse nella vita ordinaria appare in modo speciale da una commedia dell'Ariosto intitolata «il Negromante».[538] Il suo eroe è uno dei molti ebrei espulsi dalla Spagna, quantunque egli si spacci per greco, per egiziano, per africano, e cangi continuamente maschera e nome. Egli ha bensì il potere di far abbuiare co' suoi scongiuri il giorno e di rischiarare la notte, di far muovere la terra, di rendersi invisibile, di tramutar gli uomini in animali e così via, ma queste millanterie non sono che una mostra esteriore: il suo vero scopo è di vivere a spese dei mariti gelosi e delle mogli infedeli, e le tracce che in queste pratiche egli lascia dopo di sè, somigliano alla bava di una lumaca e spesso anche al guasto, che lascia dopo di sè la procella. Per giungere a' suoi intenti egli porta le cose ad un punto, che si crede che il canestro, dove sta nascosto un amante, sia pieno di spiriti, o ch'egli possa far parlare un cadavere e simili. In mezzo a ciò egli è almeno un buon sintomo che poeti e novellieri possano versare su tali uomini a piene mani il ridicolo, essendo certi di trovar assenso ed approvazione da parte di tutti. Il Bandello non solo dipinge le arti magiche di un frate lombardo come vere ribalderie, meschine nell'invenzione e spaventevoli talvolta nelle loro conseguenze,[539] ma mostra altresì, non senza un senso di indignazione, tutti i danni e le sciagure, cui si espongono coloro che vi prestano fede.[540] «Taluno con la clavicola di Salomone e con mille altri libri d'incantagioni spera ritrovare gli occulti tesori nel seno della terra, indurre la sua donna al suo volere, saper i segreti dei principi, andar da Milano a Roma in un atomo e far molti altri effetti mirabili. E quanto più l'incantatore si trova ingannato, più nel fare incantagioni persevera... Sovvengavi, signor Carlo, del tempo che quel nostro amico, per ottenere la sua innamorata, che mai non ottenne, fece della sua camera un cimitero, avendovi più teste ed ossa di morti, che non è a Parigi agli Innocenti». Gl'incanti si compiono talvolta con mezzi abbominevoli, per esempio, col cavare tre denti ad un cadavere, con lo strappargli un'unghia ecc., e se finalmente lo scongiuro riesce, gl'infelici, che lo fanno, ne restan vittime e muoiono talvolta di spavento.


Benvenuto Cellini non morì assistendo al noto grande scongiuro magico, che ebbe luogo (1532) a Roma nel Colosseo,[541] quantunque egli e i suoi compagni ne sieno usciti colmi di spavento: il prete siciliano, che probabilmente vedeva in lui un utile ausiliario per l'avvenire, lo lodò anzi del coraggio mostrato, dicendogli di non aver mai trovato un uomo d'animo così forte. Sull'avvenimento in sè stesso ogni lettore può formarsi quel concetto che crede; e forse più di tutto agirono i vapori narcotici che esalavano d'ogni parte e la fantasia già anticipatamente predisposta alle cose le più terribili, per cui anche il fattorino che Benvenuto condusse con sè, come il più giovine e il più impressionabile, vide o credette vedere più di tutti. Ma che principalmente si avesse in mira di guadagnar Benvenuto, si può facilmente presumerlo, in quanto che, diversamente, per un'impresa così pericolosa non ci sarebbe stato altro scopo, fuorchè la semplice curiosità. Infatti della bella Angelica Benvenuto non si ricorda se non quando è invitato dal negromante a chiedere agli spiriti qualche cosa, e questi medesimo gli dice poi espressamente, che gli intrighi amorosi sono vane pazzie in paragone del vantaggio, che può ritrarsi dal ritrovamento di qualche tesoro. Per ultimo non è da dimenticare, che anche la vanità poteva trovarsi lusingata, qualora si avesse potuto dire: i demoni mi hanno tenuto parola, ed Angelica fu in mio potere precisamente al tempo, in cui mi era stata promessa (cap. 68). Ma quand'anche Benvenuto si fosse a poco a poco indotto ad innestar qualche menzogna in tutto questo racconto, esso avrebbe però sempre un valore incontestabile, come saggio delle opinioni in questo riguardo allora prevalenti.