Il giudice, severo, implacabile, seguiva le traccie del processo inquisitorio: non si alzava di una spanna dal terreno, che già aveva trovato battuto.
Spesso a certi punti della relazione, Lucertolo e Zampa di Ferro scambiavano sguardi significativi.
Allorchè il giudice arrivò al punto in cui sosteneva apertamente che Nello doveva aver commesso il delitto da sè solo, senza il menomo aiuto di complici, senza istigazione, secondo che si poteva con sicurezza inferir dagli atti del processo, Lucertolo battè un piede sul pavimento, facendo tal rumore, che molti torsero il capo verso di lui.
Accortosi, benchè troppo tardi, dell'imprudenza, il birro cercò di comporre la fisonomia ad una espressione di profonda concentrazione e di serietà.
Sebbene si sentisse mira agli sguardi di molti, non alzò gli occhi, non mosse ciglio, volendo dare ad intendere, o che non era stato lui che aveva battuto il piede in terra, o che aveva compiuto quell'atto inconsciamente.
Del resto, in quel momento, Lucertolo era bello a vedere. Ormai si teneva sicuro di non essere scoperto del furto da lui commesso nella camera della vecchia Tittoli, agonizzante: aveva ripreso tutta la sua maestà, tutta la sua alacrità e, a dire il vero, aveva speso una parte dei denari rubati a render più agevoli le indagini a cui si era consacrato.
L'amore dell'arte era potentissimo, radicato in questo poliziotto, che ad ogni costo, e pei fini da noi palesati, voleva far carriera e spingersi in alto.
Una prova del suo genio era stata quella di farsi mettere di servizio alle Carceri della Rota.
In tal guisa egli esercitava una duplice ed efficace sorveglianza.
Vegliava fuori su Bobi Carminati, ed entro le carceri si trovava di continuo in contatto con Nello.