Dieci minuti dopo che Lucertolo si era lasciato sfuggire l'improvvido atto d'impazienza, l'auditore Pantellini aveva finito di leggere la sua relazione.

L'accusa era formidabile, stringata, logica, convincente. Il rigido auditore aveva fatto un capolavoro. Nulla era sfuggito al suo acume; i più piccoli indizii, raccolti con abilità, accortamente disposti, acquistavano una forza indicibile. Il povero Nello era avvinghiato in una rete di ferro.

Durante l'esposizione dei fatti, così stringata e così inesorabile, il pubblico era rimasto di continuo perplesso, sospeso, agitato.

Tutti erano esasperati, irritati contro Nello e, dopo che l'auditore ebbe pronunziata l'ultima parola della sua relazione, vi fu un secondo di silenzio, di terribile e angoscioso silenzio.

Bisognava passare all'interrogatorio dell'inquisito,

I cuori battevano, tutti gli occhi erano rivolti verso Nello.

Lucertolo, cercato destramente il modo di parlare più volte solo con lui nella carcere, lo aveva, senza parere, o eccitar sospetti, preparato a questo interrogatorio.

Egli, dunque, ne aspettava più impaziente di ogni altro i risultati.

All'invito del presidente, Nello si alzò.

Pallido, e col labbro inferiore cadente, ma tranquillo, quasi sorridendo, fissava i suoi occhi nei giudici con una strana espressione.