—Voglio andare a vederlo!… Voglio andare a vederlo!—balbettava
Antonietta.

Le due donne, vestite a lutto, uscirono di casa. Era sempre in sull'albeggiare.

Si presentarono all'Ospedale e chiesero di entrare nelle stanze in cui si custodiva il cadavere dell'uomo che si era ucciso. Ma fu loro negato.

Allora Antonietta domandò con insistenza del medico di servizio.

Il giovane medico accorse, riconobbe la celebre artista; e sebbene un poco meravigliato che essa venisse a tale ora, credendo obbedisse a un capriccio, a una curiosità di vedere l'uomo, del quale tutti dovevano averle parlato, la guidò egli stesso sino alla stanza mortuaria.

Ad un cenno del medico, un guardiano prima che le donne entrassero, corse a gettare sul cadavere un gran lenzuolo, che lo cuoprì quasi tutto.

Le donne entrarono trepidanti.

E si gettarono subito in ginocchio, ciascuna da un lato di quella tavola di marmo sulla quale giaceva la povera, straziata spoglia di Carlo Tittoli.

Una sola delle lacrime che Antonietta versava in quel momento, avrebbe potuto, versata in altri tempi, salvare la vita dello sventurato!

Ma la morte è sorda ai gemiti, ai preghi, alle lacrime, ai pentimenti. Il sepolcro non rende nè alle madri, nè alle amanti, nè alle spose, nè alle figliuole desolate che invocano, e supplicano, le vittime che esso ha divorato!