—Io uscii—ella diceva—poco prima che la povera Berta morisse… Nella camera rimase Lucertolo, perchè la Berta faceva cenno di volergli parlare…

Il Tittoli subito mostrò di non volersene più occupare, e avvertì la donna di tacere.

Già l'animo di quell'infelice era combattuto da tante afflizioni che egli non si sentiva la forza di avventurarsi in uno scandalo.

Però gli entrò in cuore che Lucertolo potesse esser l'autore del furto.

Ma come accusare un agente della polizia? e con quali prove? E avesse pure avuto le prove, egli non era propenso a procacciarsi nuove lotte, crearsi nuovi imbarazzi.

Carlo Tittoli tenne in sè il vago sospetto, e si chiuse di nuovo nelle sue tristezze.

Meditava di togliersi la vita, di rompere tutti i legami che l'avvincevano a un mondo di dolori e di pene, e nel maggio del 1833 si recava a Venezia, ove compieva risoluto il suo ben maturato disegno.

Egli solo era stato sino allora a parte del segreto di Antonietta; egli solo sapeva che il celebre nome di Amieri era portato dalla umile ragazza, che egli aveva veduto in anni non lontani girare per le vie del Mercato, accompagnandosi spesso con lei.

Allora nè l'uno nè l'altra prevedevano quanto avrebbero amato, sofferto, fra quali catastrofi sarebbero trascorse le loro esistenze.

La Nencia non si era mai scordata delle parole dettele dal Tittoli. Anch'essa aveva gettato i suoi sospetti addosso a Lucertolo, e si era posta in animo di strappargli la confessione della verità.