Lucertolo, che facilmente era potuto entrare nella soffitta, che il
Tittoli aveva voluto abitar sempre, dopo la morte di sua madre.
Lucertolo, sbigottito dalla apparizione, e che non voleva più rivedere gli spettri, i fantasmi; che non voleva più che venissero a turbargli i sonni.
Aveva ritenuto soltanto una moneta, e l'aveva ritenuta per superstizione, e andò subito a giuocarla al lotto, giuocando i numeri, che corrispondevano a quello che egli era certo di aver veduto.
Giuocò la moneta di dieci paoli su due biglietti. Lucertolo aveva studiato le cabale, si stillava di continuo il cervello sul Casamia, sul Rutilio, sul Cornelio Agrippa, opere immortali per coloro che giuocano al lotto.
Giuocò su un biglietto il 47, morto resuscitato;—il 90, la paura che aveva avuto;—il 13, la morte;—il 52, la madre del Tittoli;—il 26 le monete.
Nell'altro biglietto giuocò i numeri dell'anno, che correva, 1833, così divisi: 18—33—il mese, che era il maggio, cioè il 5:—il giorno, cioè il 20: l'ora della apparizione, poco dopo la mezzanotte, cioè il 12.
E poichè in quel periodo tutto doveva andare di bene in meglio a Lucertolo, il giorno dopo quello in cui era giunto a Pisa, e aveva avuto il colloquio col magistrato e col direttore del Bagno, passeggiando per la città vide i numeri dell'estrazione.
I primi erano il 47, il 90, il 13.
Lucertolo aveva vinto un terno sul primo biglietto!