Firenze continuava ad esser tutta risuonante di grida gioconde, di lieti rumori, affollata di gente accorsa a godere, a partecipare delle pubbliche allegrezze.
In quella sera, 30 giugno, la festa campestre delle Cascine lasciava spopolate, quasi deserte, tutte le vie della città: la gente facilmente usciva a diporto, come ad assistere ad un gaudio della natura.
Serata incantevole!
Il cielo folgorava di una luce bianca, nel plenilunio.
Uno zeffiro, carico di profumi, portava nelle strade, dopo aver asolato tra i fiori dei giardini, un'onda di fragranze, e temperava, molceva deliziosamente il caldo della giornata.
—Ah! che splendida sera!—osservò il Brinda, quando ebbero fatto alcuni passi fuori dell'Ospedale.—Antoniettina! tu devi contentarmi. Tu hai bisogno di aria, di distrazione… Domani sarai di certo consolata di tutto, ora ci vuole coraggio!… Promettimi che più tardi verrai con noi alle Cascine. Prenderemo per uno de' viali più solitarii… staremo da noi, in disparte… ma vedremo anche noi la bellissima festa, e godremo di questa nottata di paradiso…
Il Brinda aveva tutt'altro che piacere di andare a quella festa, ma voleva distrarre Antonietta, voleva tentare, se fosse possibile, acquetare per poco in lei il tumulto de' tristissimi pensieri.
E la ragazza aveva pure ben altra inclinazione che di andare alla festa; ma l'idea delicata che, rifiutando, essa avrebbe forse privato il maestro, il suo grande amico Brinda, di una sodisfazione, a cui forse il buon vecchio teneva, si lasciò sfuggire un sì, disposta a rassegnarsi.
—Però—riprese—anderemo tardi…—certa che avrebbe potuto allora persuader il vecchio a uscir solo.
—Quando vorrai.