—Signor auditore!…

—Non son disposto a transigere, signor presidente. La proprietà dei vocaboli è cosa sempre necessaria, necessarissima in una sentenza. Abbiamo l'obbligo di mostrar prima di tutto che sappiamo far giustizia alle parole, esser giusti nella espressione. Bisogna dire «concernente il delitto:» «concernente al delitto» è un solecismo. So bene che il poeta mugellese ha scritto nel suo Torracchione:

Fè quel tanto ordinare e porre in punto,
Che ad opra così pia fu concernente.

Però l'esempio è del seicento: c'è anche un altro esempio nel Segneri, ma questi autori bisogna citarli con cautela…

—Andiamo!… Basta!… Sempre tali questioni!—ripetevano gli auditori in coro.

Però erano sempre costretti a modificare la frase.

L'auditore Biscotti non si impauriva.

Alla prima occasione, egli tornava ad interrompere, ad esigere il cambiamento dell'espressione difettuosa.

Se il presidente talvolta gli rispondeva con una certa severità, e dichiarava assolutamente con la sua autorità che una parola era propria, che la discussione doveva troncarsi, il giorno dopo l'auditore arrivava in Camera di Consiglio col suo bravo volume del Vocabolario della Crusca, con un'osservazione di Basilio Puoti, con la Grammatica del Corticelli.

Bisognava, o dargli la sua parola, o… la vita!