Mentre l'auditore Lechini credeva suo obbligo di essere sempre dello stesso parere del presidente, l'auditore Pantellini si compiaceva di esporre sempre un parere contrario a quello del suo superiore.
—Buon giorno!—disse bruscamente, appena entrato, e come se avesse voluto addentare tutti i presenti. E, mentre posava il cappello sopra una sedia, guardava il Lechini con un piglio quasi stesse in forse di divorarlo.
L'auditorìno aveva paura delle violenze e delle escandescenze del suo collega, alle quali serviva spesso di bersaglio.
—Buon giorno, signor auditore!—rispose il presidente al saluto quasi minaccioso del collega.
Il presidente, che non si era mosso dalla poltrona, tendeva la mano al nuovo arrivato con fisonomia ilare e in atto di molta cortesia.
Il presidente apparteneva ad una famiglia nobile, frequentava i più eletti convegni della città, era uomo di squisita educazione, di animo mitissimo, di carattere amabile.
Mise la sua mano bianca, morbida, in quella ruvida e nervosa dell'auditore Pantellini: quindi, alzandosi, esclamò:
—Signori!… è tardi, dobbiamo entrare in udienza.
L'auditore Lechini corse al cordone del campanello e lo tirò.
Subito comparve un usciere.