Occorreva dunque vigilare ed entrare alla prima occasione di rumori. La sua qualità di agente della polizia non poteva allora dar luogo a sinistre congetture.

In fatti il giorno stesso in cui Lucertolo scopriva sul tappeto, custodito tra i corpi del delitto, le traccie del piede scalzo, verso le sei pomeridiane, mentre stava appostato verso il canto di Via Naccaioli, vicino al mercato, udì un grande schiamazzo, che usciva dalla stanza d'ingresso della Palla.

In pochi secondi lo schiamazzo si fece sempre più forte, poi, proferendo parole grossolane frammiste a bestemmie, uscì precipitando per la scaletta esterna un giovinastro inseguito da un omaccio, che pareva ubriaco, e che si voleva scagliare contro colui che fuggiva, e gli lanciava mille vituperii.

—Che c'è?—che c'è, birbanti!—urlò Lucertolo, staccandosi dalla cantonata alla quale stava appoggiato.—Tu, canaglia—disse, acciuffando pei capelli il giovinastro, che aveva lasciato nella stanza il berretto cadutogli durante il tafferuglio—sei in contravvenzione al precetto. Che fai qui e a quest'ora? E tu, Astrologo—disse, rivolgendosi all'uomo più adulto—fai all'amore da capo con la prigione?… Ti contento subito!

Il birro prese per mano i due vagabondi, stringendoli ai polsi con le sue dita di acciaio, come fra le morse di una tanaglia, e li ricondusse dentro la stanza da cui uscivano.

—Che cos'è stato?—domandò Lucertolo, dopo avere cacciato i due litiganti in mezzo alla stanza, e aver richiuso l'uscio.

—Nulla… io credevo che scherzassero!—rispose la Sguancia, alzandosi dalla panca su cui era seduta.

—Ho capito io quel che bisogna fare perchè finiscano questi scherzi!—esclamò Lucertolo in tuono minaccioso.—Ci vuole un rapporto all'ispettore… ottener l'ordine che la casa sia chiusa.

—Ma perchè, Lucertolo?—rispose la paffuta zitellona.—Mi pare—proseguì, accostandosi al birro per non esser udita dagli altri due—che non mi sono mai rifiutata in tante occasioni ad aiutare la polizia…

—Bene! questo si chiama parlare!—rispose Lucertolo, in tuono reciso.