Nessuno volle calarsi nel pozzo, anche a mezza vita, per prender certe misure, infiggere certi ferri. Si offrì Roberto; e per due giorni lavorò con febbrile attività e con successo.

S'era fatto come una gabbia di legno e di funi e in quella, che avea raccomandato alle grosse campanelle dell'arco sovrastante al pozzo, lavorava.

Teneva la scatola degli arnesi sull'orlo del pozzo e ogni tanto allungava il braccio per prender ciò che gli occorresse.

Il secondo giorno, mentre rimaneva ormai poco da fare, ed erano presenti il soprintendente e altri impiegati, Roberto si mise a raccontare che vedeva, circa il punto ove cominciava l'acqua del pozzo, uscir dal muro alcune fiammelle, e che parea salissero, andando qua e là, verso di lui.

Urtò quindi, come avea disposto, nella scatola degli arnesi, che precipitò nel pozzo con tutto ciò che conteneva.

Roberto saltava fuori, dopo essersi accertato che tutti, non ostante che fossero assai turbati, avean veduto cader la scatola.

La mattina appresso, Roberto, levatosi di buonissima ora, con altri sei prigionieri, ch'egli incuorava, e a' quali rimaneva garante nulla sarebbe accaduto, accomodarono sul pozzo il pesantissimo copertoio di ferro e fu saldato, alle parti, perchè niuno lo smovesse.

Allora tutti que' prigionieri parvero più contenti.

La notte Roberto dormì più tranquillo e felice!

Egli avea cavato due buone lime d'acciaio dalla cassetta, innanzi di precipitarla nel pozzo.