La pena maggiore era il tenerla nascosta; or la portava con sè; e avresti udito i battiti del suo cuore: ogni secondino, ogni guardia in cui s'avveniva temea lo frugassero. Ne avea nascosti alcuni pezzi nell'ufficio del soprintendente. Il luogo non potea esser più propizio: chi avrebbe pensato di andar a frugarvi? Ma passava le notti insonni. Gli parea che di certo qualcuno andasse a smuovere il mobile, per imprevista circostanza, e avrebbe voluto poter passare a traverso le mura della sua prigione per impedire che gli fosse tolto il frutto di un sì lungo, penoso lavoro.

La mattina, all'alba, appena gli aprivano la sua prigione correva nella stanza d'ufficio del soprintendente; e toccava le sue funi con la stessa ansietà con cui un avaro avrebbe tocco il suo tesoro, dopo essere stato in tra due d'averlo perduto.

E ancora non era a nulla del suo terribile lavoro.

Come procurarsi una lima?

Spesso il soprintendente gli domandava particolari di ciò che avea potuto fare nelle lunghe ore, durante le quali era rimasto tra le cupe mura del pozzo.

Egli rispondeva sempre, ad arte, di non esser in grado di fornire alcuna spiegazione; avea molto sofferto in quelle ore, specie dopo essersi impadronito del bambino: credeva di esser caduto in deliquio; non sapea per qual forza avesse potuto sostenersi; certo non per forza umana…. Gli era sembrato…. forse, aggiungeva a causa della stanchezza, della eccitazione, udir strani rumori, voci….

Così teneva accese le fantasie di costoro e si preparava la via al suo intento.

Un giorno disse, con molta gravità, al soprintendente:

—Occorrerebbe chiuder quel pozzo: qualcuno potrebbe cadervi di nuovo: non serve a nulla: offre un pericolo continuo.

Il soprintendente disse che era pur quella la sua idea. Fu deliberato chiuderlo con un grosso sportello di ferro. Ma Roberto dava, sempre più, maggior divulgazione alle sue storielle.