—Cristina dà ordini?—pensava la principessa.—Che trasmutazione ha operato il mio denaro…. Quanta gente io ho arricchito a questo modo!—pensava, guardando i mobili, gli oggetti di non piccol valore, ond'era ornato, arredato il salotto.—Gli ho arricchiti, sì,—continuava fra sè, pensando con la rapidità del baleno,—ma sono stati tutti schiavi de' miei piaceri!
Non rifletteva che, forse, erano stati un tempo schiavi dei piaceri di lei, ma essa avea sempre finito per essere la loro schiava, per fornire ad essi, come in esempio a Cristina, il modo di soddisfare a' loro propri piaceri.
C'erano in tutta la casa immagini di santi, un non so che, a ogni tratto, rivelava la pietà, la devozione di chi vi abitava.
Enrica si rammentava le lezioni di Cristina: ingannar tutti con le apparenze, burlarsi di tutto: e in segreto godersi le più strane fantasie.
Venivano a trovarla monache: le più giovani le baciavan la mano come a una grande benefattrice: ella pregava, s'inginocchiava a dire orazioni con esse: fra la gente di quel contado passava per un'anima austera, esemplare.
La sera, chiusi gli usci, chiuse ermeticamente le finestre, dopo cena, dopo aver fatto una lauta cena, gli abiti discinti, attirava a sè il bel guardacaccia: e con lui rideva, scherzava su tutto, gettava, con scoppii di risa fescennine, con motti salaci, procaci, il ridicolo su tutte le persone più rispettabili, su tutto ciò che v'ha di più alto e di più puro. E il giovinetto, gigante, fortissimo, si stupiva sempre d'una cosa, della sapienza, delle novità in amore, che aveva e sapea trovar quella megera. Poi, sul far del dì, Cristina usciva, e andava la prima di tutti a udir la messa nella chiesa della parrocchia: talvolta si vedeva con la fronte toccar terra, si udiva sospirare, si agitava, come se si pentisse di atroci peccati.
Burlarsi di tutto era il forte di questa perversa creatura: ed era lieta in tal giorno che la principessa fosse venuta a lei: non le avrebbe risparmiato beffe e umiliazioni. Ne voleva usare a suo diletto.
Sempre più osservava quanto Diana somigliasse alla principessa, anche parlando: la principessa, fanciulla, pensava Cristina, era proprio così.
La refezione fu pronta: per cerimonia la principessa invitava Cristina a porsi a tavola con loro. Non era apparecchiato per lei, ma Cristina aspettava l'invito: e non se lo fece ripeter due volte: sedette a tavola, e con gli ordini rumorosi che dava, con le preferenze che esprimeva, facea sentire alle altre due che essa era la padrona, e che le teneva sotto il suo imperio.
Qualche volta Diana fu irritata, ma la principessa la tratteneva con lo sguardo, con un cenno: Enrica si era poi pentita d'aver accettato l'invito. Vedea che Cristina abusava di lei: che godeva d'aver un'occasione di sfogare la sua malizia selvaggia. E già Enrica prevedeva la scena, che avrebbero insieme, fra non molto.