—Sono un po' stanca…. Ho dimenticato fare qualche cosa e temo ne possa nascere un inconveniente…. Stanotte non ho abbastanza dormito….—ecco le risposte date dalla principessa.

In verità, ella ora si rimproverava d'aver fatto una gita sì lunga, per parlar a Cristina, per informarsi della creatura.

Chi le avrebbe mai detto che la creatura, di cui avea un istante pianto la morte, e alla cui perdita si era subito rassegnata, la figliuola sua e di Roberto, le stava accanto, che ella ne stringeva le mani, ne udiva la voce, ne avea le carezze? Chi le avrebbe detto che fra breve si sarebbero ritrovati tutti e tre insieme, e in quali angosciose congiunture.

Tornata nel suo palazzo, Enrica ebbe una vera sorpresa. Trovò, fra le lettere, una lettera del principe, suo marito: non le aveva scritto da varii mesi e le annunziava che sarebbe arrivato in Napoli entro quindici giorni.

Enrica non mostrò alcuna gioia nel partecipare a Diana tale notizia. Mentre essa guardava le lettere, Diana ripensava a ciò che il guardacaccia le aveva detto della reità di Roberto. Costui le avea perfin raccontato come Roberto era entrato di notte nel parco, ed egli avea sparato contro di esso un colpo di fucile mentre si avvicinava alla villa ove dimorava Enrica e come, scoperto, si desse alla fuga.

La fanciulla innocente cominciava ad aver i più strani presentimenti.
Teneva i suoi occhi fissi sulla principessa: la studiava, la scrutava.

Enrica si volse, mentre Diana era appunto assorta in uno di questi attentissimi esami.

—Perchè mi guardi così?—le disse.

—È proibito guardarti?—rispose Diana, le cui parole non corrispondeano punto al pensiero.

—Tu rimani a pranzo con me stasera?