—Ah! Hai provato anche tu l'amore paterno? Quali torture devi avere qui sofferto: e io non ho mai indovinato i tuoi patimenti!…
Gli orologi della prigione sonavano le ore: si udivano rintronare da varii punti i rintocchi.
—Va', non c'è tempo da perdere…. La luce del mattino deve coglierti ben lontano di qui. Addio, Roberto; chi sa se noi ci rivedremo mai più!…
—Prendi,—mormorò il soprintendente, da' cui occhi sgorgavano le lacrime,—questo ti sarà utile, indispensabile anzi, ed è poca cosa a quanto io ti debbo! Gli dette una borsa piena di denari.
—Dio vi ricompensi di tutto quello che fate per me!—esclamò Roberto.
Commossi entrambi, non si potevano staccare l'uno dall'altro. Il soprintendente prese per mano Roberto, come se lo guidasse, e uscirono dalla stanza. Andarono innanzi: di cancello in cancello il soprintendente pronunziava certa parola d'ordine e soggiungeva: l'ingegnere Amoretti!
I custodi assonnati, desti a quel rumore, si alzavano, aprivano i cancelli, li rinchiudevano in fretta, e tornavano a cacciarsi a dormire. Le guardie aprivano appena gli occhi un istante.
La carrozza della prigione aspettava Roberto alla porta. Dal soprintendente aveva ricevute tutte le debite istruzioni, mentre facevano insieme il cammino per uscire. Il brav'uomo gli aveva detto: che salisse nella carrozza, senza dir verbo, e che arrivato a un certo punto la licenziasse e prendesse una vettura a conto suo: prendesse poi altre vetture in modo che si perdessero le sue traccie: e non parlasse con alcuno, fin che non fosse molte miglia lontano dalla prigione.
Il soprintendente lo accompagnò sino alla carrozza ed ebbe il sangue freddo, mentre egli vi saliva, di rivolgergli uno scherzo, che gli premeva fosse udito dalle due guardie a lui vicine e dal cocchiere.
—Signor Amoretti,—gli disse,—sono sicuro sarete rimasto poco contento dell'alloggio e del vitto ch'io v'ho dato per tanti anni…. Non fu tutta mia colpa…. buona notte!