—Finalmente,—pensava,—l'americano non m'ha detto di no….—E si appigliava a tale speranza.—Se non riuscisse?—si diceva.—-Io non mi posso rivolgere ad altri!…

Non avrebbe mai domandato a un gentiluomo della sua classe ciò che avea domandato al Weill-Myot. Quell'americano poteva ben rendere un servizio a una gran dama: non era nato per altro! Essa l'avrebbe ringraziato, rimunerato: ecco tutto. Con un gentiluomo, sarebbe discesa, si sarebbe avvilita al cospetto di esso! E sentiva sempre questa specie di singolare fierezza.

—Se il Weill-Myot mi manca?…—e si torturava il cervello per sapere in che modo avrebbe trovato il denaro di cui aveva urgente bisogno. Non le veniva all'animo per allora di domandarlo al marito.

Se ne tornò a casa e aspettò per lunghe ore nelle sue stanze l'arrivo del Weill-Myot.

Era una giornata piovosa, malinconica. Ogni tanto ella sentiva brividi di freddo e si avviluppava nella sua gran veste di velluto color granato, con ampie rivolte di raso bianco.

Nessuno quel giorno venne a trovarla, ed essa aspettava una visita, palpitando.

Appena la principessa aveva lasciato l'americano, egli, chiamato un commesso, allora allora giunto alla Banca, gli avea ordinato di andar a chiamare, perchè venisse da lui, il gioielliere De Carlo, uno dei primi di Napoli.

Era un vecchietto molto furbo, di aspetto signorile, e legato d'affari con l'americano.

Il ricco gioielliere, un'ora dopo, si recava dal Weill-Myot. Parlarono un po' insieme.

—Ma, ditemi,—interruppe a un tratto il gioielliere,—quello che debbo fare, ditemelo con chiarezza, senza i vostri soliti viluppi….