—E vorrei sapere,—gli diceva anzi a volte il De Carlo,—-l'uso che ne fate…. Non li avete regalati certo…. E tener lì morto un sì grosso capitale…. Comprendo che voi siete un ricco….
—Sono ricco, e sono solo!—ripigliava il Weill-Myot.—Centomila franchi!… Ne avrei gettati cinque volte il doppio…. un tempo…. per ottenere il contrario di ciò che ora voglio ottenere…. Con questi gioielli voglio riconciliare una moglie col suo marito…. Ma quante spiegazioni vi do!—avea detto un giorno interrompendosi e impazientandosi.
Ormai Enrica, da questo lato, stava tranquilla; non sentiva più le strette della penuria; vedeva un lungo avvenire in cui avrebbe avuto ogni mezzo d'ingolfarsi nelle sue dissolutezze.
Si sarebbe impoverita di tutto: ella, gentildonna, era ormai arrivata a truffare al principe suo marito i gioielli di famiglia, a lasciar nelle mani d'un mercante le gemme appartenute alla madre di lui, per cambiarle con gemme false. Ma ormai la sua coscienza non parlava più.
La notte stessa, in cui sorprese il colloquio tra Diana e il Re, divampò nel suo animo un vero odio per la giovinetta che, sin allora, avea tanto amato, e a solo vederla le parea sentirsi consolata.
Volle subito sfogare il suo odio.
S'imbattè nel Venosa che era anch'egli alla festa del marchese Piero. Gli parlò con volto ilare, preparando una delle sue scene di seduzione.
Ella dava il braccio al vecchio balì di Cantadera; non volea lasciarlo bruscamente per un giovinetto: ma fece capire al Venosa che la seguisse.
Ogni tanto si voltava verso di lui; sorrideva, gli parlava.
Il vecchio balì stanco, e non volendo poi servir di balocco, trovò un pretesto per allontanarsi.