—Voi sarete il mio cavaliere alla cena!—disse la principessa al
Venosa.

Il giovane non domandava di meglio.

Entrarono nella sala delle cene: vi erano molte tavole apparecchiate. Diana li raggiunse mentre favellavano sotto voce: la principessa aveva sulle labbra il suo sorriso diabolico e il Venosa tremava, socchiudeva gli occhi come se facesse un sogno di voluttà.

Anche Diana fu colpita da gelosia della principessa e questa volta nel modo più vivo: si persuadeva esser proprio vero che costei le disputasse il suo fidanzato.

Chiamò subito il Venosa con un certo piglio d'irritazione. Egli si scosse: le andò incontro un istante per dirle molto turbato che non potea lasciare la principessa: e la risposta fredda, insidiosa, a Diana dette nel cuore. Non volle perder più di veduta que' due in tutta la durata della festa. Presso il mattino si accorse che essi erano nel salotto ov'ella era stata poco prima col Re.

La principessa, con un piacere maligno, avea voluto sedersi nello stesso punto, con accanto il fidanzato di Diana.

A Enrica era venuta un'idea: costringere il Venosa a chieder la mano di Diana. Se la giovinetta consentiva a sposarlo, voleva significare che fra lei e il Re non correva alcuna relazione, se non amichevole. S'ella si opponeva alla domanda, ella, che un tempo amava il Venosa, potea tenerla per sua rivale, per sua nemica; e pensare a sbarazzarsene come avea fatto di altri suoi nemici.

Così le sue focose passioni la spingeano: e senza ch'ella il sapesse, fin contro la propria figlia. Si dette a raddoppiare di tenerezza con il Venosa: egli le stringeva furtivamente il polso del braccio destro: in sembiante, per aggiustarle un grosso braccialetto. Essa lasciava fare, e lo guardava ammaliandolo.

Diana s'era nascosta dietro il paravento ove era stata poco innanzi la principessa.

Sembra che Enrica avesse mossa al Venosa una domanda, poichè egli le rispondeva: